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Italia
21 Luglio

Salvatore Sirigu, l’antidivo

Volete mettere i social con la Sardegna?

Nelle interviste concesse a fine partita si riesce a notare perfettamente il repertorio dialettico che ogni giocatore deve possedere: qui si svela tutta la distanza tra gli stessi calciatori e giornalisti, tra i quali puntualmente viene innalzato il muro della retorica e del luogo comune. Ogni volta si segue uno specifico copione, con frasi di circostanza che oramai, a forza di ripeterle, hanno perso anche di significato: il rispetto nei confronti degli avversari, le vittorie possibili grazie ai compagni, il ringraziamento al mister e via discorrendo. Ascoltando tuttavia molte dichiarazioni rilasciate dai numerosi componenti della vincente spedizione Azzurra di Euro 2020, emerge in modo chiaro un coro di attaccamento e gratitudine nei confronti di Salvatore Sirigu, reduce dall’esperienza da vice Donnarumma.

«Oggi Salvatore prima della partita ha raccolto per noi un video di tutti i nostri cari e parenti e ci ha fatto piangere tutti sul pullman prima di arrivare allo stadio di Wembley». Così un riconoscente Chiellini, cercando di ricoprire al meglio la figura di capitano, ha voluto sottolineare, ai microfoni di Sky Sport, il grande apporto che l’estremo difensore è riuscito ad offrire a sostengo di tutto il gruppo.  Non è stato da meno Florenzi, anch’egli ormai un “veterano”, che ha affermato: «Vorrei ringraziare Sirigu, è stato un grande motivatore. Prima della finale ha scritto per ognuno di noi un bigliettino motivazionale, tutti diversi l’uno dall’altro. È un grande». 

Già, perché il calcio non è fatto solo di campo, e lo spogliatoio non unicamente dai titolari, anzi. Il nuovo portiere del Genoa, preferito non a caso ad altri suoi “colleghi” più giovani come Gollini, si è quindi caricato della missione – tanto importante quanto oscura – di cementare il gruppo.

Gruppo che è da sempre il cuore delle vittorie anche azzurre, fin dall’82 quando un manipolo di senatori optò per lo storico silenzio stampa necessario a compattare la squadra. Ma Sirigu si colloca anche in quella tradizione dei “secondi portieri spogliatoio”, passateci l’ardita definizione, che ha precedenti illustri tra cui lo stesso Angelo Peruzzi al Mondiale 2006: un vero e proprio mattatore, anch’egli citato praticamente da ogni compagno di squadra, capace di portare leggerezza mangiando un’intera pizza in un solo boccone – sfidato da Totti – o inventando il rito della Sambuca per tutti dopo ogni vittoria nelle partite ad eliminazione diretta.



Il lavoro prezioso svolto da Sirigu, quindi, si inserisce in questo filone: nel ruolo di chi decide di mettere da parte il proprio io per essere al servizio dei compagni; di chi agisce dietro le quinte, ben lontano dalla luce dei riflettori, il cui scopo principale diventa stimolare il più possibile coloro che sono chiamati a scendere in campo. In tutto ciò si ritrova l’epica del gregario nel ciclismo, uomo fondamentale nell’economia di una grande corsa, ma nel caso degli uomini spogliatoio con ancora meno allori. Un ruolo riassunto da Sirigu stesso in una piacevole (e non banale) intervista al Corriere della Sera: «quando non giochi hai due strade: o aspetti il tuo turno in silenzio, oppure cerchi di essere prezioso in altro modo». Soprattutto quando hai l’intelligenza e l’esperienza per farlo.

Qui si può capire l’importanza dei predecessori, di aver condiviso lo spogliatoio con veri e propri totem della Nazionale quali Buffon e Fabio Cannavaro: «Ho cercato di tramandare principi e valori che mi sono stati trasmessi dai campioni frequentati in Nazionale. Quando ti trovi davanti uno come Cannavaro, osservi e ascolti. Poi Buffon: ho un’ammirazione totale per Gigi. E De Rossi: ha dato anima e cuore per la Nazionale, averlo con noi è stato speciale». Uomini, prima che calciatori, un concetto che nel calcio contemporaneo tendiamo nostro malgrado a dimenticare. Sarà per questo che Sirigu è anche uno all’antica, il solo nella spedizione azzurra a non avere alcun tipo di social e uno profondamente legato alle sue radici, ostinatamente sarde (rivendicate nel festeggiamento con la bandiera dei quattro mori, che quelle volpi degli inglesi hanno scambiato dagli spalti per la propria).

«Non ho nessun nessun social network, nè Facebook, nè Twitter nè Instagram (…) Non ho grandi pregi oltre ad essere sardo. I miei difetti? La testardaggine, l’orgoglio ed il dire tante brutte parole (…)».

Salvatore Sirigu, dalla rubrica “quello che non tutti sanno di…” curata dal Torino.

 


Così, tornando al ruolo recitato a Euro2020, l’estremo difensore sardo ha scritto dei messaggi motivazionali personalizzati per ogni giocatore: «È cominciata quasi per caso, alla vigilia della gara con la Turchia. Ci stavamo cambiando e non sapevamo a cosa saremmo andati incontro. Ho scritto alcune frasi sul telefono, le ho salvate. E poi ho deciso di inviarle. Veniamo da un anno e mezzo durante il quale il calcio non è stato più lo stesso, per noi è già una vittoria entrare in uno stadio con i tifosi. Ricordiamoci che uniti si è più forti, e che più si è uniti e più si è forti. E godiamocela, perché tanti vorrebbero essere al nostro posto».

Chi conosce il vissuto ed il carisma dell’ex Palermo e Psg, tuttavia, non si stupisce più di tanto: cinque stagioni tra i pali dei parigini e 27 presenze in Nazionale, con cui ha disputato qualche minuto in tre competizioni differenti (Mondiali 2014, Euro 2016 ed ora Euro 2020) lo hanno reso uno degli elementi più esperti della spedizione. E poi Sirigu è uno che quando parla raramente recita la parte, e che anzi dà sempre l’impressione di avere un pensiero formato, estraneo al mondo del calcio: li si riconosce subito quelli così (parlavamo prima dello stesso De Rossi) e li si ascolta anche con interesse sincero. Nella stessa intervista al Corriere della Sera, imbeccato sulla questione inginocchiamento, aveva risposto:

«Ci hanno dato dei razzisti: non si può. Qui c’è gente impegnata nel sociale, Nkoulou per me è un fratello. Abbiamo dimostrato di rispettare chi lo fa». Eppure poi ha aggiunto: «è un gesto anglosassone».


Un concetto apparentemente neutro, ma che invece restituisce una consapevolezza profonda: alcuni comportamenti assumono connotazioni diverse a seconda dei differenti contesti in cui nascono e prosperano. Sirigu non ha detto è solo un gesto, né ha parlato di ipocrisia o giustizia smarcandosi da uno stucchevole dibattito politico: ha detto invece è un gesto anglosassone, spiegando in tre parole perché l’Italia non fosse automaticamente (e moralmente) obbligata a ripeterlo. L’estremo difensore del Genoa va insomma approfondito tra le pieghe della sua personalità da antidivo, come lo ha definito Repubblica in un articolo di qualche tempo fa. Allora, durante la quarantena, Sirigu si faceva simpaticamente beffe della vita continuamente ripresa e condivisa dai suoi compagni:

«Sicuramente sono uno dei più grandi dello spogliatoio, cerco di farmi sentire soprattutto con i più giovani. Poi c’è sempre il cretino che fa vedere che fa i piegamenti o qualche altro esercizio a casa e mi fa ridere». 

Adesso però anche l’ultimo baluardo del vecchio mondo trema, considerato l’assalto di Bonucci che ha chiesto ai suoi followers se gradissero uno sbarco del portiere sui social (la risposta, ovviamente, è stata un plebiscito). Non sappiamo se Sirigu getterà la spugna, arrendendosi anch’egli allo spirito dei tempi. Anche se fosse, siamo sicuri che il suo Instagram, poco curato, non mostrerebbe alcuna esibizione di muscoli o di bella vita. Al contrario conterebbe giusto su qualche foto di lui in divisa sportiva e soprattutto su molte immagini della Sardegna: il luogo in cui ha detto di voler vivere, morire e anche andare in vacanza. Più vecchia scuola di così!

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