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19 Ottobre

Radja Nainggolan, guerriero incompreso

Marco Armocida

23 articoli
Un giocatore irripetibile, come i suoi eccessi.

Radja Nainggolan fuma molto. Non cura il suo corpo e non si definisce un professionista al cento per cento. Detesta la fatica e le preparazioni atletiche. Per lui il calcio è un atto irriproducibile che non trova spazio oltre i confini della partita, della lotta. Per divertirsi, Nainggolan ha bisogno di uno stadio pieno e di una folla di persone che lo acclamano a gran voce. Parafrasando Desmond Morris, vive il calcio come una caccia rituale. Adora la domenica perché è un rito sacro, l’unico momento in cui un “noi” si può realmente contrapporre a un “loro”.

Molto di Radja Nainggolan è nel suo aspetto. I suoi occhi sono sprezzanti, profondi. La sua mascella è robusta come quella di un pugile. Sembra essere nato per indossare un completo da calcio: è l’unico abito che davvero gli si addice. La sua maglia da gioco è attillata e rivela il suo corpo nerboruto. È sempre intrisa di sudore e spesso di sangue. I calzettoni (strettissimi) tagliati all’altezza del polpaccio sono una dichiarazione di guerra al nemico, un modo per liberarsi di ogni freno e far emergere le componenti più tribali della sua psiche.

La verità è che, se potesse, Nainggolan giocherebbe a torso nudo, come si fa dopo una grigliata in cui si è bevuta qualche birra di troppo. Troverebbe posto in un film medievale ambientato in un’indefinita terra del Nord e sarebbe un guerriero indomito. Uno di quelli che la sera prima della battaglia decisiva bevono litri di idromele, si svegliano in ritardo tra le braccia di due o tre fanciulle esauste e si lanciano in faccia al nemico senza armatura e col sorriso sulle labbra, ché neanche la morte può intimorirli. Nainggolan è legato al calcio, ma non a ciò che lo circonda: lo considera un mondo di squali, di disonesti. In un’epoca in cui i più grandi fanno a gara a chi smette dopo, lui dice di voler smettere presto. Dice anche che non capirà mai alcuni suoi compagni. Quelli che giocano e si allenano. Che si allenano e giocano. Quelli, insomma, per cui il calcio è tutto.

«Quando arrivo a casa voglio staccare. Non mi piace guardare il calcio in televisione, mi stufa. Preferisco andare in giro, farmi una passeggiata, fare colazione al bar. So già che quando smetterò difficilmente rimarrò nel mondo del pallone: sono troppo sincero. Una cosa che non potrei mai fare è il commentatore».

Radja Nainggolan

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È generoso, instancabile. È un duro che raramente entra per far male. Il suo stile di gioco è eroico, affascinante. Il suo gesto prediletto è la scivolata, allegoria per eccellenza del rischio nel calcio. Nel momento in cui decide di arcuare il corpo per rubare la sfera all’avversario i tifosi trattengono il respiro, ben consci dell’effimera labilità che in quel momento intercorre tra gloria e abisso. È questo il suo luogo prediletto, la sua condizione preferita: il confine, il limite. Nainggolan ama fuggire l’ordinarietà del quotidiano e ricercare, in bilico, la vanità dell’eccesso. È così in tutto, persino nel suo look. I cambi repentini di acconciatura, i tatuaggi e le creste colorate sono forse il simbolo di un’identità mai davvero raggiunta, dei tentativi maldestri di capire qualcosa di sé.

Dicono che mi voglio distinguere. In realtà – come con il taglio da moicano – sto cercando di nascondermi. […] In sostanza, non faccio altro che essere me stesso e poiché non so chi sono, i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio – e, ovviamente, contraddittori.

Open, Agassi

Queste parole potrebbero essere di Nainggolan. La sensazione è che il belga combatta da tutta la vita contro dei demoni che hanno reso i suoi giorni un gomitolo di cose irrisolte. Contro un vuoto che il calcio può colmare soltanto a tratti. L’abbandono del padre e il costante conflitto con regole e autorità sono parti di un mosaico complesso che non può essere analizzato attraverso categorie logiche o morali. Nainggolan è un uomo ricco di contraddizioni.

Dice di fregarsene di ciò che pensa la gente, ma poi è capace di rincorrere un insulto nei meandri più nascosti di Twitter. È soprannominato il ninja, ma non possiede la forte autodisciplina delle spie giapponesi. È il giocatore che ha vinto più contrasti in Europa tra il 2010 e il 2013, ma non ha mai lasciato il segno nella sua nazionale. Forse, più semplicemente, è un calciatore che non ha mai sfruttato in pieno il suo potenziale e che non ha mai compiuto il definitivo salto di qualità.

nainggolan

Ma a Nainggolan non è mai interessato fino in fondo. Approdare in una squadra di valore assoluto (cosa perfettamente alla sua portata) avrebbe voluto dire dedicarsi con anima e corpo al calcio. Avrebbe significato prendersi delle responsabilità e diventare un professionista a tutti gli effetti, lasciando che in qualche modo il calcio lo definisse, lo rendesse parte di qualcosa.

A tutto ciò Radja ha preferito l’incostanza, il distacco. In Nainggolan ha sempre prevalso un’inconscia spinta autolesionista, un’irrefrenabile forza devastatrice che ha elettrizzato i suoi giorni e che ha macchiato ogni tappa della sua carriera del colore amaro del rimpianto.

A Roma, città che vive di eccessi e che ha perdonato a Radja ogni sua sregolatezza, l’addio è stato traumatico, dilacerante. All’Inter ha fallito. Arrivato come deus ex machina, ha lasciato Milano da ostracizzato di lusso: è stato davvero decisivo soltanto nel momento in cui se ne è andato. In Sardegna Radja è stato amato più di tutti, tanto da essere inserito nella top 11 di sempre del club. Ha trovato un ambiente confortante in grado di comprenderlo e di non chiedergli più di quanto volesse dare. A Cagliari pensava di aver trovato il posto dove invecchiare, ma non è stato così:

«Il mio sogno era chiudere la carriera in rossoblù, ma questo è un mondo di m… e di tante chiacchiere. Mi sono sentito tradito».

Inutile chiedersi cosa sarebbe stato se avesse avuto una testa diversa. Nainggolan è così e sono proprio i suoi dissidi ad averlo reso un unicum, una parentesi edonistica in un calcio ormai asettico e disumanizzante. Un calcio di tattici e nutrizionisti, in cui i giocatori, schiavi di un sistema incapace di rallentare il suo irrefrenabile bisogno di denaro, rischiano di diventare degli automi.

Samuel Beckett diceva che “non c’è partita di ritorno tra un uomo e il suo destino”. Nainggolan evidentemente non doveva diventare un top player o trasformarsi in un modello di comportamento. Il suo compito era quello di farci innamorare di lui, mostrandosi con tutte le sue contraddizioni. Sapere che è lontano e che continua a far parlare di sé per bravate notturne e patenti ritirate ci rasserena, ci gratifica. Questo calcio moderno si porterà via tutto, ma almeno una cosa la possiamo dare per certa: comunque vada, Nainggolan sarà sempre da qualche parte del mondo a prendere una decisione discutibile. Chi se ne frega di ciò che poteva essere, a noi va benissimo così. Gli eroi sono tutti giovani e belli, ma è quando toccano il fondo che li sentiamo davvero nostri.

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