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Estero
22 Giugno

Repubblica Ceca, calma e libertà

Emanuele Meschini

13 articoli
Una nazionale sospesa nel tempo.

Se vogliamo capire la Nazionale della Repubblica Ceca dobbiamo partire da un termine difficilmente traducibile, cruccio di molti letterati che hanno cercato di rendere a parole uno stato mentale fatto di immagini e sensazioni. La parola in questione è pohoda (da leggere pronunciando la h) che indica – per amor di sintesi – uno stato di rilassatezza e tranquillità. Pohoda può essere riferito anche al tempo e alle persone ed è per questo che, al di fuori della lingua ceca, diventa difficile inquadrarne il senso specifico slegato dal contesto.

Infatti pohoda è un’immagine con un suo processo. Pohoda è la fine di una giornata di lavoro (edile) lungo le strade sempre in manutenzione che collegano Moravia e Boemia. Alla fine di questa giornata si torna a casa in una piccolo paesino della Vysočina. La legna verrà tagliata sabato e il prato falciato domenica. Con i doveri domestici già preordinati, si prende una sedia, la si mette in mezzo al giardino, si apre una birra e si inizia a pohodare guardando i daini che corrono in quello che resta dei boschi. 

Dire rilassatezza o tranquillità sarebbe però troppo poco. Bisogna considerare una serie di elementi processuali, per l’appunto, che portano alla stato di pohodezza. Uno dei primi è il lavoro. Tutti in Cechia lavorano. Il lavoro (práce) è uno questione di orgoglio nonché un contrappunto temporale che scandisce il passare delle giornate. Infatti in Cechia sembra ancora esistere – senza voler generalizzare – una divisione netta tra il tempo del lavoro e quello del risposo. Il senso di pohoda nasce proprio dalla pausa meritata rispetto al dovere. Ancor meglio, pohoda è una sorta di zona cuscinetto immaginaria tra la dimensione pubblica del lavoro e quella privata della casa. Tra il dovere e il piacere c’è uno spazio-tempo che viene rubato e goduto, possibilmente, facendo correre lo sguardo il più a lungo possibile su quelle radure verdi intervallate qua e là dalla cromia gialla della coltivazione dei campi di colza.



Perché pohoda è anche questo, è un riposo meritato rigenerativo, silenzioso. Non è ozio perché prevede sempre una parte attiva. È parafrasando Milan Kundera, uno dei più grandi scrittori cechi, il ristoro dell’insostenibile leggerezza dell’essere. Usare questa metafora inserendola nella regione della Vysočina, regione bellissima che potrebbe ricordare la nostra Umbria, non deve sembrare un paragone di colore né tanto meno un’indicazione turistica sullo stile delle guide Lonely Planets, bensì è estremamente funzionale a capire la pohodezza della Nazionale, dal momento che il giocatore più forte viene propio da quella regione e con essa ha conservato un legame profondo: Tomáš Souček.

Tomáš Souček è nato il 27 febbraio ad Havlíčkův Brod, cittadina di 24 000 mila abitanti e sede dello Slovan Havlíčkův Brod che milita nella 4° categoria (girone Moravia-Slesia) e con il quale proprio Tomáš ha iniziato nelle giovanili prima di passare allo Slavia Praga e nel gennaio del 2020 al West Ham. Lui che alla prima stagione da titolare in Premier League, dopo il goal decisivo contro l’Everton di Ancelotti (1 gennaio 2021), ha detto di non essere abituato a giocare a gennaio e che quello è il momento per stare con la famiglia e mangiare insalata di patate. E lo ha detto nell’intervista post partita. Come per dire….dove vola il primo pensiero. In questa sua prima stagione completa, Souček insieme al connazionale Vladimír Coufal, terzino destro, ha contribuito con 10 goal in 38 partite al ritorno degli Hammers in Europa (e questa volta passando dai gironi e non dai temutissimi turni di qualificazione che nelle ultime due edizioni – 2015/2016 e 2016/2017 – hanno visto gli Hammers eliminati sempre dai rumeni dell’Astra Giurgiu)

Se di questa semi nouvelle vague del cacio ceco – in realtà ancora non si è compiuto un vero e completo ricambio generazionale ruolo per ruolo – Souček rappresenta la punta di diamante, è il sentimento di pohodezza a contraddistinguere (in gran parte) il calcio ceco. Dal 2018 la nazionale è allenata da Jaroslav Šilhavý, ex difensore tra le altre di Slavia Praga, Skoda Plzeň (quella che ora conosciamo come Viktoria Plzeň) e FK Union Cheb (la squadra della città di natale di Nedved e quella dove ha iniziato a muovere i primi passi calcistici). Šilhavý prima di diventare il ct della Nazionale ha vinto, da allenatore di club, il titolo con lo Slovan Liberec e lo Slavia. 



Šilhavý ha guidato i suoi ragazzi alla qualificazione di Euro2020 arrivando secondo in un girone che comprendeva Inghilterra (battuta 2-1 al ritorno dopo la cinquina subita all’andata, ovvero, la peggiore sconfitta di sempre della sua giovane storia), Kosovo, Bulgaria e Montenegro. Propio l’Inghilterra, che la Cechia ritrova nel suo girone insieme a Croazia e Scozia, sembra essere nel destino calcistico della nazione.

Nel 1996 infatti, a soli 3 anni dalla separazione dalla Slovacchia, la prima nazionale della Repubblica Ceca guadagnò la finale contro la Germania in uno degli europei più iconici di sempre. Nessuno se li aspettava e Nedved e compagni – la generazione d’oro che ha poi conquistato anche la semifinale di Euro 2004 – del resto non vedevano in quella competizione un lavoro o un dovere. Così, sono arrivati con una calma genialità (il goal di Karel Poborský contro il Portogallo né è un esempio) ad un passo dalla gloria.

Gloria invece conquistata nel 1976, come Cecoslovacchia, grazie al rigore decisivo di Antonin “Tonda” Panenka che, in finale contro la Germania dell’Ovest, dopo che i tempi regolamentari si erano chiusi sul 2-2, inventò il goal alla Panenka, vale a dire quello che per italica tradizione culinaria abbiamo ribattezzato “cucchiaio”. Tonda Panenka, l’eroe che non ti aspetti, una carriera dedicata ai canguri di Praga, ovvero i Bohemians, che adottarono questo esotico simbolo dopo una tournée in Australia nel 1926 dalla quale tornarono, per l’appunto, con due canguri. 



La pohodezza, è anche questo. Essere lontani dal mondo del dovere essere. Il calcio ceco rispetto alla logica dei campionati top five d’Europa è lontano da dinamiche ultra competitive e finanziariamente gonfiate. Addirittura dalla prossima stagione (2021/2022) la Fortuna Liga tornerà a 16 squadre e non saranno previste partite il lunedì e il venerdì. Si potrebbe dire che il calcio ceco sia composto da tutte le sue storie “minori”. Sono proprio queste storie che, lette tutte insieme, danno un quadro d’insieme irriducibile ad una logica di mercato che sacrifichi la stessa idea di calcio come momento di pohoda. In quest’ottica vedere giocare il České Budějovice – squadra dell’omonima città dove è nata la Budweiser – nel suo piccolo stadio Strelecky Ostrov con la vecchia torre dell’acqua che si erge solitaria, fa capire come il calcio viva e si modifichi in questo contesto. 

La pohoda calcistica, durante la pandemia, è ciò che ha portato i tifosi del Bohemians a prendere le loro scale da lavoro o attrezzarsi con mezzi di fortuna (due scale con una trave di legno in mezzo per creare una “comoda” seduta per tre), per vedere la partita fuori dal piccolo stadio Dolicek. Štafle – dal ceco scala – è stata l’apertura di uno spazio diverso, libero senza bisogno di permessi o grandi celebrazioni. Se la nazionale riuscirà a giocare in pohodezza, come fosse sul campo del České Budějovice immaginando i suoi tifosi in piedi su scale di fortuna, saprà offrire un calcio interessante, non canonicamente estetico, lontano dalla giocata fine a se stessa, ma sempre pronto a inventarsi l’inaspettato. Chiedere a Schick per credere.

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