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27 Novembre

Sarri e Ancelotti parlano anche per noi

Troppe partite, troppo calcio. Ma noi tifosi siamo pronti a rinunciarci?

Vi sembrerà assurdo, ma l’allarme lanciato da Sarri e Ancelotti sui calendari iper-affollati ci riguarda tutti. Dobbiamo farla finita con la favola dei comunisti col rolex, davvero non se ne può più. Certo, Sarri e Ancelotti – gli ultimi di una lunga serie di autorevoli voci – lamentano un problema che in parte li riguarda, perché i due non lavorano di certo gratis. Ma chi pretenderebbe il contrario?

Alla vigilia della sfida contro la Lokomotiv Mosca, brillantemente vinta peraltro, Sarri apriva la conferenza stampa pre-partita con queste parole: «il calendario così è difficile e per me porta a un deterioramento della qualità delle partite». Su questo tema si potrebbe aprire un dibattito infinito. Noi abbiamo già provato, in parte, a porne le basi tempo fa. Ma la vera stoccata di Sarri è arrivata poco dopo: «tante squadre sono senza quattro giocatori, mi meraviglio che la loro associazione (l’AIC, ndr) stia zitta, anzi protesti per una settimana in più di vacanze a Natale ma poi non dice nulla per tutte queste partite».

Associazione, quella dei calciatori italiani, di cui fa parte anche Francesco Acerbi, il quale si trovava accanto a Sarri in quel momento: «hanno fatto una statistica, c’è una media di 75 partite l’anno, per 50 partite si gioca ogni tre giorni. Alcuni vogliono ridurre le squadre in A, si cerca di fare qualcosa per il bene di tutti. Si sta cercando di fare qualcosa, sono tante gare». Il verbo c’è, ma nessuno dei due, né Sarri né Acerbi, l’ha declinato nella maniera giusta: ridurre, senz’altro le partite, sì, ma anche le pretese – economiche, d’ingaggio – di giocatori e allenatori. A volte sembra quasi che la pandemia da covid-19 non sia esistita per il mondo del calcio. “Sembra”, in realtà è davvero così – e il progetto della Superlega, il contro-progetto della Conference League e la proposta del mondiale ogni due anni sono lì a certificarlo.



È un tema sul quale abbiamo spesso battuto. La mucca non ha più latte, ma si continua a spremerne le mammelle. Arriveremo al punto di dividerci la sua carcassa. Metafore carnivore a parte, oggi una bella intervista di Ivan Zazzaroni a Carlo Ancelotti sul Corriere dello Sport è tornata sul tema. Carletto, non solo grande allenatore ma uomo semplice, di sensibilità e buon cuore, è stato chiarissimo:

«Il calcio deve cambiare e deve farlo in fretta. Per prima cosa bisogna ridurre il numero delle partite, si gioca troppo e male, la qualità dello spettacolo è precipitata, i giocatori non ne possono più, alcuni rifiutano la convocazione in nazionale. Stanchezza fisica e mentale, uno sproposito di infortuni, partite che finiscono 10 a 0, è ora di dire basta».

Carlo Ancelotti al Corriere dello Sport, 27.11.2021

Potrebbe essere il manifesto della nostra rivista, probabilmente è solo buon senso. Ci voleva Ancelotti a ribadirlo, ma pochi giorni fa Sarri parlava negli stessi identici termini. E indovinate un po’ Bergomi come commentava le parole dell’allenatore della Lazio? «Capisco Sarri, ma il calcio è cambiato. Si lamenta troppo». Non c’è cosa più inquietante degli accelerazionisti con la dentiera, con tutto il rispetto per lo Zio.

Ancelotti, comunque, incalzato dal buon Zazzaroni, ha poi finalmente lanciato sul tavolo l’arma del delitto, l’oggetto misterioso del Cluedo calcistico, lo stipendio dei calciatori (e quindi, di rimando, degli allenatori): «Sono sicuro che i giocatori sarebbero disposti ad abbassarsi lo stipendio, se passasse la riduzione del calendario. Gli allenatori farebbero lo stesso. Oggi non siamo più in grado di lavorare e di incidere. Il calcio così non sta in piedi». Potremmo discutere sul fatto che la Superlega – contrariamente a quando dice Ancelotti nel prosieguo dell’intervista – non sia nata come conseguenza (risolutrice) di tutti questi problemi (a nostro avviso è anzi una radicalizzazione del problema generale che affligge il calcio), ma il punto sollevato dall’allenatore del Real e da Sarri prima di lui è cruciale e ci riguarda tutti. Riguarda, per quanto nessuno lo abbia ancora detto, anche i tifosi di calcio.

Quest’anno in media un tifoso italiano paga minimo 20€ – se si limita all’abbonamento di Dazn – ma può arrivare – con Amazon e Sky Sport – a pagare 50/60€ mensili per vedere la propria squadra del cuore in tv (o peggio dallo smartphone). Se vuole andare allo stadio, dovrà spendere almeno 15/20€ – nei settori popolari, peraltro. Piccolo recap: le società che hanno contribuito a drogare il calcio non hanno più soldi per sostenere le spese dei propri club e, aumentando il numero di partite ogni anno, drogano a loro volta i tifosi che, tossicodipendenti del pallone, impazziscono per un weekend senza partite (la nazionale non esiste, abbiamo appurato; peggio, esiste e crea problemi ai club). La soluzione? Altre partite, partite su partite, nuove competizioni. E i tifosi? Miliardari, apparentemente. Però poi ci si stupisce che il fenomeno della pirateria sia in aumento. Facciamo eco a Sarri e Ancelotti, allora. Appoggiamoli anche noi, perché se teniamo davvero al calcio è arrivato il momento di dimostrarlo.


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