Calcio
05 Novembre 2022

San Siro è un pezzo di storia (e di arte)

Spiragli di luce per uno stadio simbolo di una città.

“Non ce la faccio, troppi ricordi” afferma Giovanni Storti in una celebre scena di Tre uomini e una gamba, mentre le casse dell’auto aziendale del “Paradiso della brugola” riproducono Luci a San Siro di Roberto Vecchioni. Una reazione simile devono averla avuta i tifosi, gli ex giocatori e gli appassionati di calcio dopo la notizia di qualche settimana fa del progetto della Cattedrale, il nuovo stadio di Milano, che prevedeva la demolizione dello storico e glorioso San Siro dopo che, in un primo momento, si era deciso per la sua conservazione.

Finalmente però, dopo mesi di dibattito, anche la politica nazionale sembra essersi accorta che non si tratta solo di un problema di business sportivo, che certi “monumenti” hanno un rilievo culturale e collettivo. «Il Meazza non si tocca e non lo dice Sgarbi, è la legge», ha dichiarato il neo sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi. Aggiungendo poi: «San Siro è del ’26, sarebbe come buttare giù l’EUR a Roma, quindi è naturalmente vincolato perché il vincolo sarebbe automatico oltre i 70 anni, non si può buttare giù». Di parere opposto era stata la Commissione regionale per il patrimonio culturale della Lombardia, che due anni fa aveva stabilito l’assenza di “interesse culturale” dato che gli interventi di adeguamento, fatti nel corso degli anni, avevano modificato consistentemente l’impianto originario.

«Se serve un vincolo lo metterò. Ma non occorre un vincolo per salvarlo, semmai servirebbe una decisione del ministero per dire abbattetelo e non arriverà mai. Dal ministero non arriverà mai».

Vittorio Sgarbi

Un pensiero condiviso anche da Silvio Berlusconi, che su Facebook è intervenuto così: «In relazione alla questione del progetto di abbattimento dello stadio San Siro di Milano, mi unisco al coro di protesta di esponenti della cultura, rappresentanti delle istituzioni, tifosi, semplici cittadini. Lo stadio, con i suoi 70 anni di vita, dovrebbe essere tutelato e protetto; è parte della storia di Milano e della storia del calcio italiano. Abbatterlo significherebbe privare la città di un monumento, di un suo simbolo, di un suo elemento identificativo in Italia e nel mondo».



Parole importanti che lasciano intravedere uno spiraglio di luce. Se la necessità di avere degli impianti moderni e sicuri è insindacabile, la volontà di sconsacrare alcuni luoghi del calcio – peraltro tutt’ora perfettamente funzionanti – lo è molto meno. Sì perché lo stadio Meazza è un simbolo, così come lo sono Anfield, l’Old Trafford e il Santiago Bernabeu. Con le sue torri cilindriche in cemento armato, la copertura sorretta dalla struttura a tralicci rossi e l’inclinazione vertiginosa delle gradinate rappresenta oggi uno dei simboli più identificativi della città stessa di Milano. Per quasi un secolo poi ha ospitato le gare casalinghe di Inter e Milan, collezionando in totale 38 scudetti e 10 Champions League – solo la città di Madrid ha vinto di più in Europa, con 14 Champions tutte sponda Real.

Forse non è un caso allora che la scelta di costruire un nuovo stadio, abbattendo San Siro, sia stata presa da due proprietà che con la cultura calcistica e la storia italiana hanno poco a che vedere.

I rossoneri posseduti (nel 2019, al momento della decisione) da un fondo d’investimento statunitense, subentrato al posto della vecchia proprietà cinese insolvente, con un amministratore delegato sudafricano dal passato in MLS negli Stati Uniti e un presidente dai trascorsi raramente sportivi. I nerazzurri affidati a una società cinese che possiede un po’ tutto quello che si può vendere, e che assegna presidenza e supervisione al giovanissimo, timido e giustamente assai spaesato rampollo di famiglia Steven Zhang. Il padre e vero proprietario, Zhang Jindong, ha fatto giusto in tempo a deliziare i tifosi con un criptico “fozzà Indà” (forza Inter), al momento della “bellissima” presentazione alla stampa, per poi non farsi più vedere nemmeno per la vittoria del diciannovesimo scudetto, in accordo con i desideri di un po’ tutto il tifo mondiale.          



Inoltre la costruzione del nuovo stadio toglierebbe posti per i tifosi, in controtendenza rispetto alle scelte dei maggiori club europei. Il progetto parla di 65.000 spettatori, circa 15.000 in meno rispetto alla piena capienza del Meazza. Il Manchester City è passato dai 32.000 spettatori del vecchio Maine Road ai 53.000 del Etihad Stadium; l’Arsenal dai 38.000 di Highbury ai 60.000 dell’Emirates Stadium; l’Atletico Madrid dai 54.000 del Vicente Calderón ai 68.000 del Wanda Metropolitano. E così via. Pensare che quindicimila tifosi in meno possano prendere parte agli appuntamenti più prestigiosi (il derby su tutti) è sicuramente limitante dal punto di vista del “servizio” offerto. Resta comunque paradossale il fatto che il rinnovamento – giusto e urgente – degli stadi in Italia debba passare per la demolizione del suo impianto più bello e glorioso, peraltro certificato come “stadio d’élite” dalla UEFA nel 2016.

Quando nel 2006 la Juve abbandonava il Delle Alpi, destinato alla distruzione dopo solo 16 anni di vita (era stato costruito in occasione di Italia ’90), in pochi si sono opposti al bel progetto del nuovo Juventus Stadium che sarebbe nato sulle sue ceneri. Quasi mai pieno, con un’ingombrante pista d’atletica e dei costi di manutenzione troppo elevati, il vecchio stadio non è mai entrato nel cuore né dei tifosi bianconeri, né di quelli granata del Torino. Ma San Siro è un’altra cosa. Utilizzando le parole di Paolo Condò, San Siro «ha una storia antica, nobile, che affonda le sue radici in quella della città, ben oltre il calcio e lo sport»; demolirlo significa privarsi di una parte dell’anima dei due club milanesi e dei loro tifosi. Proprio come dichiarato recentemente da Éric Cantona, secondo il quale i nuovi stadi in Inghilterra, “chiamati come marchi”, ormai

«hanno perso l’anima e la storia del club, come accaduto con l’Arsenal e il West Ham. Ho giocato in quei vecchi stadi, come Highbury e Upton Park. Ho parlato con alcuni tifosi dell’Arsenal e odiano questi (nuovi) stadi. Questi tifosi hanno perso l’anima dei loro club».


Come ogni religione pagana e monoteista che si conosca, il tifo affonda le proprie radici nei suoi simboli. E lo stadio è uno di questi. È il luogo in cui il tifoso compie il rituale che tiene viva la propria fede, un luogo vivo e della memoria, suggestivo come un monumento. Richiama ricordi dolci come il miele o nefasti come un cataclisma. Per citare Eduardo Galeano:

«A Wembley risuona ancora il grido del Mondiale del 1966 che lInghilterra vinse, ma aguzzando le orecchie potete ascoltare ancora i gemiti che provengono dal 1953, quando gli ungheresi travolsero la nazionale inglese. Lo stadio del Centenario di Montevideo sospira di nostalgia per le glorie del calcio uruguagio. Il Maracanà continua a piangere per la sconfitta brasiliana nel Mondiale del 1950. Nella Bombonera di Buenos Aires trepidano tamburi di mezzo secolo fa. Parla in catalano il cemento del Camp Nou e in euskera conversano le gradinate del San Mamès. A Milano, il fantasma di Giuseppe Meazza infila gol che fanno vibrare lo stadio che porta il suo nome. La finale mondiale del 1974, che la Germania vinse, si gioca giorno dopo giorno, notte dopo notte nello stadio Olimpico di Monaco.

Lo stadio del re Fahd, in Arabia Saudita, ha palchi di marmo e oro e tribune ricoperte di tappeti, ma non possiede una memoria e non ha granché da dire».

Niente uccide infatti la misticità del tifo come uno stadio senza memoria. E San Siro di memoria ne ha, tanta, pesante e che affonda le radici nella storia del calcio e della città stessa. Certo, potrebbe obiettare qualcuno, Milano è una città moderna e dinamica, che ha cambiato negli ultimi decenni il suo volto e ha seppellito la vecchia Milano dei Beppe Viola e degli Enzo Jannacci: una metropoli europea in cui “se sta mai coi man in man”, nella quale è difficile parlare di tradizione così come sfuggire alle leggi del business calcistico. Eppure, se qualcosa può sfuggire a tutto questo, quello è proprio San Siro. Per non finire come nel finale della canzone di Vecchioni: con le luci, a San Siro, che non si accederanno più.

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