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21 Dicembre

Il rugby in Italia parla veneto

Il nord-est è la patria dell'ovale nostrana.

Tempo fa scrissi una storia. Una storia del rugby in Veneto. In buona sostanza, cercavo di spiegare perché lì (qui) il gioco della palla ovale sia (fosse?) tanto diffuso. I numeri parlano chiaro, del resto: nel così detto triangolo d’oro (Padova-Treviso-Rovigo), sono rimasti impigliati 34 degli ultimi 50 scudetti assegnati (68%). A Treviso, degli 83.000 abitanti, 6.000 sono tesserati in una società di rugby. Poco meno che a Roma (10.000), che però di abitanti ne fa 3 milioni.

 

In Veneto, in certe parti del Veneto, il rugby è più popolare del calcio e credo non serva aggiungere altro dato che l’Italia – seconda forse soltanto al Brasile – è tra i Paesi più calciofili del Creato.

 

Penso certo a Rovigo, piazza caldissima, come sa del resto chiunque vi abbia giocato almeno una volta, specie se con indosso una casacca nera dedicata al poeta autore del Canzoniere. Rovigo, dove a un certo punto, in piena campagna elettorale nel 2012, iniziarono a circolare “santini” clandestinamente ciclostilati che volevano l’allora capitano dei rossoblù – Luke Mahoney – sindaco. E che se i voti fossero stati contati come validi probabilmente quelle elezioni le avrebbe pure vinte.

 

 

Penso anche a Padova, dove Memo Geremia, presidente del Petrarca nel mitico ventennio Settanta-Ottanta, reperì fondi per svariati miliardi di vecchie lire per costruire un centro sportivo allora avveniristico, oggi ancora all’avanguardia. A finanziarlo furono quasi soltanto i denari di tifosi e appassionati. Non soldi pubblici intercettati da qualche onorevole compiacente; non fondi di investimento russi o americani interessati a spericolate acrobazie speculative nella città del Santo. Tifosi e appassionati: una sorta di pionieristico progetto di azionariato diffuso. Che il rapporto tra rugby e Veneto sia (fosse) speciale, insomma, è un dato di fatto. Sulle cause, invece, il discorso si fa più intricato.

 

Il tripudio dei giocatori del Petrarca Rugby dopo la vittoria ai danni del Rovigo nella finale del Campionato di Eccellenza 2010/11 (Ph Dino Panato/Getty Images)

 


Il Veneto ovvero un Galles sull’Adriatico


 

Nella storia che architettai si confrontavano quattro teorie. Quella di Vittorio Munari, pluriscudettato allenatore e dirigente, acclamato telecronista e conferenziere, mente fina e ancora più fine conoscitore delle cose ovali. Munari ha provato a rispondere chiamando in causa le peculiarità del territorio:

 

“Il Veneto è una regione dagli spazi limitati, è fatto di tanti piccoli paesi e alcune città medie molto vicine tra loro. Penso che abbia sfondato qui proprio per questo motivo, perché è uno sport di carattere sociale, che si nutre di un marcato e costante bisogno di condivisione. […]

 

Può essere che abbia sfondato qui proprio per questo, perché la conformazione del suo territorio era adatta alla sua diffusione. Probabilmente per imporsi nelle grandi città ha invece bisogno del sostegno dei grandi media” (estratto da Rugbyland, di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini, Edizioni Becco Giallo).

 

La teoria di Wayne Smith, quindi, ex All Black passato per Casale (piccola squadra del trevigiano) verso la fine degli anni ottanta (che poi è come se Johan Cruijff fosse andato a giocare al Varese, dopo il mondiale del ’74), e quindi allenatore guru dei tuttineri trionfatori di due delle tre ultime edizioni iridate. Wayne Smith che, seduto nella hall di un albergo di Buenos Aires, alla vigilia di una sfida con l’Argentina, rispose alla mia domanda così:

 

“Come tu sai, sono un appassionato del rugby in Veneto. Il padre di mio cognato era a Monte Cassino durante la guerra e, dopo, a Trieste. Lui mi ha parlato sempre dei patrioti del Veneto (e dell’Italia Nord). Erano contadini, duri, coraggiosi e leali. Secondo me, questi sono i valori del rugby, e forse i veneti sono più portati al rugby perché sono nati da questa linea, da persone con il coraggio di combattere per la loro terra e le loro famiglie, sotto disagio e condizioni molto difficili, terribili direi.

 

Il rugby non è la guerra, però è uno sport duro. Un giocatore di rugby deve avere coraggio, grinta e orgoglio e, in più, avere un senso di squadra, cameratismo e lealtà. Queste sono le caratteristiche dei patrioti, e forse la loro prole è quella che più può amare uno sport che richiede queste stesse caratteristiche”.

 

Quella di Elvis Lucchese, ancora, giornalista sportivo e grande conoscitore della storia rugbistica italiana, per cui la questione fondamentale risiedeva nel «paradosso originario del rugby, sport che nasce all’interno di élite aristocratiche ma che presto si diffonde negli strati meno abbienti, nella working-class, nella plebe, grazie soprattutto alle sue caratteristiche intrinseche di brutalità». Fu per lui così, dunque, che in Veneto, regione in cui gli strati sociali più bassi risultavano nel dopoguerra decisamente diffusi, il rugby riuscì ad emergere e ad imporsi anzi come sport di riferimento.

 

Wayne Smith in azione con la maglia degli All Blacks contro l’Australia nel 1984 (Ph Allsport/Getty Images)

 

 

La mia, infine. Allora sostenevo che il segreto stesse nella lingua. Secondo alcune correnti filosofiche, infatti, la lingua plasma il carattere del popolo che la parla (non viceversa). Ora, osservando la classifica ufficiale (fonte World Rugby) delle prime dieci nazionali di Rugby Union (rugby a 15) del tempo (A. D. 2016) si potevano trovare: Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Inghilterra, Galles, Irlanda, Scozia, Fiji, Francia, Argentina. Quella del Rugby Seven (rugby a 7, la variante giocata alle ultime Olimpiadi) comprendeva: Fiji, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, Usa, Kenya, Inghilterra, Samoa, Scozia, Argentina (la Francia era undicesima).

 

In entrambe le classifiche comparivano quasi esclusivamente nazionali di lingua inglese, con le uniche eccezioni di Francia e Argentina.

 

Dunque la mia ipotesi era che i Paesi di lingua inglese fossero agevolati nel gioco del rugby. Un’obiezione che si poteva muovere a questa supposizione riguardava proprio Francia e Argentina. Ma a ben guardare il Paese sudamericano, dopo la cacciata degli spagnoli (1823) è stato per lungo tempo una sorta di protettorato britannico, tanto che una parte del suo territorio figura ancora sotto la Union Jack (Isole Falkland/Malvinas) e il rugby lì si è appunto sviluppato nei circoli navali filo-britannici, tanto che il suo vocabolario rugbistico è pienamente mutuato dall’inglese (in Argentina si dice el wing per l’ala, el prop per il pilone, el tackle per il placcaggio).

 

 

Per quanto riguarda la Francia poi, la somiglianza tra le due lingue è attestata (oltre che dalla mia professoressa di francese delle medie) anche dall’indice internazionale Ethnologue, che misura la prossimità tra lingue differenti e che stabilisce un 27% di connessione tra, appunto, inglese e francese. Nello stesso indice, italiano e inglese presentano un netto 0%.

 

La storia dei Pumas affonda le radici nella tradizione britannica (Ph Albert Perez/Getty Images)

 

 

Ma l’italiano non è il veneto – concludevo allora. Veneto che nel proprio vocabolario presenta termini vicini alla lingua del Bardo, come criare, ad esempio (urlare, piangere, da to cry). E nemmeno gli italiani sono i veneti, se è vero che le loro ascendenze sassoni sono riconosciute da studiosi d’epoche vicine e lontane: dal contemporaneo Mario Rigoni Stern come dal settecentesco Marco Pezzo, che nel suo Dei Cimbri, veronesi e vicentini, scrive:

 

“E sappiam noi che nella Gozia […] e nelle Isole Britanniche generalmente intendono questo nostro parlare, avegnacché abbian di lui differente dialetto”.

 

Queste cose le scrissi ormai quasi un lustro fa, ma rileggendole le trovo ancora valide. Per quanto, infatti, l’intero movimento risulti in netto calo (di iscritti e risultati) ormai da diversi anni – Venezie comprese – il Veneto resta pur sempre la sua avanguardia. Il segno più evidente di questa tendenza sono le percentuali preponderanti di veneti convocati con la nazionale maggiore e con quelle giovanili.

 

 

Dei 23 giocatori azzurri scesi in campo nella penultima partita ufficiale (Francia, novembre 2020), 8 sono veneti. Il conto sale in percentuale poi a 7 su 17, se non si contano gli oriundi o comunque i giocatori di formazione straniera (Allan è vicentino di nascita, ad esempio, ma si è formato sportivamente in Sud Africa). Al raduno U20 che si terrà a metà dicembre, poi, sono convocati 17 veneti su 37 , praticamente la metà.

 

 

 


“Italiani no buoni per rugby”


 

Pare che Nick Mallet, allenatore sudafricano degli azzurri nel quadriennio ‘07-’11, abbia affermato una volta, a denti stretti:“Italiani no buoni per rugby”. Per quanto antipatico possa suonare un simile commento, visti i risultati degli ultimi due decenni risulta comunque difficile confutarlo. Eppure l’Italia, con mezzi economici, tecnici e anche fisici molto più ristretti dei rivali albionici e transalpini, andò a trionfare sui campi di mezza Europa nella seconda metà degli anni Novanta, garantendosi così (Annus Domini 2000) un’ammissione all’esclusivo circolo del Cinque Nazioni che sino ad appena pochi anni prima sarebbe parsa assolutamente impensabile.

 

Nick Mallett in tribuna centrale al Flaminio nel 2011 (Ph Claudio Villa/Getty Images)

 

 

Era quella un’Italia non necessariamente a trazione veneta, per quanto anche allora tale componente risultasse determinante: a Grenoble, nella storica, dolcissima prima vittoria contro i cugini, a scendere in campo furono 6 veneti su 17, quasi lo stesso numero di 23 anni dopo, stavolta però a Parigi e con esiti francamente dimenticabili.

 

Era tuttavia un’Italia che finiva per essere espressione di un rugby locale e non globale, in cui le differenti scuole di gioco, insegnate nelle diverse regioni e alle volte nelle diverse città, producevano giocatori con peculiarità proprie, anche molto differenti tra loro.

 

Padova, Treviso, Rovigo, sì… ma poi L’Aquila, Roma, Livorno, Noceto, Milano… se è vero che la varietà è ricchezza, nessun campionato era allora potenzialmente prospero come quello italiano. All’interno di tale varietà, dunque, la scuola veneta poteva fare naturalmente da traino per l’intero movimento, assecondata in questo dall’intelligente guida di tecnici francesi innamorati dell’Italia, quali Villepreux, Fourcade e Coste.

 

 

 


Oggi invece?


 

Oggi ci troviamo con un campionato italiano (Top 12) depauperato e ininfluente sotto il profilo sportivo e mediatico; con due sole squadre a rappresentare il vertice del movimento: Zebre e Treviso. Due squadre calate in un campionato anche (ma non solo) geograficamente distante dalla Penisola e dai suoi campanili. Due squadre svuotate poi di qualunque identità territoriale: basti pensare che le Zebre nacquero su volontà federale nel 2012, mentre nell’ultima formazione del Treviso risultavano presenti 4 trevigiani su 23, 2 soli dei quali partiti titolari.

 

 

Occorre dunque avere il coraggio e l’intelligenza di riconoscere, oggi, che quello della Celtic League è stato un azzardo fallito. Dopo dieci anni di partecipazione celtica e visti i risultati delle due franchigie e della nazionale, in tale periodo, possiamo ormai affermarlo senza remore di sorta. A questo errore madornale commesso da chi oggi la Federazione la guida e che entro marzo ’21 dovrà presentarsi alle urne per un eventuale nuovo mandato, si unì un’altra rovinosa valutazione strategica.

 

 

Si scelse infatti, nello stesso periodo, di mandare i migliori giovani del Paese a formarsi nelle accademie federali, privando dunque i singoli club dei loro maggiori talenti e fornendo ai rugbisti italiani, sin da piccoli, un unico modello teorico e pratico di gioco, uniforme (uniformato) per tutti.

 

I giocatori di Treviso durante un incontro di Heineken Cup nell’ormai lontano 2006 (Ph David Rogers/Getty Images)

 

 

Logico ritrovarsi oggi con giocatori magari anche molto preparati da un punto di vista tecnico e tattico, ma generalmente (non tutti, la gran parte) simili tra loro, stereotipati, privi di quella scintilla vitale che si intuisce invece negli omologhi argentini, gallesi, scozzesi. Solo per citare quelle nazionali con cui, fino a una decina di anni fa, eravamo ancora in grado di competere alla pari. Di quella scintilla capace di modificare l’inerzia di un incontro nel momento in cui le cose non vanno secondo i progetti e il piano di gioco finisce per incrinarsi.

 

 

Cosa c’entra la lingua con tutto questo? C’entra, c’entra eccome! Una volta, nel rugby italiano se ne parlavano tante e tra queste spiccava l’allegra ciacola veneta: schietta e orgogliosa, come il gioco di quel tempo. Un tempo, a guardar bene, nemmeno troppo lontano. Oggi di lingua se ne sente invece una sola ed è piatta, monotona, imposta dall’alto di qualche ufficio federale che affaccia su Roma ma – per dirla con quel tale – sogna l’altrove.

 

 

 


In copertina la nazionale italiana mentre intona l’inno in quel di Padova, allo Stadio Euganeo (Foto Dan Mullan/Getty Images)


 

 

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