La Costa Verde è un lembo di terra del versante Ovest della Sardegna, composto da scogliere rocciose e grandi spiaggie dunose, che si estende per 47 Km da Capo Frasca a nord fino a Capo Pecora a sud. La prima volta che la scoprii, rimasi profondamente legato ai suoi colori intensi ed al suo mare violento. Terra fertile di spot, dalle onde della spiaggia di Piscinas, veloci e performanti, a quelle del reef di Tunaria, più morbide e scorrevoli. La Green Coast offre una vasta scelta di beach break e reef adattabili a qualsiasi livello di pratica del surf. I primi surfisti che, nella seconda parte degli anni ’80, sconfinarono dalla zona di Bugerru e Portixeddu e dagli spot dell’oristanese per approdare in Costa Verde furono ragazzi di Cagliari come Alberto Alberti, Carlo Marrazzi, Carlo Iovine e Fabio Mereu detto “Guveia”.

 

Va reso loro il merito di essere stati i pionieri degli spot più selvaggi di tutta l’isola. All’inizio dell’era surfistica sarda era rarissimo incontrare persone che si aggiravano per la Costa Verde, e impresa ancora più difficile era capire quando il mare si attivava o quando non lo faceva. L’unico mezzo per venirne a conoscenza era il Televideo che informava semplicemente se c’era moto ondoso attivo e in caso da quale direzione arrivava.

 

Una cartolina dalla Costa Verde

 

Tuttora non sono molti i surfisti che si inoltrano in questa zona per sfidare le onde. La maggior parte si riversa nell’oristanese (area affollata per la presenza dei due point più popolari di tutta la Costa Ovest, ossia Capo Mannu e Mini Capo). La Costa Verde rimane selvaggia e desolata. A furia di prendere botte sul fondale roccioso, abbiamo imparato a prendere le misure delle sue potenti onde. Con il mare grosso non si scherza. Da quelle parti la maggior parte delle volte si crea una bella destra lunga, manovrabile con sezioni ripide e meno ripide, con il picco dell’onda che si divide in due a seconda dell’allineamento.

 

Siamo sempre gli stessi a frequentare le onde selvagge della Costa Verde, stesse facce sorridenti e amichevoli che condividono insieme i doni che Madre Natura ha concesso al popolo sardo. Una comunità di surfisti, degna di essere chiamati locals, dalle diverse provenienze: Villacidro , Guspini , Arbus , Gonnosfanadiga , San Gavino ed Uras. Per me e i miei amici di città, poter abbracciare quel lembo di terra comporta qualche sacrificio in più. Abitando a Cagliari mi attendono ogni volta 2 ore di macchina e 200 km tra andata e ritorno, ma per quelle onde sono stato disposto a farli ogni giorno.

 

Il Mediterraneo ci offre delle onde di qualità mondiale. Guai a farsele scappare. Ho girato in lungo e largo la mia magica terra per circa 10 anni, alla ricerca di spazi inesplorati. Sono state tante le serate in acqua fino al tramonto, sopratutto d’inverno quando il freddo è pungente e il sole scompare presto oltre l’orizzonte. Finora non ho trovato nulla di paragonabile alla selvaggia irrequietezza della Costa Verde.

La maestosità dell’onda sarda

 

A quelle latitudini mi sono sentito accolto calorosamente dalla terra che mi circondava. Ho campeggiato con i miei amici talvolta per settimane di interminabile maestrale. Conservo il ricordo di meravigliosi falò sotto le stelle: sfiorare il cielo con un dito e sentirsi invincibile mi hanno reso consapevole di quanto sia stato baciato dalla fortuna a nascere sardo. Accanto allo spot di Senna, dietro le colline che danno sul mare, c’è un piccolissimo paesino da cui si passa per andare e venire in tutti gli spot della Costa Verde.

 

Il suo nome è Sant’Antonio di Santadi, un piccolo centro di case fatte in pietra e cemento che raggruppate attorno alla chiesa, formano un paese di 100 abitanti. Ed è li che ci sono i più pittoreschi personaggi della zona che vivono e lavorano tutto l’anno nell’unico bar presente in tutto il paese. Noi li chiamiamo “i topi”. Il bar dei topi è meta di approvvigionamento di tutti i forestieri (surfisti, cacciatori, esploratori, turisti) e ciò lo rende il bar più in voga nel raggio di molte miglia. I topi sono 4 o forse 5 o forse 6. Non saprei dirlo con esattezza, ogni tanto ne salta fuori uno che parla e somiglia agli altri. Bassi di statura, vocina stridula con accento tipico del posto. Se ci sono mareggiate in corso loro lo sanno e si aspettano che tu passi da loro a consumare qualcosa.

 

I topi contano le volte in cui non ti sei fermato a fare un po’ di scorta. Quando ciò non accade te lo rinfacciano senza problemi, manifestando poca simpatia e presentando un conto leggermente più salato del solito. Sono fatti così. Prendere o lasciare. A me stanno a cuore perché sono dei lavoratori inflessibili e vivono in prima linea nel posto che mi ha regalato più emozioni in assoluto.

 

Nel tubo

 

Poi c’è “The Box”. Potrei scriverne giorni interi. In tutta l‘isola non penso che esista un onda così maestosa e accattivante, che allo stesso tempo sappia essere così pericolosa e vendicativa. Funziona a grandi linee con le stesse condizioni della sorella più grande, ossia Senna, solo che, essendo più esposta, è decisamente più sensibile al forte vento, e quindi per funzionare perfettamente necessita di condizioni atmosferiche ad hoc. Con le circostanze ideali questa “spezza tavole” arriva a creare tubi che solo chi ha viaggiato all’estero può ricordare di aver visto. Un mio caro amico che di nome fa Francisco Porcella e di questo sport ne ha fatto la sua professione ha paragonato “The Box” a Teahupoʻo quando fa 2/3 metri di onda. Non è un caso che in questo posto ci ritroviamo ad essere sempre in pochissimi. Tutti i frequentatori di quest’onda sanno bene che bisogna essere in eccellente forma fisica per dominarla, decisi e determinati in ogni scelta perché un errore lo si paga molto caro.

 

Di giornate in cui ho provato sensazioni indescrivibili ce ne sono state tante,  ma di certo non posso scordarmi di quella che mi ha lasciato il segno più di tutte. Era una giornata di inizio Gennaio. Scorreva già da qualche giorno una grande mareggiata da Nord con altezza fuori dal comune, oltre al vento moderato da Nord Est e all’altissimo periodo d’onda. Condizioni che nel Mar Mediterraneo bastano e avanzano per tirare su masse d’acqua davvero imponenti. Le condizioni ideali per mettersi alla prova.

 

Vivere sulla cresta dell’onda

 

Arrivai lì insieme ai miei fratelli di onda, eravamo carichi a pallettoni e piuttosto rumorosi ma quando scorgemmo il mare dal promontorio ricordo che all’improvviso ci fu un silenzio tombale. Si poteva udire solo il rumore delle onde e dei tubi che si infrangevano. Mi misi la muta in 10 minuti, senza staccare lo sguardo dalla bellezza che offriva il mare, e nel mentre una bomba d’acqua esplose provocando uno sbuffo che usciva dal tubo di entrambi i lati dell’onda. Pelle d’oca.

 

Le prime onde che presi erano di taglia medio piccola. Man mano iniziai a prenderne di più grandi adottando la stessa procedura, in maniera sempre più radicale. Partenza, tubo, uscita sulla spalla e manovra sul lip fino alla fine. Più o meno 10 secondi di durata. Non è molto lunga, ma l’endorfina che rilascia il corpo ti rimane a lungo. Faccio il giro largo per risalire ed è nel frattempo che arriva un set giurassico. In acqua eravamo in 5: pochi ma buoni. Iniziai ad accorgermi della presenza di un leggero vento laterale che si faceva sempre più deciso. Quell’onda quando entra il vento, si sporca e diventa più temibile. Mi voltai verso il mare , e mi accorsi che stava arrivando una bella serie di mostriciattoli. A quel punto mi sistemai subito sul picco per partire interno.

 

A tu per tu con il ruggito dell’onda

Mi lanciai in uno scavone che sembrava non finire più, ero troppo interno per uscire dal tubo e, come la fisica insegna, fui schiacciato verso il basso da una forza superiore alla mia. Leggermente rintontito dal botto appena riemergo dall’acqua puntai subito a largo per uscire dal punto di rottura. Purtroppo in quell’esatto momento, una delle serie più grandi del giorno decise di farmi le feste. La vidi davanti a me che si faceva sempre più dritta e spessa, e sapevo già di essere spacciato. Mi diedi lo slancio mollando la tavola per scendere il più possibile verso il fondo. Ma di fondo non ce n’era più. Venni investito con tutta la sua forza e risucchiato dal basso, per poi essere risparato giù sul fondo con una cattiveria inaudita. Risalito a galla, sentii dolore lungo il bacino ed il braccio sinistro. La roccia del Box mi aveva letteralmente strappato dei pezzi di carne e di muta all’altezza dell’ascella. Souvenir non richiesti.

 

La frustrazione di non poter surfare nelle settimane successive all’incidente è stata la penitenza peggiore che potessi ricevere. I volontari dell’ambulanza rimasero increduli del fatto che fossi più preoccupato della mia pausa dall’acqua che dall’incidente stesso. Ma che ne vogliono sapere loro. Il surf non è uno sport, il surf è una malattia.


Contributi fotografici: Gianluca Asunis. Facebook, Gianluca Asunis photography. Instagram, asunisphoto.