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Italia
21 Marzo

Mourinhani

Federico Brasile

62 articoli
La Roma è stata un manifesto del suo allenatore.

I derby si sottraggono ad ogni logica e a parecchie interpretazioni, lo sappiamo. Si vincono e non si giocano. Ma dopo aver completato il campionario delle banali premesse (non per questo meno vere), possiamo trarre qualche indicazione dalla stracittadina capitolina di ieri, almeno sul versante Roma. Sì perché forse per la prima volta, nel 3-0 rifilato ieri alla Lazio, si è vista veramente una squadra di Mourinho. Certo il gol al 1′ ha indirizzato e destabilizzato la partita, come poi se i gol in avvio arrivassero per caso: quel vantaggio i giallorossi, che già dopo 30 secondi stavano nell’area avversaria, sono andati a cercarselo, un po’ come successo con l’Atalanta sia all’andata – quando dopo 55 secondi Abraham l’aveva già sbloccata – sia al ritorno, quando solo una gran parata di Musso, sempre su corner e sempre al 1’, mantenne il punteggio sullo 0-0.

Ma in generale quella di ieri è stata la partita perfetta per Mourinho. Un vero e proprio manifesto, il compimento perfetto del suo programma politico.

Perché bisogna partire da un presupposto “psicologico” di base: per il tecnico portoghese vincere una partita del genere, con una grande prestazione caratteriale, attenta e concentrata, è molto più soddisfacente che trionfare con un gioco spumeggiante, dominante, che magari non lasci il pallone agli avversari e porti anche un risultato più rotondo. Mourinho funziona come tecnico, e anzi è uno dei migliori al mondo, nel momento in cui i suoi giocatori diventano uomini: non solo pedine tattiche da spostare in campo, che da quel punto di vista molti altri gli sono probabilmente superiori, a partire dallo stesso Sarri; Mourinho diventa Mourinho quando riesce a tirare fuori dai suoi qualcosa in più a livello di testa, carattere e personalità. Lo ha sempre rivendicato, più o meno tra le righe, nelle sue interviste; e a fare questo è stato per anni il numero uno al mondo.

Nella sua esperienza romana ci ha provato in tutti i modi, fino al punto di attaccare frontalmente i suoi giocatori nella speranza di ottenere risultati; come quando li ha messi all’indice, e alla pubblica gogna, dopo la rovinosa trasferta norvegese; o quando post Coppa Italia con l’Inter ha consigliato loro di andare a giocare in Serie C se non avessero avuto le palle di affrontare le pressioni del grande calcio (chissà quel celebre sfogo chi lo ha fatto uscire…). Una strategia estrema, che a tratti è sembrata una rianimazione dialettica, espediente ultimo con cui provare a risvegliare una squadra in stato di morte sportiva apparente. Tutto molto violento, a tratti discutibile. Ma a Roma, forse, necessario.



Così in molti erano convinti (e lo sono tutt’ora) che Mourinho non fosse più adatto al calcio liquido del nuovo millennio, specchio di una società perennemente adolescente, viziata, in cui intere generazioni non riescono mai davvero ad accettare l’impegno e completare la transizione nel mondo adulto. Il “Mourinho bollito”, formula orribile, può e poteva aver senso da questo punto di vista, come interpretazione di un allenatore spaesato che non riusciva più a fare affidamento sugli uomini: su quei capitani che come Jorge Costa al Porto tiravano schiaffoni ai compagni di squadra perché non sufficientemente cattivi, o su quegli uomini di carattere che all’Inter gli avevano permesso di vincere tutto. Un Mourinho ormai superato, rappresentato dal fallimento (metaforico e reale) con i calciatori-trapper del Tottenham.

In questo vuoto caratteriale, e con una squadra come la Roma che di personalità ne ha sempre avuta poca – almeno negli ultimi anni –, quella di Mourinho è sembrata a tratti una missione disperata, una lotta donchisciottesca contro i mulini a vento che però, ultimamente, qualche risultato ha iniziato a portarlo. Fino a ieri sera, quando i giallorossi hanno ‘finalmente’ unito gli attributi alla lucidità mentale, in un incredibile – nel senso letterale, viste le premesse – “controllo emozionale” della partita: «Siamo una squadra che fa fatica a essere concentrata per tutta la partita. Oggi invece siamo sempre stati lì». E non a caso ai microfoni di DAZN il tecnico portoghese ci ha tenuto a fare i complimenti ai suoi ragazzi, i veri artefici del trionfo:

«La squadra è stata consapevole, oggi sembrava tutto speciale. Tutto quello che abbiamo pianificato ci è riuscito, il merito è dei giocatori. I ragazzi meritano questa vittoria».

La carota dopo il bastone, la gloria consegnata nella partita più importante a chi finalmente ha saputo gestirle, quelle pressioni. Perché da questo passa lo step successivo della Roma. Oggi, in una narrazione mai così ideologicizzata del calcio, si crede implicitamente che un progetto di crescita si fondi solo ed esclusivamente sul gioco, sulle idee, sulla tattica. Ebbene non è così: per tanti altri lo sviluppo passa banalmente dai giocatori (buoni e funzionali, da acquistare sul mercato) e dalla formazione di una mentalità; è così per la Roma di Mourinho e per la Juventus di Allegri. Il gioco paradossalmente diventa un effetto, non la causa, e migliorerà con gli interpreti, insieme al peso generale della squadra. È un’altra via, ma non per questo meno nobile o efficace.


Poi ieri la Roma ha approfittato anche di una Lazio stranamente atterrita, annichilita, che non ha potuto far altro che chiedere scusa ai propri tifosi – nelle parole di Leiva, Marusic ma anche in parte di Sarri. Difficile da spiegare un simile crollo, e impossibile da analizzare “sul campo”: «Se una squadra si spegne al primo episodio è inutile parlare dell’aspetto tattico», per dirla con il tecnico laziale. Perché di questo si è trattato: di una squadra che è scesa in campo affamata, concentrata e mai così consapevole e di un’altra che non ci è proprio entrata, sul prato dell’Olimpico. Poi naturalmente la Roma ha disputato una partita di grande livello tecnico e tattico, alternando un atteggiamento perfetto a giocate individuali di grande qualità. Ma tutto ciò è stato la conseguenza di un atteggiamento di fondo.

Eppure attenzione a trarre conclusioni dal derby, in un senso o nell’altro. A sentire le radio romane, oggi Sarri sembra essere diventato di colpo un brocco e i suoi un branco di smidollati, mentre Mourinho un visionario e i giocatori della Roma uomini dal carattere e dalla testa di ferro. In una città che vive senza mezze misure nel pallone, che si infiamma di entusiasmi e sprofonda di delusioni, anche l’ambiente gioca un ruolo fondamentale e bisogna sapere come gestirlo. E infatti ieri lo stesso Mourinho ha parlato in certi termini, inequivocabili, della “stampa” romana. Prima su Zalewski, autore di una grandissima partita:

«Zalewski è un ragazzino, è alla Roma da quando aveva 9 anni e dopo qualche difficoltà a Udine voi della stampa avete ucciso il ragazzo. Se io sono un allenatore di merda che collassa sotto la pressione dei media il bambino non gioca più, e questa è la stampa di Roma. Ha fatto una grande partita, quindi tutti zitti e a casa».

Poi sull’atmosfera, sul clima generale: «Sono molto felice stasera, ma non mi piace questa cosa di Roma e Lazio che chi vince è in paradiso e chi perde all’inferno». Perché contenere gli entusiasmi in un ambiente del genere è fondamentale. Abituarsi a vincere, a una mentalità da grande squadra che sia continua fino a essere un’abitudine; a una teoria che si trasformi pian piano in pratica. Il lavoro di Mourinho passa da qui più che dal gioco: dall’entrare nella testa dei suoi ragazzi e nel responsabilizzarli. Nell’obiettivo che quei ragazzi, una volta per tutte, diventino uomini.

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