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Interviste
10 Dicembre

Roberto Beccantini: signori si nasce, giornalisti si diventa

Andrea Antonioli

80 articoli
Intervista a Roberto Beccantini.

Il Novecento è stato il secolo della militanza. Nelle sezioni della politica, certo, ma anche nelle redazioni dei giornali, con gli inviati spediti in giro per l’Italia e per il mondo a testimoniare l’evolversi della storia. Così è stato per Roberto Beccantini, classe 1950, giornalista professionista dal 1972; l’anno prossimo, le sue nozze d’oro con un mestiere tanto affascinante quanto mutevole. In questo mezzo secolo, il Beck ha lavorato gomito a gomito con mostri sacri della narrazione sportiva italiana, scritto per i più importanti giornali (dalla Gazzetta al Corriere, da Tuttosport al Guerin Sportivo), visto e frequentato campioni assoluti che ha anche avuto l’onere di valutare – essendo stato il giurato italiano per il Pallone d’oro.

Con la sua cifra, elegante come un completo classico che non passa mai di moda, Roberto Beccantini ha acuminato la sua penna corsara che continua a deliziarci con approfondimenti e corsivi sempre da gustare. Dopo aver accumulato tanta esperienza e riconoscimenti (come il Premio CONI “Giorgio Tosatti” alla carriera) si gode oggi il rispetto e l’ammirazione di chi trova ancora in lui un riferimento stilistico e umano. Perché, alla fine della fiera, giornalisti si diventa ma gentiluomini si nasce. 


È un grande piacere, dopo cinque anni, ospitarla nuovamente su queste colonne. Cosa è cambiato in questo lustro? C’è che dice che il calcio stia perdendo definitivamente il suo carattere di identità e radicamento, diventando un fenomeno finanziario che si vende sul mercato come spettacolo di intrattenimento. È una posizione così miope e spietata?

A naso, poco. La forza del calcio è di parlare alle pance della gente, prima ancora che alle teste. I tifosi del Newcastle col cavolo che si sono ribellati ai soldi arabi, omicidio di Jamal Khashoggi sì o no. Il calcio è sempre stato dei ricchi, solo che ai tempi degli Agnelli e della famiglia Moratti i confini erano meno “onerosi”: anche se sempre profondi. Il Verona, per arrivare allo scudetto del 1985, si svenò. L’epifania di Silvio Berlusconi e l’irruzione dei diritti tv nel Novecento, l’invasione di sceicchi, russi, americani e cinesi nel Duemila hanno prodotto un’accelerata economico-finanziaria che ha spostato gli equilibri e moltiplicato i distacchi, per quanto sopravvivano alcune sacche di resistenza: Montpellier 2012, Leicester 2016, Lilla 2021.

I deliri di Superlega incarnano la goffaggine di un piano Marshall per pochi: nel basket ha attecchito e si chiama Eurolega, l’ipocrisia dilagante spinge a ignorarne le affinità elitarie, la Reyer Venezia ha ricavato zero gettoni da due scudetti, e nell’attuale edizione non figura neppure la Virtus Bologna, campione uscente. Ah, les italiens. Inoltre, le scuole nazionali erano già state sabotate dal meticciato, fenomeno che ha portato alla caduta di un muro, per fortuna, e alla nascita di un barriera, purtroppo: il razzismo. Servono, ovunque, giudici indipendenti, leggi e sanzioni che prescindano dal rango e dal censo degli eventuali colpevoli. L’Italia è un Paese che ha sposato le regole e va a letto con l’eccezione. Si vede, si sente: continuiamo ad avere una classe di dirigenti senza classe

Anche nello sport bisogna combattere la nostalgia fine a se stessa, ma a volte non ha l’impressione che si stia rinunciando all’umanità? Dalle piattaforme di streaming alle proprietà straniere, dallo sport come show alla deriva ultra-analitica e tattica; per non parlare dell’onnipervasività dei social network, con cui gli stessi calciatori in teoria sono a portata di click, in pratica più distanti che mai. Il football, al di là del bene e del male, è forse stanco di essere umano?

Da una parte, Paolo Sorrentino ha scritto: «Uno fa finta che il mondo era meglio prima, ma non è vero, è un alibi, eri tu che eri meglio prima». Dall’altra, William Heat-Moon ammonisce: «Il futuro non è un posto migliore, ma solo un posto diverso». Ecco i paletti dentro i quali la sua domanda si muove. Sono aumentati gli strumenti del sapere, non necessariamente il sapere. Oggi, ci sono molte più tentazioni: materiali, tecnologiche. Stando seduti, si può ordinare una pistola. Nel secolo scorso, il contatto con i giocatori era fisico, non virtuale. E non c’erano addetti che spiavano le interviste, marcavano i taccuini, disarmavano le domande hard. Non è che il calcio sia meno umano. Siamo meno umani noi.  



Lei ha seguito dieci Olimpiadi, nove Mondiali e otto Europei. Cosa le hanno insegnato innanzitutto queste esperienze? E un giornalismo che non riesce più a mandare corrispondenti sul campo, a fare la vera gavetta e “scuola di vita” del mestiere, non rischia di essere un palazzo senza fondamenta? 

Mi ha insegnato la curiosità con la quale cercare di avvincere i lettori; l’amore per tutti gli sport; la volontà di misurarmi, sugli eventi più grandi, con i più grandi giornalisti. La mia gavetta l’ho fatta a Bologna, grazie a un maestro come Gianfranco Civolani, e ne sono orgoglioso. Poi, a nemmeno 20 anni, spiccai il volo per Torino, arruolato da “Tuttosport”. Sezione basket. Ho avuto “un culo della Madonna”, come dicono a Milano. Maturità classica, otto esami di Scienze politiche e subito “articolo uno”. Wow. Il paradosso è che nel periodo storico in cui gli strumenti di formazione-informazione sono esplosi (dalla carta alla tv al web), la “gavetta” non è più il primo passo ma l’unico. Sento e leggo di stipendi da fame, di giovani o non più giovani sistematicamente in stand by. Quando l’unica bussola dovrebbe rimanere la qualità e l’unica direzione un salario decente. 

Per anni è stato il giurato italiano per il Pallone d’oro. Ma posso chiederle come votava? Nel senso, era condizionato dal premiare il miglior giocatore del mondo (scuola Sampaoli per cui «il Pallone d’oro andrebbe ogni anno a Messi») o cercava di valorizzare la stagione basandosi anche sui risultati? Ci racconti qualche retroscena, o qualche aneddoto, sul voto…

In linea di massima, privilegiavo i successi nell’anno solare. E, più di rado, la carriera o altri criteri. Così, tanto per smarcarmi dalla lobby dei “soliti noti”. Non bisogna dimenticare che il Pallone d’oro è un ossimoro: premia il singolo di uno sport di squadra. Ma forse proprio in questo risiede la sua bellezza selvaggia. E nel fatto che lo votano i giornalisti. Nel mio caso: pressioni, zero. Dubbi, tanti. Aneddoti: quando, a ridosso dello scrutinio, il Totti di turno firmava un gol di una certa qual raffinatezza, non importa dove o contro chi, il telefono si metteva a bollire. Erano le radio. Soprattutto le radio romane.



Ha senso secondo lei parlare di “giornalismo sportivo”? Non è un’etichetta limitante che ha creato un giornalismo ultraspecializzato, ma privo di retroterra e visione? 

Il giornalismo è una passione che si fa per mestiere, e non già un mestiere che si fa con passione. Ciò premesso, non trovo riduttiva o umiliante l’etichetta di “sportivo”. C’è il cronista di nera, c’è l’esperto di economia, c’è quello che segue gli spettacoli. A ognuno il suo: dov’è il problema? Lo sport è vita, non pittoresca metafora. Le prime righe le scrissi sul baseball, a metà degli anni Sessanta, poi basket, un po’ di atletica e tanto, troppo, calcio. Evviva i versatili. Guai, però, a esecrare le specializzazioni. Non ci trovo nulla di scandaloso. E non lo dico, giuro, pro domo mea. La dogana tra eclettico e generico può risultare molto sottile, molto subdola. Altro discorso, la cultura di base: o la visione, come dice lei. Va nutrita per ampliare il repertorio, la competenza, l’autonomia. Nei giudizi e nell’essere giudicati.   

Crede che la crisi del giornalismo sia un processo storico ed economico inevitabile? E nello specifico è più una crisi del mezzo (i giornali e i media tradizionali, incapaci di reggere i ritmi contemporanei) o invece una crisi di contenuti e credibilità?

Dipende da cosa si intende per crisi. Crisi di copie o di autorevolezza? Di entrambe, direi. Certo, se il giornalismo on line è molto vivace, il giornalismo “di carta” arranca ai minimi storici. In tutto il mondo, però. Quanto allo specifico italiano, credo che il problema sia il conflitto di interessi. Per restare nell’ambito sportivo: Agnelli-Juventus-Ferrari-Stampa-la Repubblica; Berlusconi-Milan (una volta)-il Giornale-Fininvest; Cairo-Torino-Rcs-La7. E mi fermo qui. La credibilità dipende da noi, inutile arrampicarci sugli specchi. Dall’indipendenza e dalla stoffa di ognuno di noi. Bisogna dare potere alla voce, non voce al potere. Nessuno ha impedito a Massimo Fini di diventare Massimo Fini nonostante gli Agnelli, Silvio Berlusconi, la P2, i poteri forti, la rava e la fava. Enzo Biagi ammoniva: «Un bravo reporter deve conoscere solo una linea: quella ferroviaria». E Giorgio Bocca: «Naturalmente molte volte ho sbagliato direzione e fatto conto delle mie forze, ma mi è bastato averci provato». E ancora su Biagi: «Scrisse quello che poteva, mai quello che non voleva. Amen». Colpa del messaggio, più che dei mezzi, se in Italia si legge poco.

Lei scrive tutt’ora per il Guerino, che ha rappresentato la storia sportiva di questo Paese. Cosa significa per lei il Guerin Sportivo? 

Si accinge a compiere 110 anni. Per me, ultra della carta e con la mania dello scribacchiare, il “Guerino” ha rappresentato una palestra, un sogno. Confesso che la prima cosa che mi impressionò fu il formato: a lenzuolo. E le firme: da Gianni Brera a Luciano Bianciardi. Le vignette. L’ironia e la competenza. Leggendolo, imparavo. Imparando, mi divertivo. 


A tal proposito, noi abbiamo pubblicato una raccolta degli scritti di Luciano Bianciardi proprio sul Guerino. Personalmente La vita agra è stata una rivelazione: il volto disumanizzante del miracolo economico, e quindi del cosiddetto progresso oggi messianicamente venerato in ogni dove. Lo stesso Galeano, a tutt’altre latitudini, diceva che lo sviluppo è un viaggio con più naufraghi che naviganti. Lo sport un tempo sembrava un argine a tutto ciò, adesso è diventato l’avanguardia del nuovo mondo. Perché e quando è successo?

Perché lo sport, come il mondo che lo circonda e lo nutre, ha scelto la quantità degli impegni per coprire, almeno in parte, la quantità degli onorari con cui pagare i suoi “eroi”. Ha abbandonato la qualità. L’ha tradita. Ha cancellato la filosofia dell’attesa leopardiana. E poi perché la televisione lo ha spogliato di quel fascino ancestrale, artigianale e parziale che gli trasmetteva l’epica degli inviati, i soli testimoni sui quali si potesse contare. La tirannica “democrazia” della tv e l’obesità dei calendari ci hanno fatto diventare tutti, per reazione o per dirla con l’Eduardo Galeano da lei citato, “mendicanti” di bellezza, di emozioni. 

Secondo Wittgenstein i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Si può dire che Gianni Brera, inaugurando un nuovo linguaggio per il giornalismo sportivo, abbia anche svelato un nuovo mondo?

Certo. Il “brerese” rappresenta ancora oggi un riferimento lessicale per tutti noi. Il grande lombardo, nel suo genere, non ha eguali né eredi. La qual cosa non significa che lo sport sia rimasto a corto di parolieri: penso a Gianni Mura. Ecco: il limite, ambiguo, è proprio la differenza tra parolieri e parolai. Per tacere della parola-pallottola che fischia sul web. Il codice dei giovani è molto rock, molto secco. Ma siamo sempre lì. I nuovi mondi sono in mano a noi, a ognuno di noi, al nostro talento, alla nostra volontà di continuare a battere i marciapiedi, preferendoli al copia e incolla. Insomma: meno richieste e più inchieste.

Torniamo all’attualità: ultimamente il dibattito filosofico giochisti vs risultatisti, bilardiani vs menottiani, mourinhani/allegriani vs guardioliani (e potremmo continuare all’infinito) si è radicalizzato fino quasi a diventare uno scontro meta-politico. Si schiera in questa dicotomia, e se sì come?

Nato risultatista, morirò prestazionista. Sorrido degli eccessi, questo sì. E attenzione: per alzata di mano, siamo tutti prestazionisti. Ma in cabina, a tendine tirate, matita in mano e cellulare spento, uhm, i risultatisti, temo, conquisterebbero la Bastiglia. L’allenatore è importante, per carità, ma in Italia lo è troppo. Ne deriva un “declassamento” dei giocatori, che spesso vanno in campo con l’alibi incorporato: se si vince, merito “suo”, uffa che barba. E comunque, con tutto il rispetto: a livello assoluto, fra Pep Guardiola, il migliore, e Leo Messi, sempre Leo

Il giornalismo come passione che diventa mestiere: Roma, 14-16 gennaio 2022


Appena nati ci concesse una bella intervista: tra le tante cose, ci disse che non si può pretendere dai giornalisti che non siano tifosi, ma bisogna esigere che siano obiettivi. Crede che l’attuale giornalismo sportivo odierno sia condizionato dal tifo, o in generale da dinamiche che non lo rendono imparziale?

Dal momento che l’obiettività è una chimera, Alberto Cavallari, il direttore che traghettò il “Corriere della Sera” oltre gli anni bui della P2, offriva la (sua) sincerità. Non v’è dubbio che il web abbia moltiplicato i pulpiti, le chiese e le cattedre dei tifosi-giornalisti e dei giornalisti-tifosi, creando una confusione trasversale e non sempre apprezzabile. La domanda, però, non va fatta ai giornalisti: va fatta ai lettori. Sono loro i nostri “padroni”: e, nel caso da lei sollevato, persino i giudici. 

Come è diventato giornalista? Era un obiettivo fisso o è stata una di quelle cose che “accadono mentre si sta pensando ad altro”, per citare John Lennon? E infine, è orgoglioso di rappresentare la categoria?

Come accennavo in precedenza, parlando del “Guerino”, sin da ragazzo ha avuto questa fissa. E a forza di divorare i reportage di Oriana Fallaci dal Vietnam, arrivai a immaginarmi corrispondente di guerra. Addirittura. Le prime righe sul baseball risalgono al 7 giugno 1966 (“Tuttosport”): non avevo ancora 16 anni. Mi chiede se sono orgoglioso di rappresentare la categoria. Diciamo che per la categoria – e per i lettori, soprattutto – ho sempre cercato di dare il massimo. Il “mio” massimo”. 

Diceva Sacchi che il pallone è la cosa più importante tra quelle meno importanti. È d’accordo? E quali sono le cose più importanti per Roberto Beccantini nella vita?

Le cose più importanti sono la famiglia, gli amici. Il desiderio, per esserne degno, di non deluderli. E l’ambizione, why not: mica è lo sterco del diavolo. Anzi. Basta darle il giusto peso, basta difenderla con le giuste armi. Sul lavoro, so essere generoso. Nel privato, da figlio unico senza figli, lo sono meno. E a 70 anni non è facile correggersi. Per quanto Liliana, grande e santa donna, ci provi ogni giorno.

Federico Buffa, per via del suo mestiere, si è definito “un bastardo privilegiato”. Sorvolando sul primo termine, si sente anche lei un privilegiato ad aver vissuto narrando lo sport? Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto da capo?

Assolutamente sì. Un “bastardo privilegiato”. L’ho scritto rispondendo a un’altra domanda: ho avuto una fortuna sfacciata. E per questo, alla José Mourinho, zero alibi.

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