Calcio
20 Luglio 2023

Il vuoto profondo di Romelu Lukaku

Un calciatore-brand, senza riferimenti e identità.

A cavallo tra otto e novecento il Congo era, differentemente dal resto delle colonie europee in Africa, proprietà personale di re Leopoldo II del Belgio. L’amministrazione belga, bramosa di di avorio e caucciù, impose ai congolesi un regime schiavistico tra i più brutali che la storia umana ricordi. Alla Force Publique, esercito capitanato da europei e composto da milizie africane, l’incarico di sorvegliare e ottimizzare l’estrazione di materie prime. Per motivare i raccoglitori si sequestrarono le loro famiglie, si bruciarono villaggi, uccisioni arbitrarie, tagliate le mani a chi non portava la sua quota caucciù, bambini compresi, per salvaguardare munizioni.

Difficile determinare con precisione i morti durante il regno di re Leopoldo, ma si parla di svariati milioni di congolesi. Il contesto fece da contorno a uno dei massimi capolavori letterari occidentali, Cuore di Tenebra, scritto da un navigatore polacco che passò alla storia come Joseph Conrad.

Non possiamo biasimare Romelu Menama Lukaku Bolingoli da Anversa se ignora l’esistenza di ‘Cuore di Tenebra’, se le foto degli sporadici libri sul marmoreo tavolo del soggiorno di casa svelano un testo su Pharrel, un altro su Basquiat, uno sui Rolex, un catalogo riepilogativo delle sneakers Nike. Chiudono il raffinatissimo quadro d’insieme una piccola installazione artistica con una serie di banconote da 100 dollari, e sotto lo sguardo di Benjamin Franklin fa capolino una pistola placcata d’oro, a occhio e croce una Sauer.

Questo tavolo gangsta rap, di squallido gusto e di totale alienazione culturale ma certo non economico, aiuta spiegare il motivo per cui molti calciatori di seconda generazione, anche se certo non tutti, optano di giocare per il Paese in cui sono nati o cresciuti, persino quando la Storia dimostra chiaramente quanto siano minimi i motivi per consegnare i propri sforzi a una Nazione che ha affamato e ucciso quella dei propri antenati.

Romelu Lukaku
Il tavolo del soggiorno di Romelu Lukaku

Lukaku oggi è forse il miglior rappresentante odierno dei calciatori millenial di seconda generazione. Il suo profilo Instagram è quello del tipico atleta apolide per origini e indole. Bandiera congolese accanto a quella belga, commenti rigorosamente limitati. Nelle foto o esulta in campo, talvolta da solo, a volte coi compagni, o si allena, più spesso da solo. Quando non si allena, che sia sul sedile di una Maserati o sul divano di casa, sta incollato al telefono. Quasi sempre coperto da felpe dall’aria ricercata e costosa, il casual deluxe è accompagnato da pochissime parole e qualche emoji. Qualche sponsorizzazione, da Maserati alle Crocks.

Buona parte del merito di quei 9 milioni di follower è di Roc Nation, l’agenzia di rappresentanza commerciale fondata da Jay-Z in determinata ascesa nello sport europeo e americano. Si badi che ogni giocatore ha il proprio gruppo di rappresentanti per gestire le questioni contrattuali e di trasferimento, mentre Roc Nation è responsabile solo degli interessi commerciali. Roc Nation non ti dice che sportivo puoi essere, ma che personaggio devi diventare. Come spiega il suo presidente, l’ottimo Michael Yormark, un cinquantacinquenne del New Jersey che sembra il classico marine che fa scavare la fossa al prigioniero della Wermacht prima di fucilarlo:

«C’è il vecchio detto che ogni atleta vuole essere un musicista e ogni artista vuole essere un atleta. C’è un incrocio. Romelu idolatrava Jay-Z, è cresciuto ascoltando la sua musica e capiva la nostra cultura aziendale prima che ci sedessimo al tavolo. Abbiamo annunciato la sua partnership con Puma attraverso la copertina di un album. Un modo unico di combinare la sua passione per la musica e lo sport in un grande annuncio con un grande marchio. Siamo costruttori di marchi. Per noi aiutarli a sviluppare il loro marchio è altrettanto importante di quello che fanno in campo».

«Aiutiamo l’atleta ad espandere la sua portata sociale e digitale. Queste sono le cose che ci appassionano di più».

Michael Yormark

È la connessione di brand, è tifare per più aziende unite, di cui l’atleta è solamente un collante creato ad arte che, facendo leva sui tifosi dei vari team in cui gioca, tenta di raggiungere la massima visibilità possibile. Essere bravi in campo, a questo punto, non conta affatto meno che essere un concentrato di stile brandizzato, una personalità social tagliata ad hoc, condito da una morale ben definita. Sui messaggi sociali infatti Roc Nation si vanta di essere capofila come testimoniano i roboanti titoloni “Enough is enough” e “Cara Italia, puoi fare meglio” su una pagina comprata alla Gazzetta due giorni dopo i fischi ricevuti da Lukaku allo Stadium.

Con questa ‘mission’ e questi numeri si presenta Roc Nation

Yormark è perentorio: «Questa è una delle cose che ci distingue dalle altre agenzie: dopo quello che è successo a Torino, abbiamo subito preso posizione. Siamo stati i primi a intervenire, ancora prima della Serie A, dei club, del Ministero dello Sport, di qualsiasi organizzazione calcistica. Vogliamo essere un fattore di cambiamento. Quei tifosi che hanno urlato quelle cose a Lukaku non solo devono essere bannati dallo stadio della Juventus, ma da qualsiasi stadio italiano, a vita».

È paradossale che l’esultanza incriminata ha un’origine ben precisa e del tutto avulsa dal contesto dello Stadium. È un gesto comune ad alcuni giocatori passati per le giovanili dell’Anderlecht, e Lukaku l’ha ripresa in omaggio all’amico Jeremy Doku, che la scelse per questo motivo: «Il dito sulla bocca significa “taci”, la mano sulla fronte che non vedo più gente che parla». Il seguito è noto: le 115 telecamere con 16 obiettivi su curve e tribune del distopico Stadium portano addirittura a 171 diffide, mentre Lukaku sarà graziato dalla Figc per il doppio giallo. Ad ogni modo, il presunto razzismo dei suoi possibili futuri tifosi non è sembrata a Lukaku condizione ostativa per proporsi al club torinese.

Ma anche dalle parti di Roc Nation è lecito nutrire qualche dubbio sulla purezza e consapevolezza delle motivazioni nella lotta alla discriminazione, specie se Yormark la mette così: «Non sapevo nulla del rugby, ma sono entrato nella mia palestra una mattina e la gente era rannicchiata intorno a un grande schermo. Ho chiesto: “Cosa state guardando ragazzi? La Coppa del Mondo? Quale? Oh, la Coppa del Mondo di Rugby. Wow!”. Alla fine vedo questo incredibile individuo sollevare il trofeo Webb Ellis. Siya Kolisi sta parlando dell’importanza di questa vittoria per un paese razzialmente diviso. Sta parlando di come quando lavoriamo insieme possiamo realizzare qualsiasi cosa».

«Ho detto:Dobbiamo firmare questo tizio”. Due settimane dopo Siya era seduto nel mio ufficio».

Insomma, buoni sentimenti sì, anzi sono necessari, basta che vadano d’accordo col business. E se è indubbio che i buoni vendono molto meglio dei cattivi, pare infatti che Roc Nation sia talmente risentita dall’ondivago atteggiamento di Lukaku da meditare lo stralcio del contratto con il centravanti. Ma fatta questa lunga e necessaria analisi sulla nuova concezione che atleti e procuratori d’élite hanno nel considerare il proprio ruolo, perché mai Roc Nation dovrebbe voler interrompere il rapporto con Lukaku? E in che modo i tifosi interisti sono legittimati a sentirsi traditi dal belga?

Del resto lo stesso Yormark spiega in modo grottesco che «gestiamo le pubbliche relazioni per tutti i nostri atleti, anche la loro filantropia. Che si tratti di sostenere una causa di cui sono già appassionati o di avviare una fondazione, a Roc Nation offriamo anche questo tipo di servizio». Nemmeno la beneficenza è più un affare personale, le cause da sostenere vengono selezionate e adattate all’assistito di turno come un abito di alta sartoria.



La domanda sorge naturale: alla luce di tutto ciò, come si può pretendere che un personaggio come Lukaku pensi in maniera differente dalla logica della brandizzazzione estrema, della corsa verso l’ingaggio più alto fosse anche per un misero centesimo e garanzie tecniche che impongano la sua presenza nelle partite campali? Com’è possibile stupirsi dei voltafaccia che hanno marcato la sua intera carriera quando lui stesso sceglie, ogni giorno, di venire programmato come atleta, come brand e sotto molti aspetti anche come persona da un’agenzia alla quale, per tali prodigiosi servizi, lascia anche una cospicua percentuale delle somme dei suoi contratti?

È un nonsenso stupirsi dell’atteggiamento di Lukaku, che si è rivelato più realista del re, attaccato al denaro e alla gloria con la stessa disposizione mentale dei soldati della Force Publique. In passato ne hanno già fatto le spese due caimani come Raiola e Pastorello, ora si conferma più legato al denaro dei suoi stessi agenti d’immagine, con buona pace della tragicomica narrazione del “gigante buono” che con tanta solerzia i giornalai e gli sguaiati telecronisti di casa nostra si sono industriati a cucirgli addosso, condannati a venderlo come un campione nella pochezza dell’odierna Serie A.

E che dire degli interisti?

Che dire della ridicola ingenuità in cui è cascata un’enorme fetta del tifo nerazzurro, persino quello più radicale, che non ha lesinato cori in favore del figliol prodigo appena è tornato in campo dopo la gita londinese e mezza stagione passata in infermeria? Siamo nel 2023, e sciocchezze come baciare la maglia o ribadire il proprio amore eterno o giurare di non giocare nelle squadre rivali o azzuffarsi con Ibrahimovic non dovrebbero più incantare. Del resto, come può uno cresciuto nel già diviso Belgio, figlio di immigrati congolesi e che vive all’estero dai 18 anni, sentire un’autentica connessione identitaria con una maglia e con una città?

Come potrebbe anteporre l’identità al suo benessere personale? Non è esigibile, nemmeno se ha recitato la parte del condottiero. Perché, come sanno i mercenari e le prostitute di alto livello, per stare su certi mercati occorre offrire il pacchetto completo, quello inclusivo di sentimento, e secondo la sua logica il pacchetto completo includeva l’ostentazione di inesistenti ardore e amore. Se poi un attaccamento di Lukaku nei confronti dell’Inter c’è stato, questo era l’attaccamento verso se stesso, verso la disponibilità che l’ambiente, i compagni, l’allenatore gli avevano mostrato e garantito. Milano, Torino, Manchester, Madrid, Londra: non sarebbe cambiato assolutamente nulla.



È girato molto in questi giorni il termine ‘infame’, e secondo la Treccani un infame è “chiunque si sia macchiato di gravi colpe contro la legge, la morale, la religione”. Ma Lukaku non riconosce e quindi non obbedisce a nessuna legge, morale, o religione che non siano le proprie, di certo sideralmente lontane da quelle dei calciofili e dei tifosi italiani. Non che non abbia argomenti a suo favore. In un articolo strappalacrime confezionato per i mondiali 2018 intitolato “I’ve Got Some Things to Say”, Romelu ripercorreva la poverissima infanzia.

Un’infanzia costellata di scarpe bucate, di latte allungato con l’acqua, di mancanza di tv e quindi niente Champions la sera, di genitori dei bambini contro cui giocava che non credevano la sua età fosse pari agli altri e chiedevano di vedere la carta d’identità. Il giovanotto prende così i dubbi di quei genitori: «oh, ora distruggerò tuo figlio ancora di più. Stavo già per ucciderlo, ma ora lo distruggo. Adesso ripoterai a casa tuo figlio piangendo». Ovviamente, il passaggio che la stampa ha calcato di più è l’edificante

«a volte inizio una frase in francese e la finisco in fiammingo, e in mezzo uso un paio di espressioni in spagnolo, portoghese o lingala, a seconda di dove sono»,

ma è difficile non pensare che a guidarlo nell’ascesa al calcio mondiale non sia stato il poliglotta, bensì il ragazzino povero e inferocito. Comprensibile che lo abbia portato a fidarsi solamente di squali o della famiglia, in particolare di quella madre che tante voci dicono esperta di riti voodoo, tema che indispettisce non poco Lukaku, come se la componente religiosa tribale fosse qualcosa di cui vergognarsi in Congo, nazione in cui una metà della popolazione è animista e l’altra metà professa un cattolicesimo spesso sincretico.


Una carrellata di baci, conditi da promesse d’amore, di Romelu Lukaku

La rabbia è condizione necessaria ma non sufficiente per coronare i sogni, e il suo era diventare il più forte calciatore belga di sempre. A trent’anni, pur avendo il record di marcature con la nazionale, si può dire che non lo è diventato. Che, forse, uno dei motivi della sua scientifica nocività nelle partite fondamentali, interisti e belgi possono ampiamente confermare, deriva anche dal totale annebbiamento mentale alimentato dai picchi dell’adrenalina generata da questa rabbia totale e cieca.

Cosa dire, quindi, a quegli irriducibili romantici che si sentono traditi da questo calcio da avanspettacolo, dal sensazionalismo di normalissimi sportivi venduti come atleti definitivi, illuminanti attivisti, inarrivabili icone di stile, da questo circo di cui Romelu Menama Lukaku Bolingoli da Anversa è stato indiscusso rappresentante? Forse non si può fare altro che riempirsi di coraggio e fare come il marinaio Marlow.

Risalire il fiume a bordo di una Nellie interiore, andando alla ricerca del cuore di tenebra della nostra paura, paura di essere ormai del tutto disincantati da quella palla che rotolando su un prato ci porta(va) dritti alla nostra infanzia, ai nostri sentimenti più antichi e puri. Alla fine della traversata ci imbatteremmo nello spettro di quel numero 9. «Limbisa ngay, motema ekobeta soki nakanisi yo», perdonatemi, mi batte il cuore quando vi penso, ci direbbe in lingala. Impossibile, quando sei venuto qui ci hai detto «bolingo ya nga na yo suka se lilita», ci ameremo reciprocamente fino alla morte. E quindi, «Tufi na yo! kufeli te, lokuta na yo emonani»:

«Non ce ne frega niente. Le tue bugie si sono rivelate».

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