Scrivere di uno come Sadio Mané è molto difficile. Lo è perché nel raccontare certe vicende è fin troppo semplice cadere nella banalità e nella solita retorica del sogno che si realizza, del ragazzo che ce l’ha fatta, del campione col cuore grande. Ma il punto fondamentale qui non è tanto il lieto fine: la chiave di questo racconto non sta, secondo il solito topos letterario, nei sacrifici fatti e ripagati di Mané, bensì nell’attuale visione del mondo di questo ragazzo senegalese, nei “sacrifici” che continua a fare proprio perché non avvertiti come obblighi e doveri.

“Il successo è più solido quando viene ottenuto senza distruggere i propri princìpi”. (Walter Cronkite).

Sadio Mané è nato povero a Sédhiou nel 1992. Cresciuto in un villaggio in cui l’unica prospettiva era campare di agricoltura, ha passato anni a giocare tra strada e polvere e – a sentire lo zio – a “calciare sassi o qualsiasi cosa come fossero palloni”; tutto ciò fino al provino a Dakar (383 chilometri da casa) che gli ha cambiato la vita. Lo visiona Olivier Perrin, talent scout del Metz, che oggi ricorda così quell’episodio: «sembrava un giocatore di un videogame, non era normale».

 

Sei mesi più tardi l’aereo per la Francia e il trasferimento senza avvertire la famiglia, restia all’idea che Sadio potesse diventare un calciatore professionista. A dieci anni di distanza Mané è campione d’Europa con il Liverpool, al culmine di un processo di crescita spaventosamente graduale, passato attraverso Salisburgo e Southampton.

“Di solito mi alzo presto ogni giorno, poi mi faccio subito una doccia e prego. Doccia e preghiere. La stessa routine, ogni giorno”.

Quando parla in questo modo Mané sembra più un impiegato che un’ala sinistra. E pare anche vivere il calcio prima di tutto come un lavoro, lui che più di tanti altri avrebbe il diritto di esprimere la sua passione per il gioco. Egli però parla raramente di sé in pubblico, anzi, parla raramente in pubblico e basta.

 

Come ha detto Salah, rispondendo alla domanda su chi fosse il migliore amico di Mané nello spogliatoio: «Nessuno. Sadio vive da solo a Liverpool, cammina da solo, mangia da solo, beve da solo… ora Nabi (Keita) è il suo migliore amico, ma prima di Nabi era da solo. È la verità!» Dà l’impressione di essere infastidito dai riflettori, e più in generale da tutto quello strato di apparenza patinata che inevitabilmente circonda le celebrità. In certi momenti sembra timido, in altri quasi antipatico.

 

 

Naturale e allergico alle telecamere, sempre

 

 

Poche ore dopo aver segnato un gol al Leicester nel settembre 2018, Mané è stato ripreso mentre puliva i bagni di una moschea pubblica. Nella clip è abbastanza chiaro il momento in cui chiede a chi lo riprende di non diffondere il video su internet. Qualche mese dopo, interpellato, ha raccontato questa storia a L’Èquipe:

“Ero in moschea e ho incontrato un mio grande amico. L’ho invitato per un tè a casa mia dopo la preghiera e mi ha detto di no, perché doveva pulire i bagni della moschea per lavoro. Gli ho risposto che l’avremmo fatto insieme. In quel momento qualcuno ci ha ripreso e gli ho chiesto di non mettere il video su internet. Ha giurato che non l’avrebbe fatto, ma il giorno dopo era tutto online. Non è stato molto serio”.

È un racconto che dice molto della persona di Mané. Per tanti che hanno “sfondato”, venire dalla povertà diventa presto un motivo per ostentare il proprio successo, come fosse una rivincita sulla vita (sarà che di vita ci hanno sempre capito poco e niente, tra favole Disney e film di Hollywood).

 

Mané è invece estraneo, impermeabile a questo modo di pensare: le proprie origini, le radici, non appartengono a una fase passata dell’esistenza bensì al presente. Ecco perché le difficili condizioni di partenza non sono il triste inizio prima del lieto fine, bensì l’essenza stessa del percorso.

 

In questa immagine forse le due ali più forti del mondo. La domanda, che sembra una provocazione, è la seguente: senza la fede incrollabile in Dio, Salah e Manè sarebbero arrivati dove sono adesso? (Photo by Alex Broadway/Getty Images)

 

Ciò che ha Sadio Mané di diverso da tutti gli altri sportivi non è tanto l’umiltà, la beneficenza verso il suo paese d’origine o il fatto che abbia pulito un bagno. La differenza è la spontaneità che trasmette in tutto quello che fa, una forma mentis che si riflette anche nel suo modo di stare in campo. È un tratto della cultura in cui è cresciuto e che non ha mai rinnegato o superato, ma che anzi ha voluto trasmettere a tutti coloro che potevano comprenderla.

 

Lo ha fatto a modo suo, con la testa bassa, lavorando tanto e parlando poco. È l’esempio perfetto di come lo sport possa essere un mezzo di scambio tra culture diverse, anche in un calcio ormai portato alla spettacolarizzazione e quindi all’omologazione dei calciatori, ormai quasi più attori e figurine che persone reali.

“L’Africa e l’Occidente hanno della giustizia due idee diverse, incompatibili fra loro. Per un africano c’è un solo modo di controbilanciare le catastrofi dell’esistenza: dare qualcosa in cambio”.

Così scriveva Karen Blixen, una fra le più grandi interpreti di questa grande distanza. È un discorso che riguarda Mané, che si può applicare allo sport ma che andrebbe anche tenuto come promemoria generale. Specie in un periodo storico in cui il dibattito è monopolizzato dalle opposte fazioni dei sovranisti difensori della cultura occidentale, fallaciani e teorici dello “scontro di civiltà”, e dei no-borders che, con la scusa dell’uguaglianza e dell’integrazione a tutti i costi, sacrificano le relative culture. Ebbene Sadio Manè ci ricorda – per fortuna – che non siamo tutti uguali, né dobbiamo esserlo.

 

Sadio Manè

L’uno contro uno di Mané, nel tramonto dell’Occidente

 

Il vero pregiudizio sta nella nostra intima pretesa che gli altri debbano diventare come “noi”, e quasi ci sembra più integrato un calciatore africano che posa per la Nike con il cappellino rigirato, atteggiandosi da rapper, piuttosto che uno come il numero 10 del Liverpool. La vera integrazione sta invece nel dialogo, nello scontro e nell’incontro tra culture, non nel rinnegare la propria. Non è un caso che il documentario ufficiale sul giocatore, appena uscito, si intitoli Sadio Mané: Made in Senegal.

“Ero considerato il miglior giocatore del villaggio, e anche della regione. Ero così fiero di indossare la maglia del mio villaggio”

Mané ci piace perché prima di essere un top player è un uomo del Senegal, perché pur avendo coronato il “sogno occidentale”, e un po’ nichilista, di successo e gloria, non ha rinnegato il suo retroterra e il suo stesso modo di essere. Il tipico low profile che lo contraddistingue non condanna la celebrità e le luci dei riflettori, semplicemente non le riconosce, se ne disinteressa.

“Da quando avevo due o tre anni, mi ricordo sempre con la palla. Vedevo bambini che giocavano per strada e mi univo a loro. È così che ho iniziato, solo sulle strade. Una volta cresciuto andavo a vedere le partite, soprattutto quando giocava la Nazionale del Senegal, volevo vedere i miei eroi e immaginarmi come loro”. (Sadio Mané)

Noi vogliamo che Sadio Mané continui ad andare in moschea e non in discoteca, che ascolti la sua musica e mantenga le sue usanze, che continui a donare i soldi al suo villaggio per scuole e ospedali e non alle ONG intenzionate a svuotare l’Africa. Che giochi per il Senegal e non per l’Inghilterra o per la Francia.

 

Persone come Mané ci ricordano che il nostro non è l’unico né il migliore dei mondi possibili, e anzi che forse saremmo addirittura in tempo per correggerlo. Questo è il modo migliore per dare “un calcio al razzismo”: difendi, conserva, prega, per citare i versi di un celebre pensatore italiano. Ecco la nostra integrazione. Quella che, eliminato il superfluo, ci restituisce gli uomini e le loro irriducibili culture.