Altri Sport
22 Marzo 2022

A che punto è la notte del rugby italiano?

Stato della (dis)unione dell'ovale tricolore.

Nell’estate del 1877 Francesco Crispi, allora Presidente della Camera del Regno d’Italia, si recò in missione diplomatica segreta presso la cittadina di Friedrichsrue, località di montagna nel sud della Germania. Ad attenderlo, il Cancelliere di Ferro: Otto von Bismarck; lì per ultimare il periodo di villeggiatura in attesa di riprendere le abituali redini del concerto europeo, tutto gravitante in quel periodo proprio attorno all’ambizioso disegno politico dello statista prussiano. Si dice che Crispi giunse alla visita come in pellegrinaggio, completamente soggiogato dalla figura del cancelliere che – ben consapevole di questo – giungerà a strappargli un accordo, al solito, piuttosto vantaggioso per sé ed il proprio Paese e molto poco, al contrario, per Roma.

Di quell’incontro resterà agli annali una frase di Bismarck, malignamente pronunciata a portata d’orecchie. Secondo lui gli italiani possedevano infatti «un forte appetito, ma denti deboli». L’opinione fa il paio, del resto, con quanto avrebbe affermato poco tempo dopo il plenipotenziario della Russia zarista, Aleksandr Gorčakov, alla Conferenza di Berlino (1878). Questi, ricordando i recenti rovesci militari italiani, a cui pure erano seguiti degli incrementi territoriali per la Penisola, domandò pubblicamente

«quale altra sconfitta aveva subito l’Italia per avanzare nuove richieste».

Il Paese, unificato dalla brillante azione diplomatica del Conte di Cavour meno di due decenni prima, era stato infine ammesso nell’olimpo delle potenze europee, al fianco di “grandi” quali Francia, Russia, Regno Unito e Impero austro-ungarico. Posizione geografica, demografia in ascesa, ambizione – appunto – della classe dirigente piemontese avevano permesso tale importante risultato. Ma la Penisola e i suoi governanti seguitavano a essere osservati con straordinaria sufficienza, se non peggio, da chi in Europa (e dunque, almeno allora, nel mondo) contava veramente.

Chi ha difeso la maglia azzurra del rugby in giro per l’Europa, o anche solo ha avuto il privilegio di prendere parte a quel grande spettacolo che sono Challenge e Champions Cup, sa bene quanto quello stesso genere di sufficienza sia il prezzo che noi italiani abbiamo dovuto pagare in cambio dell’ingresso nel “Paradiso del Rugby”, a lungo inseguito, infine raggiunto, ma mai pienamente guadagnato.

Non certo agli occhi di britannici e francesi. Nemmeno ai nostri, a ben guardare. Il servizio esclusivo del Daily Mail secondo cui a partire dal 2025 il Sud Africa rimpiazzerà l’Italia al Sei Nazioni è solo l’ultima di una ridda di illazioni che, ciclicamente, ci vede surclassati da questa o quella potenza rugbistica più o meno in ascesa e destinati finalmente (fatalmente) a essere re-inghiottiti nel grigio limbo del “tier 2”.



La voce relativa al Sud Africa ha un suo fondamento del resto e di certo la SA Rugby Union sta spingendo in quella direzione, complici il maggior volume di denaro movimentato dall’emisfero nord e la perfetta assonanza del fuso orario di Cape Town con il Vecchio Continente. Le recenti schermaglie tra federazione neozelandese e inglese, per cui la prima domandava una sostanziale redistribuzione degli utili dei test-match autunnali alla seconda, ci segnalano una dinamica di “geopolitica rugbistica” decisiva per il futuro professionistico di questo sport.

Tali schermaglie costituiscono poi la ragione sostanziale dello sganciamento dei club sudafricani dal Super Rugby, per approdare nel geograficamente più distante e tatticamente meno spettacolare Pro-14. Vedremo come finirà questa vicenda. Ad ogni modo, sembra più verosimile una estensione del torneo a sette se non otto Nazioni che una diretta estromissione italiana.

World Rugby segnala da tempo la sua intenzione di ampliare la base professionistica internazionale, non di restringerla.

Vedasi le attualmente sgangherate, ma sulla carta promettenti, leghe “pro” nord e sudamericana. L’estromissione italiana, del resto, pare alle volte masochisticamente auspicata da (minoritarie) frange interne: falchi più o meno interessati – per ragioni talvolta personali – a un 8 settembre ovale, resa senza condizioni che ci farebbe perdere ogni acquisito vantaggio materiale e sportivo in cambio nientemeno (nientepiù) della “dignità” (sic).

Qualcuno potrebbe descriverlo come eccesso di onestà intellettuale. Carlo Gadda, più ruvidamente, la definiva la «porca rogna italiana della autodenigrazione». Varie volte, a seguito di sconfitte tutto sommato prevedibili, si è sentito rievocare – entro gli stessi confini patri – il solito ritornello: «viene da chiedersi se meritiamo ancora di stare nel gotha del rugby europeo». Che questo accada tra le pagine dei giornali o di fronte ad amari boccali di birra, nelle club-house di tutta Italia, fa poca differenza. È la vox populi e, in quanto tale, affonda le sue ragioni in una evidente base di verità. Quello che non convince non è tanto la premessa, quanto la conclusione: cosa faremmo se davvero uscissimo – volenti o nolenti – dal Paradiso del Rugby?



Quale direzione prenderemmo? Un dilemma che somiglia in certa maniera alla questione – oggi fortunatamente un poco sopita – dello stare o meno in Europa. Se l’Italia uscisse dall’euro, cosa guadagnerebbe? Quale sarebbe il disegno geopolitico generale entro cui inserirsi? Si mormora che Giulio Andreotti, interrogato su questi medesimi quesiti amletici, abbia a suo tempo risposto con il consueto, sottile sarcasmo:

«Giusto. Perché essere ultimi in Europa quando si può essere primi in Africa?».

L’alternativa, il “Piano B”, il coperchio alla pentola pur ben confezionata da Mefistofele. È per questo che dobbiamo aggrapparci a questa vittoria con forza. Una vittoria che chi conosce bene il rugby indicava ancora a inizio torneo come l’unica possibile, complici le tante assenze dei Dragoni. Congiuntura astrale che, unita alla legge dei grandi numeri (36 sconfitte consecutive nel torneo sono davvero troppe) portavano a pensare l’impresa come possibile.

Certo, si trattava di un’impresa appunto e in quanto tale andava ratificata con il sangue e con il sudore. Le partite per essere vinte vanno prima giocate, e in questo torneo ci si confronta regolarmente con i migliori al mondo. Qui la Scozia è caduta, la Francia quasi. Onore dunque a chi è andato a conquistare Cardiff e non dimentichiamoci che in terra gallese mai il Tricolore aveva sventolato più in alto al fischio finale.

La gioia incontenibile di un risultato inaspettato

Il rugby è scienza esatta ed è evidente ciò che questa nazionale – più in generale, questo movimento – ha e ciò che invece le manca. Al momento possiede un gruppo di giovani talentuosi e solidi come non capitava da tempo. Fischetti, Pettinelli, Lamaro, Garbisi, Capuozzo: sono tutti giocatori non ordinari e anagraficamente freschissimi. Merce rara, teniamocela stretta.

Abbiamo sistemato la mischia ordinata, poi, storico punto di forza, smarrito d’improvviso contestualmente alla selvaggia chioma di Castrogiovanni, odierno Sansone della palla ovale nostrana, irretito non da Dalila, ma da Belen. Speriamo questo non sia un caso, ma piuttosto il ritorno di una scuola tradizionale italiana, che va riscoperta senza vergogna, e non trascurata in nome di un presunto “rugby alla mano” che in valore assoluto non trova riscontro se non in astratto e comunque non esclude la ruvidità degli otto davanti. Anzi.

Ancora, abbiamo acquisito un’intensità difensiva finalmente degna – ma solo a sprazzi ancora – delle nazionali più evolute. Inchiodare gli All Blacks sullo 0 a 0 per mezz’ora non è decisamente situazione a cui siamo abituati a queste latitudini. Difendere per minuti sulla linea di meta, a Cardiff, senza incassare il colpo del definitivo knock out e anzi trovando la forza di ribaltare la partita all’ottantesimo nemmeno.

I biglietti si vendono con le mete, si sa, ma le partite si vincono con la difesa.

Infine, abbiamo di nuovo piazzatori con medie quasi degne del Divino Diego (quello ovale) e questo di nuovo ci avvicina a un rugby pragmatico, pure cinico se si vuole, ma tipicamente italiano, lontano finalmente da velleità che non appartengono alla nostra tradizione. In più c’è una predisposizione al gioco che non si ritrova tanto spiccata e competente in alcuna nostra fase storica, nemmeno le più vincenti, nemmeno quelle degli splendidi anni novanta che condussero ai trionfi di Grenoble e Dublino.

Per non dire dell’Under 20, nostra fucina di nuovi Azzurri, vincitrice di tre delle cinque sfide del Torneo, squadra ricca di talento guidata da un allenatore decisamente brillante e pure da valorizzare, Massimo Brunello. Ciò che manca però è ampliare la base. Nient’altro, a mio avviso, è tanto importante e decisivo. Nemmeno «formare i formatori» – giusto mantra federale da un lustro circa – e nemmeno i giocatori. Aspetti, questi, imprescindibili – va senza dire – ma non tanto quanto l’estensione della base.

Scene che vorremmo vedere più spesso

L’Italia è un Paese da 60 milioni di abitanti e ha un numero di praticanti ancora sensibilmente inferiore (e sempre più: i dati, complice il Covid, sono in netto calo) a Nazioni con popolazione anche venti volte più contenuta: 96mila praticanti (praticanti, non tesserati) in Italia, 107mila in Galles, 182mila in Scozia, 209mila in Irlanda. Francia e Inghilterra viaggiano del tutto fuori quota, arrivando rispettivamente a 533mila – la prima – e addirittura oltre 2milioni di praticanti – la seconda.

Domanda: come raggiungere l’obiettivo – del tutto legittimo, lavorando a modo – di raddoppiare la quota di praticanti entro tot anni (minimo cinque, massimo dieci)?

Risposta: entrando sistematicamente nelle scuole. Non una tantum, non affidandosi allo spirito di iniziativa di questo o quel club, di questa o quella associazione, di questo o quel privato. Se il bilancio della Federazione nel 2019 era di 44.4 milioni di euro, una quota molto consistente di esso dovrà essere impiegato per stendere un piano capillare di penetrazione negli istituti scolastici, specie nella fascia di età 5-13 anni. Per fare questo occorre finalmente fare leva concretamente sulla narrazione (in ultimo vera, seppure talvolta rivestita di una certa patina retorica) del rugby “sport di valori”.

Questo perché – ed è importante capirlo – se posso scegliere fra 10 ragazzi ne troverò mediamente 1 molto dotato a livello motorio; se i ragazzi fra cui scelgo sono 100 la proporzione cresce a 10; se sono 1.000 gli atleti tra cui poter pescare, quelli particolarmente promettenti diventano 100. E via così.

È un fatto numerico, ineludibile, ineluttabile. Possiamo trascorrere ore a insegnare a passare, correre, placcare e calciare ai nostri ragazzi, ma dal momento in cui il tempo è una risorsa scarsa e lo sport agonistico questione di solidità mentale e predisposizione naturale al gioco, aumentando i numeri potremo automaticamente aumentare anche il livello generale, impiegando risorse invariate.

Oggi in Italia i migliori giovani assumono tendenzialmente come propria prima scelta sportiva il calcio, poi il tennis, il basket, la pallavolo, l’atletica… È la ragione questa – ad esempio – per cui le seconde linee italiane sono storicamente basse (contro il Galles la media è stata di 1,97 m contro i 2,02 m dei padroni di casa). Lo sport vive di cicli molto brevi: in cinque anni si porta un tredicenne a esordire in prima squadra. L’investimento deve essere rapido ed efficace, perché può iniziare a ripagare già a breve.

Altra cosa: va reintrodotto il campionato Under 21. Oggi potenzialmente un diciottenne non rientrante nei piani di una prima squadra è costretto a cambiare società, scendendo di livello, o a mollare. Il Covid, che ha portato a un netto calo delle iscrizioni, ha mascherato un problema che negli anni precedenti era emerso in maniera sempre più lampante. Quanti talenti si sono andati a bruciare per questa lacuna del sistema! Quanti ragazzi abbandonati al loro destino. Che spreco! Esiste un passo della Bibbia molto bello e misterioso (Isaia 21, 11-12), che recita così:

«Mi si grida da Seir: “Sentinella, a che punto è la notte?”. La sentinella risponde: “Viene la mattina e viene anche la notte. Se volete interrogate pure. Tornate e interrogate ancora”».

A che punto è la notte? La nostra notte, la notte azzurra, l’azzurro tenebra. Non c’è una risposta, per quanto la sentinella possa provare a scrutare. Ora appare un bagliore, ma presto o tardi farà ritorno l’oscurità. Eppure, se il momento più buio arriva appena prima che sorga di nuovo il sole, possiamo almeno permetterci di sperare. Gli otto anni di presidenza Gavazzi sono stati per il rugby italiano qualcosa di devastante e – ci si augura – episodico, irripetibile.

Ci vorrà del tempo per ricostruire e nel frattempo chi già è davanti a noi seguiterà quantomeno a correre. Serve ambizione, serve competenza, serve entusiasmo, serve – soprattutto – unione. Miscela quasi impossibile da combinare, specie in Italia, è vero. Ma come disse una volta l’indimenticato Joe Strummer: il futuro non è scritto. Sta a noi plasmarlo, tramutandolo in ricordi memorabili e magari anche più frequenti: nuove Grenoble, nuove Dublino, nuove Cardiff.

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