José Mourinho ha sempre mostrato il sangue freddo tipico dei rettili e, come loro, ha capito di dover cambiare pelle per sopravvivere. La versione da Red Devil del tecnico portoghese è di quelle che avremmo faticato a credere: il cinismo offensivo ha lasciato il posto all’estro del suo reparto avanzato, il vecchio Mou è stato sostituito da uno nuovo che lo stesso allenatore fatica a comprendere. Poche le certezze che ha tenuto con sé. Su tutte, il suo modo di stare al mondo. Quando il 23 ottobre lo United cadde sotto i colpi del Chelsea, lo Special One andò a pretendere rispetto da Antonio Conte. Da quel giorno è cambiato tutto, tranne una classifica che vede i rossi molto lontani dalla vetta (ma molto meno dalla quarta posizione). Nell’immediato futuro l’obiettivo del Man Utd è qualificarsi in Champions League; che questo avvenga tramite la Premier League o grazie alla vittoria dell’Europa League non fa differenza, l’importante è tornare nell’Europa ‘che conta’. Ottenuto o meno l’obiettivo, Mourinho sarà di fronte alla sua più grande sfida professionale: costruire uno United a sua immagine e somiglianza. Ma prima ancora, un dilemma da risolvere: cosa vede Mourinho quando si guarda allo specchio? Il suo futuro è dello stesso colore che ha il presente: rosso. Il percorso che ha intrapreso non sarà portato a termine neanche se dovesse arrivare la vittoria dell’Europa League: il Manchester United punta sul portoghese e lo farà almeno per la prossima stagione. L’obiettivo, neanche troppo velato, è quello di tornare a vincere la Premier League dopo la disastrosa esperienza con Moyes e quella con alti e bassi di Van Gaal, a cui Mou deve molto dal punto di vista tattico ed umano. Ad inizio stagione in molti si sarebbero aspettati un duello alla pari tra United, City e Chelsea. Antonio Conte ha però spazzato via la concorrenza e l’avvio incerto dei Red Devils ha fatto il resto. Un anno di rodaggio era forse ipotizzabile, ma senza dubbio la prossima stagione il Manchester United dovrà competere fino alla fine per il successo finale, cercando di arrivare il più in fondo possibile in Champions League (qualora la squadra riuscisse ad ottenere la qualificazione al termine di questa stagione).

Mourinho alla sua prima vittoria in Champions League, col Porto (2003/04)

José Mourinho e la favola Porto (2003/04)

Per nutrire tale ambizioni, però, sarà necessario modificare la rosa, cambiando diversi tasselli che quest’anno non hanno reso al meglio. Le certezze sarebbero De Gea e Ibrahimovic ma è doveroso utilizzare il condizionale, essendo il primo in orbita Real Madrid (ormai da un po’), il secondo nel mirino della MLS. Il resto è tutto – potenzialmente – migliorabile: in difesa la coppia Bailly-Smalling non ha convinto del tutto e molto probabilmente arriverà un centrale in grado di giocarsi il ruolo da titolare con i due sopra citati. Valencia continuerà a coprire la fascia di destra mentre a sinistra serve urgentemente un rincalzo, con Rojo che può essere adattato non essendo un terzino naturale. A centrocampo Pogba ed Herrera hanno trovato un compagno perfetto in Carrick ma ormai l’inglese non è più così giovane ed acquistare un mediano di alto livello permetterebbe un grande salto di qualità. Rooney sembra aver accettato il ruolo di dodicesimo di lusso, mentre la trequarti ha bisogno di migliorie: il posto sulla destra è saldamente occupato da Mkhitaryan mentre a sinistra Mata si è ritagliato una fetta importante dello spazio totale a disposizione. Martial e Lingaard non sembrano convincere a pieno Mourinho. Qualora la dirigenza dovesse attrezzarsi per dare al tecnico portoghese una squadra con i presupposti di cui sopra, ad Old Trafford potrebbero decisamente divertirsi nella prossima stagione. Sopravvivere per vivere il calcio o vivere il calcio per sopravvivere? Il cervello di Mourinho è un cubo di Rubik che invece di essere 3×3 è 12×12; egli stesso è vittima della sua genialità. La sua ‘femme fatale‘ resta sempre il pallone: vivere e vivere il calcio si fondono come in simbiosi dentro di lui e lo rendono molto più umano e impulsivo di quanto la sua calma piatta e la capigliatura ordinata vogliano mostrare; d’altronde non si può restare impassibili di fronte a questo sport, men che meno se il sangue che ti scorre nelle vene è latino. Mou lo vive con passione, da tifoso. Ha provato ad allontanarsi emotivamente dal calcio, ma il suo è un sentimento incontrollabile, viscerale, che supera anche la dialettica da conferenza stampa, teatro dove ingannare la platea. Quando ha deciso di accettare l’offerta del Manchester United, Mourinho ha cercato dentro sé stesso cosa cambiare dopo l’annata negativa a Stamford Bridge e la creatura che è uscita fuori dalla sua pancia è diversa da quella che ha iniziato il viaggio interiore. Ha ricucito un rapporto che sembrava ormai al limite dell’umano con Juan Mata, il quale lo ha ricompensato con una stagione di livello assoluto; ha ritrovato l’amore per Zlatan Ibrahimovic che da buon romanticone non ha potuto far altro che ricambiare questa forma platonica d’affetto; ha mostrato a Pogba i suoi limiti e lo ha reso un giocatore nuovo, magari meno travolgente ma sicuramente più intelligente. Questa nuova figura del lusitano è meravigliosa. Il tecnico portoghese è nato e morirà sfidando costantemente il limite. Non può farne a meno, è un vincente ed insegue il suo scopo in maniera quasi ossessiva. Manchester è solo l’ennesima sfida che il fato gli ha riservato e Mourinho, ovviamente, non si è tirato indietro. Questa volta però l’asticella della difficoltà si è alzata sensibilmente ed egli se ne è reso conto subito: l’illusione che la stagione potesse essere un trionfo come il Community Shield (2-1 al Leicester, con rete decisiva di Ibrahimovic allo scadere) non ha mai sfiorato la mente esperta del manager lusitano. Dopo aver alzato il primo trofeo stagionale (per ora sono due) lo Special One ha capito che riportare i Diavoli Rossi nelle zone alte della classifica sarebbe stata comunque un’impresa. Ben presto colpito dal fuoco dei mass media, Mou ha dovuto rispondere in prima persona alla carenza di risultati raccolti dalla sua squadra – 15 punti dopo 10 partite di campionato e ottavo posto. Dalla sconfitta per 4-0 contro il Chelsea è iniziato il viaggio introspettivo da cui Mou è uscito cambiato, senza mai perdere lo sguardo alla vittoria. Dopo il brutto scivolone con i Blues lo United non ha più perso in campionato ed ha creato una streak di imbattibilità in Premier League che va avanti da 22 partite.

Ibrahimovic esulta alzando la sua prima League Cup

Ibrahimovic esulta alzando la sua prima League Cup

Portogallo, Pessoa e ‘orgulho‘. Il legame con il paese lusitano è da sempre motivo d’orgoglio per Mourinho, che ha più volte dichiarato la sua volontà di allenare la nazionale. Nel 2011 fu stilata una lista delle 100 personalità portoghesi più importanti per la storia del paese: all’interno di questo elenco erano molto pochi gli sportivi e solo due quelli in attività: Cristiano Ronaldo e, ovviamente, José Mourinho. In patria è venerato quasi come una divinità: “Al Porto c’era Dio e sotto di lui io“. Il tecnico del Manchester United è un fine ammiratore di uno dei massimi scrittori della sua terra natìa, Fernando Pessoa. Dallo scrittore ha ripreso l’orgoglio e tante massime di vita che non sono riproducibili in un unico testo:

“Mai l’altrui volontà, per quanto gradita,
fai tua. Comanda su quello che fai,
mai schiavo neppure di te stesso.
Nessuno ti dice chi sei. Tu, non cambiare.
Il tuo intimo destino involontario
realizza alto. Sii figlio tuo”.
– Pessoa, Odi

Di questi pochi versi Mourinho ne ha fatto la sua personale Bibbia. Non è mai cambiato, né tatticamente né spiritualmente. Tornato dal viaggio ha mostrato al mondo un lato di sé che neanch’egli conosceva, pur essendo con lui da sempre. Inizialmente la convivenza è stata complicata, ma fattoci il callo José ne è uscito rinvigorito. Ha trasmesso questa nuova energia alla squadra, compatta intorno al suo leader naturale. I fischi dell’Old Trafford si sono trasformati in applausi fragorosi e i cori a favore del manager dei Red Devils accompagnano la squadra durante il match. José Mourinho ha ascoltato i suoi demoni interiori e ha guardato la sua immagine allo specchio. I capelli iniziano a diventare bianchi, il bomber ha preso il posto della giacca nelle gare invernali, ma il fuoco nei suoi occhi arde come quando si sedette in panchina per la prima volta. Predatore e mai preda, è tornato lo Special One.