In un mondo ormai quasi completamente globalizzato, il rugby spicca come sorta di enclave del sovranismo sportivo. Non certo da un punto di vista commerciale: dal riconoscimento ufficiale del professionismo da parte dell’IRB (oggi World Rugby, il massimo organo governativo del rugby internazionale) nel 1995, la palla ovale ha aperto in maniera decisa i propri confini, facendo di uno sport tendenzialmente élitario pratica estremamente diffusa in tutti e cinque i continenti, capace di generare profitti vicini ai due miliardi di euro con i soli Mondiali 2019.

 

Il “sovranismo” di cui sopra si manifesta piuttosto in una chiara (e sempre maggiore) differenziazione degli stili di gioco fra le diverse nazioni. Le quattro formazioni semifinaliste in Giappone hanno caratteristiche ed impianti di gioco estremamente diversi tra loro, in larga parte espressione delle caratteristiche peculiari dei rispettivi popoli. Il Galles gioca un rugby brillante, offensivo e spregiudicato; il Sud Africa è una squadra dura, fisica, ostinata; la Nuova Zelanda ha trovato nella felce che porta cucita sul petto il punto d’incontro delle proprie due componenti popolari (quella maori e quella anglosassone) e sulla base di questa identità ha dominato la scena globale per un decennio, con un modo di giocare rivoluzionario, unico; l’Inghilterra, infine, fa della disciplina e dell’abnegazione collettiva il proprio punto di forza.

 

Anche gli dei conoscono il sangue e la polvere

 

La sconfitta degli All Blacks di sabato più che un evento storico è il risultato di un’evoluzione fisiologica del gioco e della più stretta contingenza. Dalla disfatta ai Mondiali 2007 contro la Francia, i tuttineri hanno letteralmente dominato la scena internazionale, perdendo in dodici anni una manciata di incontri e vincendo due coppe del mondo, otto Rugby Championship (l’ex Tri Nations) e una serie impressionante di test match internazionali. La (parziale) chiusura di un ciclo è quanto di più logico ci si potesse attendere ed era ormai solo una questione di tempo. D’altra parte questa sconfitta pur bruciante e significativa non muta più di tanto gli equilibri: la Nuova Zelanda resterà anche in futuro la squadra da battere e la sua impronta inconfondibile continuerà a rappresentare il punto di riferimento per il resto del mondo ovale.

 

Ciò che impressiona, piuttosto, è la prova degli inglesi, la capacità che hanno avuto di rialzarsi dal punto più basso della loro storia (l’esclusione al primo turno dai Mondiali 2015, giocati in casa), la tenacia tenuta per quattro anni nel preparare la sfida del 26 ottobre 2019. Si può dire che la sconfitta contro l’Australia, subita a Twickenham nell’ottobre 2015, sia stata la Dunkirk del rugby inglese, che da quella ha trovato ancora una volta l’unione e la forza necessarie alla rivalsa. L’ha detto anche Eddie Jones – guida tecnica e spirituale degli inglesi in questo quadriennio, una sorta di Winston Churchill ovale, ugualmente controverso e plenipotenziario – una volta finita la partita: “Noi abbiamo avuto quattro anni per prepararci a questa sfida. Loro una settimana. Ci siamo preparati inconsciamente per questa gara per tutto questo tempo”. Fatte le debite proporzioni e consapevoli di quanto retorico possa suonare un simile paragone (ma cosa c’è al mondo di può splendidamente retorico dello sport?), le parole di Eddie Jones non appaiono troppo dissimili da quelle pronuncuate dallo stesso Churchill proprio all’indomani della evaquazione/fuga di Dunkirk: “Anche se ampi territori d’Europa sono caduti o stanno per cadere nelle grinfie del nemico noi non demorderemo né verremo meno. Noi procederemo fino alla fine. Noi combatteremo sui mari e sugli oceani, noi combatteremo con crescente fiducia e crescente forza nell’aria. Noi difenderemo la nostra Isola, a qualunque costo. Noi combatteremo sulle spiagge, noi combatteremo nei luoghi di sbarco, noi combatteremo sui campi e sulle strade, noi combatteremo sulle colline; noi non ci arrenderemo mai”.

 

Il ruggito dei 3 leoni

 

E la difesa, appunto, è stata la chiave di una partita giocata in maniera quasi perfetta dal XV della Rosa, che ha rispettato dal principio alla fine un piano di gioco chiarissimo e che poggiava le proprie fondamenta sul predominio fisico/atletico sull’avversario, nella fase offensiva come in quella difensiva. Obiettivo difficilissimo si capirà, quasi impensabile in teoria contro una squadra che sulla supremazia fisica e mentale ha fondato il proprio dominio globale per un paio di lustri e più. Obiettivo che solo degli inglesi, con il loro atavico, intrinseco senso di superiorità potevano concepire e mantenere. Della partita restano negli occhi il sorriso beffardo del capitano Farrell di fronte alla Haka (versione Kapa o Pango, la più dura e violenta); i placcaggi e i recuperi di palla delle due terze ala Underhill e Curry e della seconda linea Itoje; il rispettoso silenzio con cui lo stesso capitano Farrell ha accolto la scelta dell’arbitro di annullare una meta inglese probabilmente regolare, in un momento decisivo dell’incontro; la diligente abnegazione con cui George Ford, dalla piazzola, ha sistematicamente demolito le ambizioni neozelandesi.

 

Resta una settimana per capire che posizione l’incontro di sabato andrà ad assumere nella storia del rugby inglese. “Vae victis” dicevano gli antichi Romani; oggi – poco decoubertianamente – è appurato che la storia dello sport si dimentichi con estrema facilità dei perdenti e chi non vince l’ultima partita è destinato a scomparire dunque nell’immenso limbo delle incompiute. Lungi dall’aver marcato un cambio storico di rotta per il “gioco più nobile del mondo”, la vittoria di Yokohama ha confermato una volta di più i caratteri intrinseci del popolo inglese, perfettamente.