Sono passati ormai più di tre anni dalla storica sconfitta della Seleção (7-1) contro la Germania campione del mondo di Joachim Löw. I media brasiliani si sono a lungo interrogati chiedendosi quale fosse la peggior umiliazione della storia calcistica verdeoro, se quella subita dai tedeschi o quella, datata 16 luglio 1950, subita dall’Uruguay al Maracanã di Rio de Janeiro, per 1-2 (in finale). C’è però una differenza sostanziale tra i due (nefasti) eventi. La sconfitta contro l’Uruguay, di fronte a quasi 200.000 spettatori (record tuttora imbattuto in una partita di calcio), ha prestato il proprio nome all’evento storico (Maracanazo) che, da quel momento in avanti, “ha coniato” ogni altra tragedia sportiva. Una prima e incolmabile differenza tra i due eventi risiede nella precedenza temporale e storica dell’uno rispetto all’altro, ma non si tratta di sole date. Le aspettative su quel Brasile erano ben altre rispetto a quelle riposte su David Luiz e compagni, più di mezzo secolo dopo. Quel Brasile aveva infatti vinto tutte le partite con un punteggio minimo di 5 reti ad 1. La finale di quel mondiale era così pronosticabile da potersi trasformare, cosa che infatti accadde, in un incubo senza tempo. Questo Brasile (quello del 2014, s’intende) si è salvato dal lutto nazionale col paraurti del precedente storico. Da una parte il miglior Brasile di sempre (dopo quello, meraviglioso, del 1970), dall’altra uno dei peggiori – ne è specchio fedele il profumo di “miracolo” per il raggiungimento della semifinale (già troppo), frutto in parte delle giocate dei singoli (Neymar su tutti) e in parte del calore della gente brasiliana, che ospitava il mondiale.

Maracanazo

Alcides Ghiggia esulta dopo lo storico gol dell’1-2 uruguagio

Ma ancor più delle statistiche, dei numeri e delle ricorrenze nefaste, s’impongono le sensazioni. Alla vigilia del Maracanazo il sindaco di Rio de Janeiro pronunciava queste parole ai propri giocatori – e con loro, le lanciava alla propria gente:

“Voi, giocatori, che in poco meno di due ore verrete onorati come campioni da milioni di compatrioti, voi, che non avete rivali nell’intero emisfero. Voi, che supererete ogni altro avversario. Voi, che io già saluto come vincitori”.

Ecco che cosa è la nazionale brasiliana di calcio per i brasiliani. E non solo per quei brasiliani che vivono il calcio tutto l’anno, che lo seguono da appassionati o da intenditori del mestiere (che poi è la stessa cosa). Non solo per i giocatori, che hanno un peso tanto grande quanto è l’onore di indossare la maglia verdeoro. “Non solo per”, ma per tutti. Ogni brasiliano, sindaco incluso, sente la potenza e la pressione dell’evento calcistico, perché il Brasile è il calcio. Gli inglesi lo hanno inventato, i brasiliani lo hanno saputo giocare come nessun altro nella storia. Non si tratta, qui, di un discorso solamente tecnico-tattico. Dal “Calcio Totale” degli olandesi al Barcellona di Guardiola, passando per il Milan di Sacchi, c’è senz’altro stato chi ha saputo mettere in pratica un calcio, al contempo, bello ed efficace. Qui si tratta piuttosto di un fatto ereditario. Non arriviamo al punto limite di affermare che il calcio è il Brasile, ma affermiamo senza timori che il Brasile è il calcio. Una nazione intera, meglio ancora un intero popolo; il mondiale di calcio è in Brasile l’evento più importante. Capita ogni quattro anni. Le opzioni si riducono a due: o gloria o lacrime. Il Brasile ha vinto per cinque volte il titolo più ambito al mondo. E’ la squadra nazionale ad averne vinti di più, ma l’ultimo risale al 2002, sedici anni fa. Un’eternità. Come dal Maracanazo, così dal 7-1 teutonico; il Brasile ne è risorto più forte che mai. L’allenatore, Tite, è stato l’artefice di un girone di qualificazioni praticamente perfetto. La rinascita è passata dall’Olimpiade vinta nel 2016. Si sono visti lampi di joga bonito, di vero Brasile. E il suo condottiero, Neymar, è ora abbastanza maturo da poter guidare fedelmente la propria armata. Il Brasile, sentenziando, è la favorita al prossimo mondiale.

Neymar con la medaglia d'oro delle olimpiadi stretta tra i denti

Neymar stringe tra i denti la medaglia d’oro delle Olimpiadi

Ha dichiarato Matthew Lorenzo, da noi recentemente intervistato a proposito della recente disfatta azzurra:

“La mancata qualificazione dell’Italia è un esempio di quanto sia importante un allenatore per una nazionale. Il loro declino sotto Giampiero Ventura è stato drammatico e ha mostrato quanto possa essere sottile la linea che divide una squadra coesa da una disorganizzata. Il Brasile è una delle favorite per il mondiale, ma la loro rinascita ha preso una traiettoria opposta a quella dell’Italia. Il 7-1 subito dalla Germania è stato una tragedia nazionale ma, guidati da un nuovo allenatore – Tite – i brasiliani sono riusciti a qualificarsi senza problemi e saranno la squadra da battere a Russia 2018”.

Non c’è da stupirsi, allora, se la scalata del Brasile, che vogliamo dettata anche e soprattutto dall’incredibile talento dei giocatori in rosa, passi dalle abili mani (e dall’abile mente) del proprio allenatore. L’accusa che Ventura (ma prima di lui già Antonio Conte) ha più volte scagliato contro il sistema calcio italiano è quella di un riguardo limitato – per non dire inesistente – che i club, in accordo con la FIGC e la Lega Calcio, riserverebbero al “tempo” da spendere (per i giocatori) con la nazionale azzurra. Gli interessi dei club vengono prima. E’ la solita storia, ma è una storia che a lungo andare stona. La verità è che il grande allenatore – quale Ventura non si è rivelato, ahinoi – non è quello che fa lavorare i propri giocatori, specie con un tempo così breve, all’attuazione perfetta del proprio calcio (attraverso il proprio modulo, disfatta in Spagna docet), ma quello che riesce a far incontrare i giocatori a disposizione con un‘idea di calcio. Un compromesso, un “venirsi incontro” che Tite (da pronunciarsi “Cheechee”) ha saputo, fin da subito, mettere in pratica.

 

E’ pur vero che l’ex allenatore, tra le altre, del Corinthians, arrivato ormai al cinquantaseiesimo anno di età, ha “dovuto” gestire un gruppo di potenziali cracque, come vengono chiamati in Brasile fuoriclasse del calibro di Neymar, Coutinho e Gabriel Jesus. Un reparto offensivo da far paura, un credo semplice ma efficace. “Ciò che mi affascina di più è il Brasile del 1982. Quella squadra giocava quasi senza pensare,” ha affermato Tite. “Era impressionante. Falcao, Socrates, Cerezo e Zico. Li guardavo muoversi e pensavo quanto fosse meraviglioso giocare a calcio”. Non avrà voluto (di certo) paragonare questi fuoriclasse a quelli, ancora in fase di maturazione, che lui stesso ha avuto a disposizione dal giugno del 2016. Eppure il Brasile di Tite, nel solo girone di qualificazione (girone peraltro non proprio facilissimo) ha ottenuto dodici vittorie e due pareggi, senza mai perdere. L’unica sconfitta sotto la sua guida tecnica è arrivata con l’Argentina, ma si trattava di un’amichevole. Tite ha avuto la pazienza di aspettare. Per due volte vicinissimo alla panchina brasiliana, era stato scalzato prima da Scolari e poi da Dunga – in entrambi in casi non andò troppo bene. La federazione brasiliana ha però saputo imparare dagli errori del passato, scegliendo un tecnico la cui fama (vuoi come allenatore, vuoi come giocatore) si poneva a metà tra lo sconosciuto e il celebre. Ora il Brasile lo ama, ed è con lui. Brasile nazione e Brasile squadra. A partire dai fuoriclasse e dai senatori. Tite non vuole una squadra che giochi un calcio perfetto, a quello ci pensano già gli undici che vanno in campo. Vuole, questo sì, una squadra che ricordi quanto conta (in ogni momento) la Seleção. Tite non è, d’altro canto, un semplice “psicologo”. Il suo lavoro gli toglie dalle 6 alle 12 ore al giorno; dallo studio delle specifiche situazioni tattiche al miglioramento dei singoli attraverso filmati di nazionale e – qui sta la grande novità – di club. Adenor Leonardo Bacchi, nome completo di “Cheechee”, invia quotidianamente video analitici ai propri giocatori via Whatsapp. La sua ricerca non è volta alla perfezione, ma al miglioramento. E se una squadra così la “vai migliorando” (vedasi l’incredibile lavoro svolto su Paulinho, vero jolly del Barcellona di Valverde), non rimane che divertirsi.

11, 10 e 9. Il tridente da sogni del Brasile di Tite

11, 10 e 9. Il tridente da sogno del Brasile di Tite

Dai portieri (Ederson ed Alisson) alla difesa, passando per i terzini (uno, Marcelo, il più forte al mondo) e il centrocampo (su tutti Casemiro), fino ad arrivare all’attacco, prolifico, spettacolare e oltre modo fenomenale; il Brasile di Tite manca solo di riserve forti tanto quanto i titolari. A differenza di squadre come la Spagna o la Germania, ma mettiamoci anche l’Argentina, i verdeoro basano tutta la loro forza ed efficacia sui blocchi di partenza. La sensazione, in ogni caso, è che un Brasile così forte non si vedesse dai tempi dei vari Ronaldo e Kakà, Dida e Cafù, Gilberto Silva e Ronaldinho, in una parola; un Brasile così non si vedeva dall’ultimo Brasile campione del mondo nel 2002. Quello di oggi è un Brasile senz’altro diverso, forse non così forte come quello pentastellato, ma comunque fortissimo. Soprattutto in un interprete che, vuoi per una fortunata strategia di marketing, vuoi per un segno del destino particolare, ha voluto rimarcare il passato di quel Brasile per renderlo attuale; Neymar Jr. E’ lui la luce, il faro, il fenomeno. Non paragonabile, realisticamente parlando, a quel Fenomeno con la “effe” maiuscola, che stabilì in quella competizione il record di gol segnati in un mondiale. Ma intanto ci ha pensato il destino (e con questo la Nike, sponsor ufficiale di Neymar, come lo fu di Ronaldo): uno scarpino personalizzato, esclusivo di Neymar Jr., dedicato al Fenomeno. Neymar lo sta indossando per le gare del PSG; lo indosserà – con ogni probabilità – anche al mondiale di Russia 2018. Nel 2002 Ronaldo passava dall’Inter al Real Madrid. Nella scorsa estate Neymar è passato dal Barcellona al Paris Saint-Germain. Un percorso inverso, una scelta diversa. Per Ronaldo si trattò di allontanarsi dalla casa paterna (l’Inter) che lo aveva reso davvero grande, per cercare se stesso in una squadra tanto stellare e ricca di talenti da passare alla storia come “Los Galacticos”. In breve, Ronaldo divenne un fenomeno tra i fenomeni, Neymar, al contrario, è fuggito dai fenomeni (e da quel fenomeno così grande da esser definito alieno, Lionel Messi) per trovare in se stesso il fenomeno tra i fenomeni. Una scelta senz’altro economica, ma non solo. Neymar è oggi capitano del Brasile, numero 10, e con un peso enorme sulle spalle. Un peso che solo i migliori possono gravarsi, il peso di rendere fiero un intero popolo. Ronaldo nel 2002 aveva 26 anni. Neymar nel 2018 ne compirà 26. Magari è solo una coincidenza. O forse è la Provvidenza che fa risorgere dalle ceneri.

SITOGRAFIA
These Football Times
The Guardian