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Calcio
4 Febbraio

Quella vecchia volpe di Rocco Commisso

Federico Brasile

66 articoli
Come non amare il funambolico e spettacolare patron viola?

«Io c’ho un motto! Sai cos’è un motto, ah? Rocco non fa promesse che non può…» – mantenere! si affannano a completare giornalisti e tifosi presenti. Poi una battuta su una reporter con la camicetta a righe bianche e nere: «ma che sei juventina, ah?», e ancora, per arruffianarsi i tifosi presenti ma anche assenti: «mi dicono tu non puoi andare a parlare con i tifosi, ma che sono mai ste cose?». Così era sbarcato a Firenze il 6 giugno 2019 il presidentissimo Commisso – anzi solo Rocco, perché «ho 4500 lavoratori e non ce n’è uno che mi chiama Mr Commisso… Rocco okay?».

E allora gesticolando come la classica macchietta italo-americana, con l’immancabile sciarpa della Fiorentina al collo e soprattutto la cravatta viola, il nuovo presidente si presentava ai “suoi” mentre già si alzava alto il coro Rocco! Rocco! Rocco! Un uomo straordinario, pacchiano e megalomane come solo i cittadini a stelle e strisce sanno essere, che fin dal primo istante aveva acceso la nostra curiosità e attirato le nostre simpatie: presidentissimo fuori tempo massimo, calabrese di Marina di Gioiosa Ionica emigrato negli States in cui a dodici anni aveva raggiunto, insieme alla famiglia, il padre falegname. 

“Il calcio americano non voglio dire che fa schifo, ma qui la politica non va tanto bene ma il calcio è fenomenale. Lì la politica… è più facile fare cose che in Italia ma il calcio lasciamolo stare, okay?”

Nella “land of opportunity”, racconta a Il Sole 24 Ore, inizialmente non aveva neanche i soldi per comprarsi le scarpe. Trascorre quindi una giovinezza di studio e lavoro, sacrificio e alzatacce, in cui solo il calcio rappresenta una (riuscita) evasione: grazie alla sua abilità pedatoria ottiene infatti una borsa di studio alla Columbia University in grado di coprire interamente le spese universitarie e, nel frattempo, continua a lavorare e darsi da fare.

Oltre all’aiuto nella pizzeria del fratello, Rocco fa il salto di qualità aprendo una discoteca italo-americana nel Bronx chiamata Act III: siamo nel 1975 e Commisso inizia ad ingranare con la sua favola da emigrante stile Hollywood (al di là della facile ironia, già da questi anni dimostra grande sacrifico e intraprendenza).

«Sono andato avanti con la discoteca fino al 1981 con un discreto successo: era il punto di ritrovo di tutti i ragazzi italo americani che vivevano a New York. Ricordo che portai negli Stati Uniti i gruppi e i cantanti italiani più famosi di allora: i Camaleonti, Gianni Nazzaro, i Cugini di campagna…»

La prima conferenza stampa di Rocco, show di un presidente più americano che italiano

Dopo aver terminato il percorso di studi Rocco si volge al mondo delle banche, covando l’ambizione – anche un po’ provinciale – di sfondare ed entrare a Wall Street. Lavora alla Chase Manhattan Bank e alla Royal Bank of Canada prima di cambiare ambiente e passare alle tv via cavo, in cui svolge per una decina d’anni il ruolo di direttore commerciale per Cablevision. A questo punto, è giunto per Rocco il momento di mettersi in proprio. 

«Non dimenticherò mai le parole di un mio amico che lavorava in Borsa: ‘Rocco sai qual è il problema? Tu non sei né ebreo né irlandese’. A quel tempo gli italiani non erano ancora arrivati a Wall Street». (dall’intervista di Riccardo Barlaam pubblicata su il Sole 24 Ore).

Nel 1995 si indebita, fonda Mediacom e investe sulle aree rurali, fino a quotarsi alla borsa newyorchese. Dopo crisi e successi, nelle classiche montagne russe finanziarie – soprattutto in un periodo di frequenti contraccolpi come gli anni 2000 – Rocco ritira infine la società da Wall Street e torna ad indebitarsi fino al collo per il meccanismo del buyback (in pratica si ricompra tutte le sue azioni).

Ecco però che, contro ogni previsione, Commisso ha il colpo di genio per rilanciare Mediacom: fiuta lo spirito del tempo, in particolare il cambiamento epocale per cui lo streaming sta ormai soppiantando la tv via cavo, e si ricorda di quelle aree rurali che gli hanno garantito il primo successoTrumpiano ante litteram, teorizza la periferia contro il centro. Porta servizi internet super veloci nelle aree dimenticate, installa oltre un milione di chilometri di cavi in fibra ottica e punta tutto sulla banda ultralarga: così rilancia la società e la porta a livelli mai raggiunti prima. 

“Mediacom nelle aree in cui è presente è il principale operatore broadband e il suo servizio di banda ultralarga è tra i più rapidi di tutti gli Stati Uniti al momento. I clienti Mediacom in località sperdute degli Stati Uniti, come nel paesino di trecento anime di Cecil, in Georgia, hanno a disposizione una rete super veloce come gli abitanti di San Francisco o della Silicon Valley” (Il Sole 24 Ore)

Rocco Commisso Getty
Anni dopo arriverà la svolta nella vita di Rocco, quando ormai poteva permetterselo: l’acquisto della Fiorentina in cui proverà a portare il suo “know how” da uomo del fare a stelle e strisce (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Arriviamo a questo punto al pensiero fisso che ha sempre occupato parte della testa, e della vita, di Rocco. Quel pallone che gli aveva garantito una fondamentale formazione universitaria si riaffaccia nei pensieri del tycoon, che decide di acquistare nel 2017 i New York Cosmos. Cresciuto nei “tempi d’oro” della NASL e dei Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Chinaglia, si mette in testa di sfidare la MLS e rilanciare la squadra di New York con pessimi risultati (di qui anche l’idiosincrasia per il soccer americano in senso lato).

“Il soccer non ha promozioni né retrocessioni: non c’è meritocrazia sul campo. Possibile? Eppure gli americani che hanno investito in Premier o in Italia sanno del rischio di andare in B. Perché qui il calcio deve avere regole diverse? È uno sport internazionale e invece è stato americanizzato. L’ho detto e qualcuno si è offeso (…) Dal 1950 gli Usa hanno vinto la miseria di 6 match ai Mondiali. Perché non possiamo essere una potenza calcistica pur avendo il maggior numero di ragazzini praticanti? Perché non siamo stati in grado di produrre un top player?” (dall’intervista di Massimo Lopes Pegna su La Gazzetta dello Sport, 2017).

Scontri con i vertici del calcio americano, risultati deludenti, confronto impietoso con il calcio europeo e un patrimonio da 4,5 miliardi di dollari, per non parlare degli oltre 65 anni di età e del demone dell’emigrante che vuole tornare a casa da imprenditore di successo: per Commisso è arrivato il momento di togliersi lo sfizio della vita, investire nel calcio italiano. L’obiettivo principale è la Fiorentina, in una trattativa che si protrae per qualche anno e si concretizza nell’estate del 2019.

Così Rocco Commisso, cresciuto nella terra più juventina del mondo (la Calabria) con le prime pagine della Rosea in cui campeggiavano Charles e Sivori, ha dovuto sciacquare prontamente i panni – e il tifo – in Arno per ripulirli dalla precedente “fede” bianconera; l’odio dei fiorentini per la Juventus d’altronde è cosa arcinota, e un presidente populista e popolare come Rocco non poteva certo esimersi dal necessario rito di passaggio.

Rocco vs Nedved & la Juventus

Da qui le continue battute sulla Vecchia Signora, la considerazione per cui “non è buono che la stessa squadra in Italia vince sempre”, la foto con la sciarpa Juve merda insieme ai tifosi e per finire le plateali dichiarazioni contro la classe arbitrale. Intendiamoci, Rocco ha anche ragione: il secondo rigore per la Juventus è a dir poco fantasioso, e prima dello Stadium la Fiorentina era incappata in arbitraggi sfavorevoli e sfortunati; di più, quella del sistema arbitrale è una questione importante che va affrontata (seppure in Italia il livello dei direttori di gara, di media, sia nettamente superiore ad altri paesi quali ad esempio l’Inghilterra).

Ecco allora però che Commisso, da buon accentratore, è riuscito anche questa volta a dettare i temi dell’agenda: non tanto provocando la reazione di Nedved – più che comprensibile nel gioco delle parti – quanto invece facendo uscire allo scoperto il presidente dell’Associazione Italiana Arbitri Nicchi. Quest’ultimo ha infatti affermato che «gli arbitri italiani sono disgustati da questo comportamento» (di Commisso, ndr), dando l’impressione che la classe arbitrale rappresenti una corporazione, una categoria di potere incapace di ammettere i propri errori.

E così, mentre invitava Nedved a non rivolgersi a lui e ignorava volutamente Nicchi, prendendosi i titoli dei giornali e accendendo i riflettori sulle direzioni di gara sfavorevoli, il patron viola era in federazione a parlare con il presidente Gravina e a tutelare i suoi interessi. L’avviso a questo punto è chiaro a tutti, noi compresi: guai a trattare Rocco Commisso “come lo scemo arrivato dall’America”.

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