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Ritratti
3 Gennaio

Momo Salah è un’icona vivente

Marco Armocida

23 articoli
Di sicuro in Egitto, probabilmente anche nel mondo.

Il volto di Salah in Egitto è ovunque. È su magliette, tazze e pupazzi di qualsiasi forma. È su tutti i social network, spesso affiancato alla maschera di Tutankamon. È su lanterne penzolanti su strade anguste e ottenebrate della periferia del Cairo e persino sui tradizionali ninnoli del Ramadan. Un suo ritratto sulla parete di un bar del centro è oggi una delle principali attrazioni della capitale.

Salah è per tutto l’Egitto un orgoglio e a lui sono intitolate scuole, musei e persino una tipologia di datteri. Dilaniati dalla disoccupazione, dalla povertà e dalla censura e disillusi dal sogno infranto della rivoluzione del 2011, gli egiziani vedono in lui un’ancora di salvezza. Un barlume di speranza, una possibilità oltre l’orizzonte del disinganno.

“Gli egiziani hanno perso da tempo il riferimento di qualcuno che susciti rispetto e che non sia esiliato, in prigione o morto. […] Salah può cambiare il mondo orwelliano che è diventato l’Egitto, ma ha aiutato a restaurare il significato di valori che stavano vacillando: la dignità è tornata ad essere dignità, i princìpi sono tornati princìpi, la gentilezza gentilezza, e la felicità è tornata felicità”.

Amro Ali

Salah è un giovane come tanti, partito da un piccolo villaggio (Nagrig) sul delta del Nilo. È adorato perché è un eroe tangibile, vicino. Da piccolo ha vissuto in povertà e, diventato grande, non ha mai dimenticato le sue origini: l’Egitto per lui è una stella polare, un fuoco che non smette mai di ardere. Alla Fiorentina ha scelto il numero 74 per ricordare le 74 vittime della tragedia di Port Said e durante la prima ondata pandemica ha finanziato per la sua città di origine la costruzione di una scuola, di un ospedale e di un sistema di irrigazione per le campagne circostanti (soltanto quest’ultimo è costato circa 450 mila dollari).

salah liverpool chelsea
La parte finale dello straordinario gol di ieri sera contro il Chelsea di Mohamed Salah

La sua influenza in Egitto è enorme, quasi grottesca. Si dice che, alle elezioni del 2018, quasi un milione di egiziani abbia scritto il suo nome sulle schede elettorali e che la sua apparizione in un cortometraggio a sostegno di una campagna antidroga abbia fatto registrare un altissimo numero di chiamate da parte di tossicodipendenti. Salah non è semplicemente il calciatore egiziano più forte di sempre. La sua popolarità travalica il mondo del calcio. Come sostiene Marina Ottaway, “è l’ultima pagliuzza che indica che l’Egitto è ancora un grande paese”.

La sua carriera è un unicum. Arrivato in Europa a soli vent’anni, al primo anno con il Basilea vince il campionato e ottiene il “Swiss Golden Player of the Year”. Mourinho, impressionato dal suo talento, lo chiama al Chelsea. A Londra Salah, complice una concorrenza spietata, stenta a decollare. E così a 23 anni, età in cui i top player sono già affermati nelle squadre più forti d’Europa, viene ceduto in prestito alla Fiorentina. La parentesi italiana, lungi dall’abbatterlo, lo rinvigorisce. A Firenze sbalordisce tutti per la sua facilità di corsa e a Roma con Spalletti, nei due anni successivi, completa la propria maturazione calcistica. Salah, arrivato in Italia come giovane promessa, torna in Inghilterra da giocatore completo.

“Nella mia testa c’era l’obiettivo di tornare in Inghilterra e dimostrare a tutti che avevano torto. Alcuni dicevano che non era un calcio per me e che tornare non avrebbe avuto senso. Io volevo di nuovo giocare nel campionato più bello del mondo. Dentro di me penso di essere il migliore, questo mi aiuta molto”.

Sceglie il Liverpool e difficilmente si potrebbe immaginare un connubio migliore. Quelle maniche lunghissime, la capigliatura anni 80 e la maglia rossa numero undici fanno di lui un’icona immediatamente riconoscibile. Vederlo segnare sotto la Kop è un’esperienza estetica appagante. E poi dimostra di avere in sé le caratteristiche identitarie del calcio che piace a Klopp.

Si esalta in una squadra ipercinetica, rabbiosa, magari anche frenetica. Che ha la verticalità nel sangue e che non si accontenta di gestire il ritmo della gara. Salah eccelle in partite con repentini cambi di fronte, dove i tatticismi sono accantonati in nome di un calcio offensivo e primitivo. Vive e si alimenta di battaglie condotte tra boati e contrasti al limite della velocità massima. Più semplicemente, Salah ama il calcio che si gioca ad Anfield, teatro dell’assurdo in cui niente è davvero irrealizzabile.

Salah e Mané, egoismo tecnico al potere

Oggi Salah è uno dei cinque attaccanti più forti al mondo. Per due anni è stato il capocannoniere della Premier League (2018 e 2019), nel 2021 ha vinto il Golden Foot e di recente è diventato il calciatore africano che ha segnato di più in Inghilterra. A stupire sono la sua capacità di controllare il pallone in velocità e la sua sempre più sconcertante freddezza negli ultimi metri. Ne è un esempio il suo ultimo gol contro il Chelsea, deflagrazione nevrastenica che ha irretito Marcos Alonso e crivellato una difesa abbacinata da una bellezza così accecante.

Negli anni ha lavorato sul suo fisico, migliorando sensibilmente il gioco spalle alla porta. A farci innamorare di lui, più dei numeri sbalorditivi, è però il suo egoismo puerile. Salah non dribbla per il piacere di farlo: non è un enganche che irride chi gli sta davanti. Non è nemmeno Hagi che, citando Valdano, “giocava in groppa a un cavallo bianco”. Salah è un solista che brama per sé il centro del palco e che divide malvolentieri la gloria. Ha capito negli anni che non c’è gioia più bella del gol e che il suo destino è di farne a centinaia.

Se giocasse a calcetto con gli amici, ne siamo certi, non passerebbe il pallone nemmeno a loro.

Salah è unico perché è un’oasi di imprevedibilità in un deserto asettico di omologazione tattica e tecnica. In alcuni momenti la realtà si piega alla sua volontà. Il copione spesso sembra già scritto: lui che parte da destra per scartare gli avversari inermi, la palla sfiorata con la suola del suo sinistro, Anfield che trattiene il respiro e poi esplode in un boato assordante. In quei momenti, Salah riaccende i nostri sogni ad occhi aperti, quando da piccoli, guardando il soffitto opaco della nostra cameretta, immaginavamo di realizzare gol impossibili in stadi gremiti pronti a urlare il nostro nome. Salah gioca a pallone, segna e vince. Noi lo ammiriamo e, senza accorgercene, liberiamo il fanciullino che c’è in noi.


immagine di copertina © Rivista Contrasti


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