I frutti del lavoro si vedono sempre troppo tardi. Ma il calcio regala a questa formula un lieto fine, riassunto dall’elegante penna di Nick Hornby in Febbre a 90°c’è sempre un’altra stagione. Il Napoli riprende la Champions dove l’aveva iniziata lo scorso anno: vittoria contro il Liverpool al San Paolo. Cosa è cambiato, rispetto a quell’1-0 firmato Lorenzo Insigne? Lo stadio, in primis. Non i seggiolini, s’intende: ma i seggiolini vuoti. Peccato, perché questo Napoli fa emozionare tutti. Non Carlo Ancelotti, che nel post-partita, con la consueta ironia, rivela le parole sussurrate a Klopp a fine gara: «Tranquillo che se perdi qua poi vinci la Champions».

 

Ancelotti è un fuoriclasse, in Champions è un maestro. Non dimentichiamoci che il Napoli, lo scorso anno, si era arreso solo all’ultimo respiro dinnanzi alla maestosità di Alisson e alla poca cattiveria di Milik. Era il dicembre del 2018. Passano nove mesi, ma il destino sembra ripetersi. La parata di Adrian su Mertens è il momento più alto della partita di ieri sera; un gesto tecnico fuori dall’ordinario ferma il risultato sullo 0-0. Il Napoli mette il Liverpool alle corde, ma i Reds riprendono campo: svirgolata magistrale di Manolas, sinistro secco di Salah e san Gennaro nelle vesti di Meret a salvare il risultato. Qui cambia la musica.

 

«Meret era alla prima di Champions? (sopracciglio altissimo, ndr) Che pessimo allenatore che sono… non lo sapevo (ride)». (Carlo Ancelotti nel post-partita)

 

Mister Ancelotti, dicevamo, è un animale da Champions. Ha incartato un Klopp che, a onor del vero, sembra mal digerire la pappa al sugo italiana: nel Bel Paese ha perso col Dortmund contro la Juventus, col Dortmund contro il Napoli, sempre coi partenopei lo scorso anno, e contro la Roma, all’Olimpico. Qualcosa vorrà pur dire. Vuol dir qualcosa, d’altra parte, anche il record di Carlo Ancelotti, che è al quarto successo contro la squadra campione d’Europa in carica. Lui, che la Champions League l’ha vinta due volte da calciatore e tre volte da allenatore.

 

Adrian para anche il rigore, ma non del tutto. Vantaggio Napoli (foto di Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

Ancelotti ha raccolto i frutti di Sarri. Carletto non poteva cambiare il gioco del Napoli. Troppo lavoro, troppo ottimo lavoro. Qualcosa però mancava. Quel che mancava al Napoli di Sarri c’è adesso sotto Ancelotti: una squadra vincente, sicura dei propri mezzi, che sull’1-0 contro i campioni in carica va a raddoppiare il difensore più forte al mondo per distacco (Virgil Van Dijk) facendolo sembrare goffo ed imbranato: palla al centro, incomprensione nella difesa dei Reds, Llorente più lesto di tutti: 2-0. Questo è merito d’Ancelotti, non di Sarri.

 

Il Liverpool non ha mai sottovalutato la partita, che è rimasta equilibrata fino alla fiammata di Callejon e al generoso rigore concesso per fallo di Robertson. Da dove viene quella giocata? Palla lunga: «Non è che giocare una palla lunga fa sempre schifo», commenta sarcastico – rivolto proprio agli amanti del tiki-taka – Carletto Ancelotti. Il Napoli l’ha vinta così, mettendo la testa fuori quando le due squadre sembravano in apnea, stanche nell’equilibrio. Oltre alla parata di Meret, segnaliamo almeno la gran chiusura di Koulibaly sull’ennesimo filtrante tentato da Firmino (giocatore unico), la stratosferica prestazione di Allan, la freddezza di Mertens su rigore. Un plauso anche a Di Lorenzo, autore di un esordio in Champions da veterano.

 

Ancelotti si prende Napoli. Ma Napoli è ancora Sarri? Sì, per alcune trame di gioco, indimenticabili e non modificabili – il dna, quando è già nel corpo, è irregredibile. No, se guardiamo alla mentalità. Il Napoli di oggi è il Napoli di Ancelotti; il campo canta. Lo si era intravisto con la Juve, è stato palese ieri sera. Conclusione: il tifoso del Napoli quest’anno può davvero sognare. La squadra è forte, la rosa è ampia – Zielinski e Llorente entrano dalla panchina, e quell’Elmas sembra avere qualcosa di speciale -, è motivata e ha qualità. Il ciclo è maturo. Ora, però, deve arrivare un titolo. Per intanto, godiamoci questa vittoria. Contro una squadra sontuosa e un allenatore speciale, che ha come dimenticato chi aveva di fronte: un maestro del pallone, Carlo Ancelotti.

 


Si ringrazia Niccolò Maria de Vincenti per il titolo