In Italia ci sono due tipi di esterofilia, ben diversi e con un differente grado di insidia. Il primo è quello tipicamente popolare, non tanto una ragionata ammirazione per l’estero quanto invece un fascino dialettico dettato da una caratteristica – invece – italianissima: l’arte di lamentarsi. Come ci lamentiamo noi in pochi, forse nessuno. Si può quasi dire che il lamento quotidiano contribuisca a mandare avanti le nostre vite, ad esorcizzare il “male”, a consolarci reciprocamente. Per questo l’esterofilia popolare è poco più che un ritornello demagogico: a parole e in pubblico un topos di sicuro successo e approvazione, nei fatti e in privato un elemento estraneo e non realmente sentito.

 

 

Poi però c’è l’esterofilia delle classi dirigenti e soprattutto “culturali”, in particolar modo giornalistiche. Un’ammirazione che ha sempre un sottotesto elitario, anti-popolare, progredito ancor prima che progressista. È la stessa esterofilia che stava srotolando un tappeto rosso a Rangick prima che arrivasse al Milan, tratteggiando i contorni di un personaggio che avrebbe potuto, finalmente, redimere il nostro calcio strutturalmente reazionario. Sia chiaro, questo non è un articolo sulla storia di Rangnick, su cosa avrebbe potuto fare in Italia, sul suo genio tattico e manageriale e chi più ne ha più ne metta.

 

 

Per una volta ci interessano le interpretazioni più che i fatti. Non stiamo dicendo che Rangnick al Milan avrebbe fallito impantanandosi in dinamiche troppo italiane (come capitato a tanti altri, allenatori e direttori sportivi), quanto invece che il tedesco non era l’unica scelta possibile e sensata come invece fatto credere da buona parte della narrazione. È il solito dogmatismo di chi crede di essere sempre più esperto, più tecnico, più avanti: l’unico modo per ricostruire una squadra senza anima, senza risultati e con i conti in rosso era la visione avanguardista di Ralph Rangnick, punto e basta. Beh, i fatti hanno detto un’altra cosa.

 

 

La celebre lezione tattica di Ralph Rangnick, qui con un look da parroco/ingegnere di provincia, negli studi di Sport-Studio. 

 

 

I rossoneri sono primi in classifica trascinati da un quasi quarantenne, con un allenatore normalizzatore e una squadra che ha acquisito gioco e carattere in maniera apparentemente inspiegabile (il monoteismo di Zlatan può in realtà spiegare anche questo, trasformare i pani in pesci e i Kjaer in Nesta). L’errore di chi invocava Rangnick come nuovo messia del calcio italiano sta infatti nel non considerare le variabili: è questo un dogmatismo il quale, troppo spesso, pretende che un modello di successo estero sia trasferibile con il copia e incolla in un altro scenario nazionale.

 

 

Nella realtà non tutto è bianco e nero come nella teoria, c’è al contrario un oceano di grigi composto dalla lingua (molto più importante di quanto si pensi), dall’ambiente, dalla mentalità, dalla società in cui ci si trova ad operare (il “trucco” era infatti dare a Rangnick pieni poteri come a Salvini), dai calciatori che si hanno a disposizione, dalle abitudini e tradizioni consolidate. Basta vedere la parabola di Monchi alla Roma, un vero e proprio disastro in cui la squadra capitolina è riuscita a dismettere un’ottima rosa e a spendere centinaia di milioni in modo letteralmente sciagurato – solo adesso si sta riprendendo, grazie ad una proprietà presente e ad acquisti mirati e di carattere.

 

 

Al di là della stampa sportiva generalista, obbligata quotidianamente a riempire colonne di inchiostro con tutti i rischi del caso, alcune tra le riviste sportive online più interessanti nel panorama nazionale salutavano Rangnick come una sorta di redentore. Su Rivista 11, nel suo bell’articolo “Ralph Rangnick, un radicale per il Milan”, Alessandro Cappelli scriveva testualmente:

“Di sicuro, però, se c’è un modo per ripartire, nel calcio del 2020, senza enormi possibilità di spesa, affidarsi a un uomo come Rangnick e costruire una squadra con un’identità chiara e ben definita è la strada migliore. Forse l’unica possibile”.

 

Su l’Ultimo Uomo invece, in un pezzo a dir poco approfondito dal titolo “Il Milan ha bisogno di Rangnick”, e che comunque vi consigliamo di leggere, Flavio Fusi si esprimeva in questi termini:

“Rangnick è un uomo di campo diventato manager e il Milan, per innovare e rinnovarsi, ha esattamente bisogno di competenze di questo tipo. I tifosi tradizionalisti storceranno il naso, ma ne va del rilancio del club a livello internazionale, se non della addirittura della sua sopravvivenza”.

Di esempi potremmo farne a decine, e anzi abbiamo scelto due tra i casi più nobili, ma parlare di “unica strada possibile” o di “sopravvivenza” è emblematico dei termini della questione: come si può pensare che un tedesco con il suo modello sia la sola strada per tornare competitivi? Eppure il Milan dovrebbe saperlo, si vince anche di Capello e non solo di Sacchi (idolo non a caso del buon Ralph). Anzi soprattutto di Capello, considerate le rispettive carriere. Il calcio è una cosa semplice e allo stesso complessa, vive spesso di momenti, di incastri, di quelle che gli anglofoni chiamano sliding doors: la programmazione è certamente importante ma intanto non è tutto, e poi non ne esiste un solo modello.

 

 

Il Milan sta sorprendendo tutti proprio perché comanda di retroguardia e non di avanguardia, senza rivoluzioni ma seguendo la via del più bieco riformismo socialdemocratico, per non dire democristiano. Sarà allora che noi Italiani siamo esterofili a parole ma spudoratamente conservatori nei fatti, ottusi e non aperti al cambiamento, anarchici e insofferenti a professori, ingegneri e secchioni, specie se forestieri. Sarà anche che, come diceva Leo Longanesi, «la rivoluzione in Italia non si può fare perché ci conosciamo tutti». Sarà quel che sarà, l’importante, per il Milan, è essere primo in classifica. Gli avanguardisti esterofili storceranno il naso, ma di mezzo c’è la tradizione italiana. E soprattutto la classifica.