Il ritornello per cui saremmo noi ad “avere bisogno di calcio”, e lo diciamo contro il nostro stesso interesse, sta iniziando a diventare nauseante. Propinato in tutte le salse, dai dirigenti italiani ed internazionali delle maggiori federazioni sportive, si ripete pressoché sempre uguale:

“Il calcio riporterebbe nelle case dei tifosi emozioni e gioia di cui hanno disperatamente bisogno” (Aleksander Ceferin, presidente UEFA, da un’intervista del Corriere della Sera)

 

Chiariamo subito, non stiamo affermando qui che il calcio non debba ripartire, non è questo il punto. Certo, nelle ultime settimane moltissimi di noi hanno capito quanto la gigantesca macchina del pallone non fosse un elemento essenziale delle nostre vite. Non parliamo del legame con la squadra del cuore, ma del sistema-calcio in generale per come era strutturato. Si dice d’altronde, e con tutte le ragioni del caso, che «la guerra elimina il superfluo»: certamente questa non è stata una guerra, ma ci ha comunque dato la possibilità di riflettere sui nostri stili di vita.

 

 

Alla maggior parte di noi non mancano, in realtà, gli incontri con i “conoscenti”, le chiacchiere vuote davanti ad un cocktail o le serate in discoteca. Sentiamo invece la mancanza delle birre con gli amici veri, dei discorsi più o meno profondi ma sentiti, dei baci e degli abbracci, insomma delle attività essenziali. Così con il calcio: possiamo rimpiangere la nostra squadra – e nemmeno sempre – ma difficilmente patiamo per lo stop alla produzione dell’industria calcistica, un modello ormai bulimico, drogato e autoreferenziale.

 

 

Lunedì: Monday night di Premier e (a volte) posticipo di Serie A;

 

Martedì: Champions League;

 

Mercoledì: Champions League;

 

Giovedì: Europa League;

 

Venerdì: Anticipo di Bundesliga, anticipo di Serie A (a volte) e forse di Ligue 1 (boh, chi se la vede);

 

Sabato: Anticipi di Serie A, tanta Premier, Bundes etc;

 

Domenica: 4-5-6 partite di Serie A, quel che rimane degli altri campionati;

 

 

Questo il mondo a cui eravamo abituati, e che onestamente non rimpiangiamo per nulla. Un paradigma folle; un treno lanciato a tutta velocità e incapace di fermarsi, una bolla artificiale alimentata da diritti televisivi e sponsor, e destinata a gonfiarsi sempre di più per continuare ad esistere. Embè, saremmo noi ad avere bisogno di calcio?? Per favore, risparmiateci la morale, non siamo di quei forcaioli che pretenderebbero la vostra testa su una picca. Finitela di rivolgervi a noi con questo linguaggio bambinesco, come se fossimo ragazzini di 8 anni, dai politici ai dirigenti: siate onesti e vedrete che, da parte nostra, saremo anche più ragionevoli e comprensivi.

 

All you can eat, la definizione rende bene

 

 

Diteci chiaramente che siete voi ad avere bisogno del calcio. Non voi intesi come Ceferin o Gravina (anche), ma soprattutto il modello che rappresentate: c’è bisogno che si torni a giocare, semplicemente, per non rischiare che venga giù il castello di carte, che scoppi la bolla. I club hanno “disperato bisogno  degli introiti delle pay tv perché, se queste ultime non dovessero più pompare milioni, molte società farebbero una brutta fine. Così dovreste parlarci: «siamo su una giostra da cui non possiamo scendere, che non si può fermare». Ecco i termini della questione, del tutto legittimi.

 

 

Come sapete noi abbiamo più volte preso posizione contro questo modello scellerato, non solo per le implicazioni etiche ma anche per la mancanza di visione e prospettiva – ripetiamo, è un sistema alla lunga insostenibile, destinato a rimanere schiacciato, prima o dopo, sotto il peso delle sue contraddizioni. Ma non è questo il punto: saremmo invece i primi ad “assolvere” un dirigente sincero che ci esponga con chiarezza i termini della questione. Sappiamo che un funzionario vale l’altro, che un Ceferin vale l’altro.

 

“Chi invoca oggi l’annullamento della stagione non vuole bene né al calcio, né agli italiani togliendo la speranza di futuro e ripartenza”. (Gabriele Gravina, presidente della FIGC)

 

Il problema è l’ipocrisia nauseabonda che ci costringete a sopportare, chiamandoci in causa e trovando l’alibi perfetto; come se fossimo noi ad avere bisogno del pallone, e non voi! Chi vuole fermare il calcio toglie la speranza di futuro. Meglio sorvolare ma chiedere: se non ci fossero in ballo gli ovvi interessi dei signori del pallone, vi preoccupereste ugualmente di far ripartire il calcio? Dei nostri “bisogni”?

 

 

Sì perché state delineando un mondo idilliaco ma tragicamente lontano, in cui lo scopo principale del pallone è il piacere degli appassionati; e, nel farlo, vi proponete pure come capipopolo della riscossa per il “ritorno alla normalità”. È questo che ci rimane francamente indigesto.

 

 

Se normalità vuol dire partite tutti i giorni e a qualsiasi orario, sistema fondato sulle iniezioni dei diritti televisivi, decine di società minori che ogni anno scompaiono o falliscono, cartellini dei giocatori moralmente offensivi, commissioni stellari ai banditi procuratori; se ancora normalità significa finanza, quotazioni in borsa, sponsor milionari e stadi senza tifosi, beh il vostro calcio potete anche tenervelo. Bloccate tutto se ne avete il coraggio, e vi assicuriamo una bella cosa: a versare lacrime amare e disperate sarete voi, non certo noi.