Del merito, in partite come quelle dei mondiali, ce ne infischiamo. Il verdetto del campo parla con crudeltà e spietatezza, e questo è il bello. Lasciamo volentieri ad altri analisi tecnico-tattiche di qualsivoglia natura. Soprattutto in una competizione dove ci si gioca sempre qualcosa in più della statistica, sono molti i fattori che entrano in gioco. Il fattore tecnico si aggiunge alla vittoria, non la fonda.

 

E allora non di analisi, ma di fatti e grandi imprese vogliamo parlarvi. E’ un mondiale emozionante, avvolgente, sentito e proprio per questo imprevedibile. Uno dei più belli di sempre. Madre Russia è riuscita nell’impresa di eliminare la Spagna, povera di soluzioni e ancora stordita, perlomeno così ci è parso, dell’addio di Lopetegui a poche ore dall’inizio del mondiale. Non che Hierro abbia delle colpe. Čerčesov, invece, quanti meriti!

 

La delusione degli spagnoli (foto Dan Mullan/Getty Images)

 

Per la Russia un trionfo, per gli spagnoli un’altra delusione dopo gli europei del 2016 e i mondiali del 2014. Una squadra che aveva vinto tre titoli (due europei ed un mondiale) tra il 2008 e il 2012, ma che al netto di un ciclo straordinario, senza precedenti nella sua storia, deve ora chiedersi quale destino la attende.

 

Iniesta, l’illusionista, uno dei giocatori più eleganti che i nostri occhi abbiano mai visto su un campo di calcio, dà il suo addio anche alla nazionale. Isco è pronto a sostituirlo, e Asensio è pronto a dare il ricambio ad Isco, ma dietro? Piqué e Ramos non sembrano avere grandi sostituti, e lo stesso De Gea, che rimane tra i portieri più forti al mondo, ha faticato e non poco in questo mondiale, dimostrando ancora una volta quanto conti la personalità in certe circostanze.

 

L’incontenibile gioia russa (foto Dan Mullan/Getty Images)

 

Lì davanti, curiosa (perlomeno) la scelta di lasciare Morata fuori dal mondiale, anche se sarebbe ingenuo imputare a Diego Costa (o a Rodrigo) alcunché. La Spagna gioca male e ha giocato male, con eccessiva lentezza, anche ieri. Il centrocampo ha faticato tantissimo, e Isco è sembrato l’unico, nel corso del mondiale, a saper dare la luce, anche più di Silva e Busquets (senz’altro più di Koke, eroe in negativo nella lotteria dei rigori, e con lui Iago Aspas).

 

Dall’altra parte, una Russia umile, organizzata, che ha avuto il coraggio e la fortuna di pareggiare l’iniziale vantaggio spagnolo con un rigore del freddissimo Dzyuba, apparso sugli scudi anche ieri. La Russia ha dimostrato di essere un gran collettivo a livello mentale. Gli ultimi 50 minuti, se consideriamo anche i tempi supplementari, hanno ricordato la resilienza uruguaiana contro Ronaldo e compagni dell’altro ieri sera. Lo ha fatto passando per il miglior talento a disposizione, Golovin, sacrificatosi anche lui a difendere insieme ai compagni un pareggio fondamentale.

 

L’errore di Iago Aspas, il miracolo di Akinfeev (foto Dan Mullan/Getty Images)

 

E’ andata bene, benissimo, a Madre Russia. Aiutata da un pubblico splendido, abituato al freddo tutto l’anno, e per questo così caldo quando conta, i ragazzi di Stanislav Čerčesov, l’uomo di ghiaccio, ce l’hanno fatta. E se De Gea ha deluso, tutt’altro si deve dire di Ankinfeev, il portiere silenzioso che almeno per una notte farà dimenticare ai russi la leggenda di Lev Yashin. Il miglior attacco è la difesa. L’estetica del tiki-taka inizia a non fruttare più i grandi risultati di un tempo.

 

La partita delle 20 veniva improvvisamente alimentata di un ulteriore imperativo categorico: vincere, sì, non solo per la gloria, ma per il sogno. Non più la Spagna ad attendere la vincente di Croazia e Danimarca, ma la Russia. Certo, questa Russia. Ma vogliamo mettere?

 

L’undici titolare croato (foto Alex Livesey/Getty Images)

 

La partita che esce fuori è piatta nel complesso, ma vive due picchi forieri di emozioni. I primi quattro minuti regalano due gol, uno di Jorgensen, su una mischia da calcio d’angolo, e uno di Mario Mandzukic, su clamoroso auto-rimpallo in area danese.

 

Poi, più paura che voglia di vincere. Almeno fino al 115′, quando Modric, fino a quel momento limitatosi a difendere il centrocampo, avanza di qualche metro la sua posizione e trova l’imbucata in verticale per Rebic (probabilmente il migliore dei suoi), che salta Schmeichel e viene atterrato proprio da Jorgensen a pochi passi dalla gloria. Niente rosso, solo giallo per lui. Dal dischetto, Luka Modric. Parata di Schmeichel junior (Kasper) sotto gli occhi del padre Peter, Schmeichel senior. Si va dunque ai calci di rigore. Come era successo per Spagna-Russia, così accade per Croazia-Danimarca.

 

Il momento più incredibile dei 120′ (foto Julian Finney/Getty Images)

 

Anche Eriksen, l’altro numero 10, sbaglia dagli 11 metri. In questo caso, però, è giusto parlare di miracolo di Subasic. Ma Schmeichel non ci sta, e ne para un altro. Badelj calcia malissimo. Poi va Kjær, ed è rete (e che rete, sotto l’incrocio dei pali). Il rigore di Kramaric pesa come un macigno, ma entra. Poi Krohn-Dehli, ed è ancora gol. Nuovamente Modric. Pesantissimo. Striminzito, centrale, ma in fondo al sacco. Tensione alle stelle.

 

Va Schøne, un rigorista. Ma Subasic è sontuoso e decisivo, ancora una volta. E’ la giornata dei portieri. La gloria dei croati sembra apparire all’orizzonte, ma Pivarić sbaglia, ancora Schmeichel, strepitoso. Non si segna. Dal dischetto va Nicolai Jørgensen, che si fa ipnotizzare ancora da un fantastico Subasic. Dal dischetto, per deciderla, si presenta l’altro grandissimo del centrocampo croato: Ivan Rakitic (che aveva un conto aperto da Euro 2008, quando era giovanissimo). Il coraggio gli dà ragione, e la Croazia passa ai quarti. E se alla già grande qualità della rosa a disposizione di Dalic, si aggiungono anche certi segnali, allora crederci diventa un obbligo.


Foto di copertina: Ryan Pierse/Getty Images