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Papelitos
27 Settembre

Sarri ha fatto il Mourinho

Il derby va alla Lazio.

È proprio vero che il derby è una partita a sé. Lo hanno dimostrato le parole prima e i fatti poi. E non parliamo del Mou versione John Keating che raduna i suoi a centrocampo – tutti, persino Reynolds in abito da gala – e li conduce, mano nella mano, a prendersi l’applauso della Sud. Non parliamo neanche di Sarri che ci regala già l’immagine più iconica del campionato (almeno finora): l’aquila sul braccio e un sorriso largo come l’abbraccio e l’ovazione della sua Curva.

In barba ad ogni sorta di sarrismo – sempre che il neologismo voglia dire effettivamente qualcosa – l’allenatore biancoceleste ha cucinato la partita con due ricette semplici ma efficaci: fiducia e contropiede. La prima, visibile in campo nelle prestazioni dei ritrovati Felipe Anderson e Luis Alberto, nasce dalla conferenza stampa pre-partita dell’allenatore toscano:

«ho allenato tanti giocatori forti, ma uno potenzialmente forte come Felipe l’ho allenato raramente. Ha doti straordinarie, le ha tirate fuori in piccola parte. Deve avere una crescita nella convinzione e nella cattiveria, perché altrimenti è uno spreco di talento. Lui può essere un crack a livello internazionale». Si è visto e come; ieri sera Felipe ha fatto letteralmente quello che voleva.

E su Luis Alberto, il grande scontento di questa primissima parte di campionato, vedova di Inzaghi che non ha ancora superato il trauma dell’addio? «Se c’è qualcuno adatto al mio tipo di calcio, quello è lui». Deve ancora capirlo, ma il 6.5 di ieri è un primo confortante segnale. Immobile ha fatto il lavoro che Sarri – e Roberto Mancini – chiede ai suoi attaccanti, ha legato il gioco con una qualità ai più sconosciuta, finendo a secco il derby ma regalando ai compagni due assist decisivi. È vero, dunque, che la Lazio ha giocato inizialmente un ottimo calcio (il gol di Milinkovic, straordinario, porta il timbro di Sarri), ma appunto dopo i primi 20’ ha deciso di lanciarsi sulle praterie che la squadra di Mourinho lasciava attaccando, difendendosi bassa. Un uccellino ci ha suggerito che se in panchina ci fosse stato Inzaghi, sarebbe finita 4-0 per la Lazio. Esagerazione clamorosa, ma non falsa.

Sarri ha vinto la partita, è stato bravo; ed è stato bravo perché ha messo da parte l’orgoglio delle idee per un valore ben più alto: l’umiltà. Sarri è stato intelligente nello sfruttare mentalmente e tatticamente le debolezze di un avversario che era riuscito a nasconderle – almeno a livello di punti – grazie ad alcune individualità (Rui Patricio e Pellegrini su tutte) e alla famosa fortuna che aiuta gli audaci (guidati da un uomo audace in panchina).

La Roma ha perso il derby contro una Lazio che non l’ha dominato, anzi. E la cosa deve far riflettere Mourinho.

Torna allora la domanda delle domande: cosa porta Mourinho, oltre al cambio di mentalità? Se è vero, infatti, che le due rose si equivalgono – con una Lazio superiore forse solo a centrocampo –, almeno l’idea di Lotito e Tare, nell’affidare la panchina a Sarri, può avere un senso sul lungo termine. Non è un caso se Hysaj, parlando del suo allenatore, ne ha paragonato l’entusiasmo attuale ai tempi non di Napoli, ma di Empoli: «si diverte come quando giocavamo lì». Come a dire: divertiamoci senza pressioni, e vediamo che succede. La Lazio è l’ambiente giusto e non c’è niente di più pericoloso – per gli avversari – di un allenatore che si diverte a fare il proprio lavoro. Tanto Mou quanto Sarri sono in questo patologici. Ma mentre tutti gli occhi della città osservavano il portoghese, un altro pazzo danzava e fumava all’ombra del Colosseo.


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