Atto terzo della rubrica Maestri, l’appuntamento più culturale del giornalismo sportivo nostrano. Oggi proprio per questo vi chiediamo uno sforzo di attenzione e di interpretazione, poiché andiamo ad ingarbugliarci nel fitto e complesso pensiero di Marc Augé, un grande antropologo, filosofo e scrittore francese. In questo capitolo intitolato “Un rituale espiatorio”, e tratto dal libro che è tutto un programma “Football. Il calcio come fenomeno religioso”, l’autore sviluppa un parallelismo tra le forme rituali, le rappresentazioni religiose e i sentimenti delle masse di individui che si appassionano al pallone trascendendo l’individualità. Partendo da fine ‘800, e dal timore che lo sport-spettacolo in Inghilterra potesse essere sintomo di decadenza e degenerazione, Augé arriva fino ai giorni nostri, inglobando nel pallone la questione operaia nel calcio e il trionfo delle televisioni. La lettura è la più complessa tra quelle finora proposte, ma gli spunti sono diversi, attuali – seppur lontani nel tempo -, e decisamente stimolanti.

 


 

Un rituale espiatorio

 

In definitiva, non bisognerebbe forse domandarsi se la dimensione spettacolare dello sport non sia espressione della sua ambivalenza e fondamento della sua natura religiosa? È assai evidente che l’ideale elitario forgiato a Eton e realizzato nelle campagne dell’esercito delle Indie non poteva riguardare l’insieme dei cinquantamila spettatori che, già nel 1897, assistevano alla finale della coppa d’Inghilterra. A tal proposito, vediamo capovolgersi i punti di vista e mutare le opinioni. Più precisamente, dopo la guerra boera, i pensatori imperialisti (Kipling in testa, nel suo articolo sul Times del 1902) denunciano piuttosto lo sport-spettacolo come simbolo di decadenza e di impotenza di fronte alle minacce della Germania e alle necessità della produttività industriale. I teorici dello sport avevano sempre pensato alle virtù individuali, a una disciplina dei corpi, ma il successo dello sport in quanto spettacolo li ha messi davanti a delle realtà sociologiche di tutt’altra ampiezza, a una dimensione di cui non avevano né previsto l’avvento né supposto l’esistenza.

 

Da qui probabilmente nascono quei commenti, per metà ammirati e per metà preoccupati, che si ritrovano in un certo numero di giornali rispetto al flusso relativamente tranquillo delle immense folle che escono dagli stadi alla fine delle partite. Forza incanalata sì, ma comunque una forza e talvolta cosciente di se stessa. Certo, il club riconosce i suoi tifosi e questi vi si identificano; negli anni Novanta l’Inghilterra era a conoscenza di questi scontri tra tifosi cantati e scanditi tra i due campi, che la televisione ha reso oggi familiari ai profani. «Verdi, olé!». «Olé, olé, olé Saint-Étienne!» (sull’aria dell’Ave Maria), «Abbiamo vinto!»: la designazione totemica, il fervore religioso e l’identificazione metonimica al gruppo non hanno né guadagnato né perso di intensità dalla finale della coppa d’Inghilterra nel 1891; a quell’epoca era già frequente l’abitudine di portare cartelli con i colori del club e cantare cori di sfida prima dell’inizio della partita: «We’ve won the cup before – many a time», cantavano in ritornello i tifosi del Blackburn Rovers a quelli del Notts County, i quali indirizzavano loro di rimando ingiurie e battute canzonatorie.

 

Tuttavia questa «alienazione» è relativa. In accordo almeno sulla pianificazione dello spettacolo (il cui nocciolo resta evidentemente la partita stessa), i cori si sentono generalmente in alternanza e non si coprono quasi per niente. Ci permettiamo una confessione più moderna; c’è, mi sembra, un certo umorismo nell’atteggiamento di molti tifosi, perlomeno tra gli spettatori, durante gli incontri; probabilmente sono troppo sensibile alla versatilità del pubblico parigino di cui si sa che, all’occorrenza, volta le spalle ai suoi beniamini se questi lo deludono; ma tale attitudine appassionata e beffarda ricorda il misto di attenzione, passione e disinvoltura che a volte mi è parso accompagnare il compimento di alcuni rituali in Africa. Per arrivare al punto, una certa complicità unisce gli spettatori. Senza dubbio essa relativizza l’importanza degli altri fenomeni d’identificazione e Tony Mason ha delle buone ragioni per suggerire che se il calcio ha potuto contribuire a smorzare le tensione di classe, ha nondimeno contributo a diffondere tra gli operai la coscienza di avere in comune dei gusti e degli interessi in larga misura estranei alle classi medie.

 

È su questo punto che la mancanza di informazioni certe si fa sentire: non sappiamo davvero con esattezza chi frequentava e chi frequenta gli stadi. Si potrebbe comunque formulare l’ipotesi che, a partire dalla seconda guerra mondiale, perlomeno in Francia, il pubblico si sia maggiormente diversificato; la frequenza degli incontri e il prezzo dei biglietti impediscono di pensare che il calcio possa essere il passatempo dei soli operai – il che, d’altronde, non è mai stato. Le considerazioni locali giocano evidentemente un ruolo importante in questo ambito – Lens non è Parigi – ma l’importanza della televisione relativizza in ogni caso, e in modo schiacciante, quella delle differenze locali: lo spettacolo del calcio è diventato di dominio pubblico e non può più apparire destinato a un gruppo particolare che, secondo i punti di vista, vi ritroverebbe l’immagine della sua propria coesione o lo specchio della sua alienazione.

 

 

In questo il calcio funziona ancora come un fenomeno religioso. Per concludere, si può affermare che il rapporto tra sport di massa e religione non ha niente di metaforico. Il fatto che, a seconda delle circostanze, le sue funzioni sociali possano essere interpretate in modo diverso e anche contraddittorio lo avvicina di per sé al fenomeno religioso. Ma c’è di più. In un breve e brillante articolo («Football as a “Surrogate” religion?», in A Sociological yearbook of religion in Britain, Londra 1975, n.8), Robert W. Coles ha provato a dimostrare come l’analisi durkheimiana degli atteggiamenti e delle pratiche religiose (più importante in questa prospettiva del contenuto ideologico) si applicasse alla realtà sociale del calcio. Il riunirsi di diverse migliaia di individui che provano gli stessi sentimenti e che li esprimono attraverso il ritmo e il canto gli sembrava creare le condizioni per la trascendenza dello psichismo individuale, di una percezione sensibile del sacro analoga a quella che Durkheim riporta a proposito dei riti espiatori australiani.

 

Per il resto Coles ampliava la problematica durkheimiana riducendone, credo, al tempo stesso il campo di applicazione. La questione del significato del rituale per gli attori e, di conseguenza, quella del suo contenuto e delle circostanze della sua celebrazione, in effetti, non gli parevano irrilevanti. Tuttavia rimproverava ad autori come Malinowski o Parsons di aver voluto stabilire a tal proposito delle liste di eventi universali e definitivi appartenenti all’elaborazione rituale (essenzialmente i morti prematuri, le calamità naturali, i cattivi raccolti e, in generale, la buona o la cattiva sorte). Gli sembrava che il calcio dovesse figurare nell’elenco di questi eventi ma, da un lato, doveva essere messo in relazione con i drammatici cambiamenti sociali dell’Inghilterra del XIX secolo e, dall’altro, doveva riguardare in primo luogo i giovani «fan» che, riuniti sulle stesse gradinate, mostrano, attraverso canti, grida e gesti, un fanatismo che rappresenta la loro perdita di speranza e di reali possibilità di realizzazione personale.

 


 

Da “Football. Il calcio come fenomeno religioso” (EDB Edizioni), di Marc Augé.