«Volksgeist è un’espressione di Herder, non me la invento io. Traducendola malaccio direi che si tratta del respiro organico e vivente di una comunità che si riconosce in determinati valori ideologici e spirituali. Penso che il tifo sia questo» (Citazione testuale di Luigi, amicus, dal lungo dialogo whatsapp che ha portato alla stesura di questo articolo).

 

“Sarri è un professionista”.

Così, almeno, si legge da varie dichiarazioni di tanti giocatori, allenatori e forse anche di Sarri stesso in questi giorni, in risposta ai contatti con la Juventus. Mi inquadro un attimo altrimenti sembro il solito romantico passatista, cosa che mi piacerebbe molto ma purtroppo non è. Sono un ex-tifoso, non soffro più se la mia squadra perde, non gioisco veramente se vince, vado allo stadio molto raramente e se la partita è brutta mi annoio. Solitamente mi guardo le azioni salienti, della mia e delle altre squadre, per intrattenermi. Sono un uomo interamente moderno e liscio, come tanti. Ma non tutti, non ancora.

 

Così comincia la nostra storia

 

Esistono, anno 2019, grosse sacche di tifosi. Sociologicamente c’è di tutto, delinquenti, nullafacenti, debosciati o solo sfortunati, redditati cittadinati, fino a persone molto inserite, perbene, borghesi e nobili, accomunati dal fatto di avere un legame stretto con questo famoso tifo: i colori, la maglia, il simbolo, le trasferte, l’ostinazione, etc. Non mi interessa fare l’elogio del pane fatto in casa, i pomodori di una volta e le partite tutte alle 15. Dico solo che la narrazione contemporanea del calcio si basa su un grande equivoco – forse in effetti come tutte le grandi narrazioni, che però hanno almeno il buon gusto di nascondere le contraddizioni in fondo al castello, non di sbandierarle (con una specie di orgoglio da parvenu della modernità) davanti a tutti.

 

Professionista è il mio dentista, o il mio benzinaio, o il commercialista. Maurizio Sarri non è un professionista, almeno non solamente, perché il calcio nel 2019 non è ancora solamente uno spettacolo. Maurizio Sarri è (stato) un simbolo, così come la sua tuta, le sigarette, le interviste, la dialettica col potere. In particolare, era l’allenatore simbolo della rivale più agguerrita della Juventus in questi ultimi anni di Serie A. Napoli (insieme a molte altre città) vive intorno al mito del calcio, le persone cambiano umore a seconda dei risultati, e in ogni caso hanno comunque un orizzonte in cui sperare, un altro campionato da perdere e da maledire, in attesa di un nuovo condottiero a cui consacrare i nomi dei propri figli.

 

Dalla Napoli di qualche anno fa (ma da allora nulla è cambiato): la squadra entra di dovere nel presepe, espressione altissima e tradizionale dell’universo partenopeo

 

Ma la cosa che fa più tristezza è che queste quattro banalità in fila che state leggendo Sarri le sa, le sapeva fino a cinque minuti fa, non è possibile che le abbia dimenticate o che abbia cambiato idea: sta facendo finta perché si sente schifosamente in colpa, sta provando a rimangiare tutto il rimangiabile. Senza entrare nei dettagli, stanno uscendo interviste sempre più deliranti e paradossali (l’ultima qui), operazioni studiate a tavolino per smontare il vecchio Sarri e costruirne uno nuovo, moderno, liquido. Uno capace di tutto: un vero professionista. La cosa è pacifica, ognuno è padrone del suo destino. Ma allora andiamo fino in fondo, mandiamo un messaggio a presidenti unificati in cui diciamo: il calcio da oggi in poi è puro intrattenimento e generazione di plusvalore, i tifosi sono pregati di diventare adulti e smetterla di credere alle favole dei colori, della maglia e dei tradimenti.

 

Squarciamo questo ultimo, leggerissimo strato di velo di Maya e poi lottiamo per un campionato seriamente divertente, redistribuiamo le risorse, rifacciamo le squadre ogni anno. Le persone troveranno qualche cartomante per sfogare il loro bisogno di trascendenza, e noi avremo uno spettacolo degno di questo nome, magari vendibile anche all’estero. La morale che ne traggo, al di là di Sarri e del calcio, è che nessuna narrazione collettiva è oggi più attraente di un pacco di soldi versati (o la soddisfazione bruttamente personale di una Coppa in più, cambia poco) sul conto di un singolo individuo.

 

Sarri era il Re morale dell’Italia calcistica (e il ruolo non sembrava dispiacergli), adesso è l’ennesimo professionista dalla memoria corta. Da spettatore disinteressato e pacificato, mi chiedo – questa domanda vale per tutti, compresi quei tifosi che si entusiasmano se uno sceicco vuole comprare la loro squadra – cosa resta di una Champions League se non c’è più nessun mito a riempirla, nessuna comunità ad alzarla con te. Qualche chilo di metallo e una riga in più su wikipedia. Auguri mister.