L’uomo ha lo sguardo fiero e il pugno stretto levato al cielo. Visca Catalunya!, le ultime parole. L’immagine è ricorrente, non è la prima volta che Guardiola sorride orgoglioso ad una folla in estasi. Questa volta, però, non ha niente a che vedere con le precedenti cornici (spesso idilliache) di trionfi sportivi. Nel cuore di Barcellona, davanti alle quanto mai simboliche quattro colonne di Puig y Cadafalch, Pep ha appena finito di leggere il Manifesto per l’Indipendenza della Catalogna, con quarantamila persone all’ascolto che solo per pochi istanti si sono permesse di interromperlo al grido “libertà!”, “indipendenza!”.

 

La Catalogna in cui nasce nel 1971 e in cui diviene contemporaneamente calciatore, allenatore, uomo. Guardiola nasce a Santpedor, un comune da ottomila anime con il bar, la farmacia e un negozio di alimentari. Intorno, le sfumature gialle di campi che corrono a perdita d’occhio; sotto il cartello che ti annuncia l’entrata in paese, la scritta Municipì per la Indipendencia, quella con la “I” maiuscola.

 

Barcellona dista quasi ottanta chilometri e Guardiola si innamora “presto” della sua terra: a meno di dieci anni il primo impatto con il mastodontico Camp Nou, durante il quale non possono che tremare le gambe. Poco tempo dopo inizierà a respirare l’aria de “La Masia”, scuola di calcio e di vita. Le viscere si smuovono e si colorano di giallo e di rosso, i colori dell’Estelada.

 

Il discorso di Pep davanti ai quarantamila di Barcellona e in mezzo alle Esteladas

 

La Catalogna, con la sua particolare dimensione storica e antropologica ma aperta a contaminazioni, è il filo conduttore. I catalani da sempre aperti a selettivi metissage culturali – parole di Sandro Modeo che lo ricorda nella sua opera Il Barca – durante tutto l’Ottocento vedono in successione le prime macchine a vapore, le prime rivendicazioni per il diritto allo sciopero e la nascita di focolai a forte vocazione anarco-insurrezionalista. Questi arrivano dalla Francia, e Barcellona è il teatro in cui vanno in scena.

 

Molto prima, i catalani trasformeranno il diritto romano, importeranno l’agricoltura dai Franchi e dalla Provenza riceveranno poesie trobadoriche e musiche. Il giovane Guardiola queste cose le studia e non gioca solo a calcio, ma si avvicina anche alla poesia e alla musica: nello specifico, neanche a dirlo, a quella catalana. L’educazione che riceve dai suoi genitori lo rende orgoglioso di essere catalano. Ha solo quattro anni quando l’esilio di Lluís Llach termina con il rientro in Spagna dell’artista, dopo la morte di Franco; vent’anni dopo, Pep e Lluis diventeranno grandi amici.

 

Llach – insieme a Joan Manuel Serrat il più noto rappresentante della Nova cançó catalana – negli anni in cui Pep viene al mondo ha già scritto autentici e noti inni di lotta e resistenza. Avvicinarvisi è un processo quasi inevitabile per chi nasce in questa terra. Guardiola è giovane, un intellettuale in erba con il carisma dei grandi condottieri, ed è facile intuire perché nelle giovanili blaugrana diverrà sin da subito un faro mentre all’atto pratico, fuori dalla “sua” Catalogna, porterà la fascia di capitano nella Spagna olimpica del 1992. E’ già leader: quando pochi mesi prima Koeman stende la Samp nella finale di Coppa dei Campioni a Wembley, parla ormai da capo popolo affacciandosi dal Palazzo della Generalitat durante la parata celebrativa:

Cittadini della Catalogna, adesso la coppa è qui”.

 

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Il Barca campione d’Europa 1992 (da sinistra a destra: Zubizarreta, Nando, Salinas, Koeman, Michael Laudrup, Stoitchkov, Eusebio, Bakero, Ferrer, Guardiola, Juan Carlos)

 

Così cresce e frequenta gli intellettuali catalani del tempo, e di pari passo diviene riferimento: vicino alla gente catalana da subito. Nel 1997 un popolo intero insorge quando Tanzi prova a portarlo a Parma, nel 2002 un poeta di Girona lo omaggia con un’Ode. Lui nel frattempo gioca – e vince, con un’altra contaminazione superba di scuola olandese – con la camiseta blaugrana.

 

Un po’ meno, con quella della Spagna: già, la Spagna, capitale Madrid, da sempre il nemico giurato dell’indipendentismo catalano. Solo a carriera conclusa oserà dire che “le leggi ordinavano di giocare con la Nazionale spagnola, perché quella catalana non era riconosciuta e legittimata a giocare in campo internazionale”. Perciò come naturale conseguenza, giocando nella Liga spagnola “veniva convocato e doveva rispondere”. Parole forti, salvo poi addrizzare il tiro:

“Ero contento di giocare per la Spagna certo, però non posso nascondere quello che sento e amo. La mia terra è la Catalogna. Possiede una sua lingua da 800 anni e io ci sono molto legato. E’ il mio Paese”.

Nel 2004, arrivato alla fine della corsa con il calcio giocato, ad un intervistatore che chiede quale sia il suo miglior ricordo, risponde: «Essere nato in un paese così stupendo come il mio: la Catalogna». Il Guardiola che si è fatto uomo e ha smesso di giocare adesso è un animale da campo come allenatore, vulcano attivo durante le sedute e nei novanta minuti, al contrario di quanto facciano intuire il golfino di cashmere e la cravatta con i quali siede in panchina.

 

Il Barcellona sotto la sua guida diviene davvero – oltre che negli slogan anche nei fatti – mes que un club. La forte matrice identitaria della squadra si irrobustisce, l’orgoglio e la rivendicazione autonomista della gente catalana si fa eco più forte. Il Barcellona, in questi anni, si trasforma nella più potente arma di autodeterminazione di un intero popolo, con posizioni radicali, dalla panchina ai più alti vertici del club. Negli spogliatoi circolano i versi di Lluis Llach e per giocatori come Puyol, Xavi e Piqué, l’influenza delle sue idee politiche e culturali è viscerale.

 

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La lotta per l’indipendenza fa tappa obbligata al Camp Nou

 

Jaume Collell, autore del libro Pep Guardiola. De Santpedor a la Banqueta del Camp Nou, ci racconta come le umili origini dei genitori lo abbiano legato a doppio filo alla sua terra e lo abbiano stimolato a rimboccarsi più volte le maniche. Quando inizia ad allenare, l’avidità con la quale trangugia sapere non lo lascia mai, anzi. Se possibile, parallelamente alle contaminazioni culturali proprie della sua terra, Guardiola si lascia a sua volta contaminare.

 

Nel 2013 lo presentano a Monaco di Baviera davanti a duecento giornalisti accreditati, e lui parla per due ore in tedesco: lo ha studiato meticolosamente nell’anno lontano dalla panchina vissuto a New York. Ma Guardiola parla anche il francese e l’inglese, altra lingua in cui ha letto il Manifesto per l’Indipendenza – sempre quella con la “I” maiuscola – della Catalogna, davanti ai quarantamila di Barcellona. A voler essere retorici, performance migliori di alcuni politici. E a proposito di politici, Max Weber nel 1919 in un coinvolgente dibattito divenuto testo, dal titolo “Politica come professione” (Politik als Beruf) scriveva così:

“Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione”.

All’allenatore catalano sembra non mancare niente. Nel settembre del 2012 partecipa alla commemorazione della presa di Barcellona da parte delle truppe borboniche, avvenuta l’11 settembre 1714. Nel 2014, in giugno, è presente alla manifestazione catalanista di Berlino, e da vero ultras veste una maglietta con su scritto in inglese (a proposito di contaminazioni) che i catalani vogliono votare. Il 9 novembre dello stesso anno, i numeri dicono che l’80% dei votanti si è espresso a favore dell’indipendenza. Se prima era un riferimento, ora è un ambasciatore del movimento indipendentista.

 

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Un ambasciatore di lusso, per una volta addirittura in maniche corte

 

Il dialogo tra Governo spagnolo e Catalogna è venuto a mancare molto tempo prima, con il sentimento indipendentista in rapida ascesa e pronto all’atto definitivo. Nel 2015 il gesto simbolico da parte di Pep di presentarsi all’ultimo posto della lista della coalizione per l’indipendenza, non senza conseguenti polemiche sull’appetibilità del suo nome utilizzato esclusivamente per guadagnare voti. Oggi, giugno 2017, si trova sul palco per il referendum del primo giorno di ottobre, che il popolo catalano attende per divenire Stato sovrano all’interno dell’Unione Europea, e vedere così riconosciute la propria storia, la propria lingua e la propria cultura.

“Siamo, come Catalogna, vittime di uno Stato che attua una persecuzione politica indegna”.

Guardiola ha letto il suo discorso in tre lingue, rivolgendosi alla comunità internazionale perché appoggi il referendum: «In questa ora tanto importante per la storia del nostro Paese la sola risposta possibile, la sola via d’uscita, è votare… Lo faremo per decidere il nostro futuro. Voteremo anche se lo Stato spagnolo non vuole». Parola di Pep, ormai politiker als beruf.