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2 Agosto

Il momento cruciale della scherma italiana

Non (più) top ma nemmeno flop.

C’è qualche nesso tra la nottata di Italia-Svezia del novembre 2017 a San Siro che tenne fuori l’Italia dai Mondiali di calcio del 2018 e la mattinata d’agosto che ha visto eliminati subito i fiorettisti azzurri a Tokyo contro il Giappone, lasciando definitivamente la scherma senza ori olimpici per la prima volta negli ultimi 41 anni (da Mosca 1980)? Se c’è, quel nesso, è solo nella speranza che che una manciata d’anni dopo – Parigi 2024 – arrivi una serata come quella recente di Londra per gli uomini di Mancini a dissolvere la delusione appena provata in terra nipponica.

Ma tra il flop assoluto e il Tutto va ben, Madama la Marchesa ci sono cento sfumature di azzurro.

Le voci a caldo le stiamo sentendo in queste ore. Il presidente Paolo Azzi (alla sua “prima” olimpica dopo la lunga stagione di Giorgio Scarso): “Ci sono zone d’ombra ma guardiamo al futuro”. Il presidente del Coni Giovanni Malagò: “Ci vuole una profonda riflessione da parte della federazione”. L’ex olimpionica Elisa Di Francisca: “C’è un problema non solo nel fioretto femminile ma in tutta la scherma italiana e non sarà facile risolverlo”. Il ct del fioretto Andrea Cipressa: “Chi vince festeggia e chi perde impara”. Il capodelegazione Maurizio Randazzo: “Adesso finisce un ciclo e questo porta a fare valutazioni e mandare avanti i giovani”.

Non cogliere l’opportunità del passo falso (innegabile) sarebbe un delitto. Ma lo sarebbe, un delitto, anche voler fare tabula rasa a tutti i costi.

Peggio ancora sarebbe permettere il tutti contro tutti, tanto più in un ambiente tradizionalmente (auto)polemico come quello della scherma. Da un lato, in queste ore, c’è la necessità di respingere le accuse del mondo esterno e dei media che si occupano di scherma solo una volta ogni quattro anni e, in questo caso, hanno abbandonato in fretta la nave che veleggiava meno spedita di altre volte. Come se il medagliere azzurro complessivo fosse stato fin qui poco brillante per colpa della scherma tout court. E come se primeggiare almeno nel fioretto fosse ormai diventato un obbligo per chi ha il tricolore cucito sul braccio non armato. Dall’altro, rimane il bisogno di affrontare il problema a mente fredda, senza processi sommari.



Nei tempi moderni alla disciplina regina dello sport italiano era successo di andare in bianco (di ori) altre due volte prima di Mosca: ancora a Tokyo nel 1964 e a Città del Messico nel 1968. Forse, semplicemente, è l’aria del paese dei samurai a non portare bene ai nostri atleti. O forse, semplicemente, i numeri – che siano quelli del covid, del pil o appunto della pedana – non significano molto se non sono contestualizzati.

Sono una coperta che puoi tirare dalla parte che preferisci, a sostegno della tua tesi, della tua idea o del tuo piano strategico. Le cinque medaglie in terra giapponese non sono state comunque poche. Cominciamo da lì. Per numero di podi l’Italia è al secondo posto complessivo dopo la Russia. E alla fine gli allori sono arrivati in tutte e tre le armi, sia al maschile che al femminile.

Di fronte a una sciabola più che discreta (due argenti: individuale per Gigi Samele e a squadre) e a una spada così così (bronzo per le donne), è mancato semmai lo strabordante fioretto di sempre, limitato stavolta all’argento del campione uscente Daniele Garozzo e al bronzo femminile a squadre. Non vanno però nemmeno dimenticati i tre quarti posti: della fiorettista Alice Volpi, dello spadista Andrea Santarelli e della squadra di sciabola femminile.

Un oro alla fine, se fosse arrivato, avrebbe reso la spedizione nella terra del Sole Levante addirittura migliore di quella a Rio (un oro, tre argenti). Si dirà che è semmai mancato quel senso di superiorità che si era creato nell’ultimo trentennio, pre e post dream team del fioretto femminile. E che sono state troppe le rimonte decisive subite, che un tempo avremmo respinto al mittente.



Una chiave di lettura ulteriore è però che, tra vecchia generazione e tanti esordienti, l’Italia si è trovata in una terra di mezzo, con poco tempo e spazio (causa covid) per testare le novità e le nuove alchimie. A fronte di 11 esordienti (su 24 membri complessivi del team: ma di quegli 11 ben 7 sono andati comunque a medaglia, almeno a squadre), c’erano veterani di mille battaglie come Andrea Cassarà e Aldo Montano, entrambi alla quinta olimpiade, o Arianna Errigo alla terza.

Forse c’era troppo entusiasmo (immotivato, visto a posteriori) alla partenza. Come se l’allargamento a 12 prove complessive – e le squadre italiane presenti al completo – fosse diretta garanzia di una pioggia di medaglie in più. Ma, sempre parlando di cifre, non si può non valutare semmai l’impatto dell’ulteriore step della trasformazione geopolitica in atto ormai da anni nella scherma (come in tanti altri sport).

Un tempo bastava battere i francesi nel fioretto o gli ungheresi nella sciabola, più tardi i sovietici o i tedeschi, i russi o al massimo i polacchi, per essere sicuri del podio. A Tokyo le 12 prove hanno condotto all’oro ben 10 nazioni diverse. Comprese Hong Kong, Estonia e Giappone. Solo la Russia ha vinto più di un oro (tre complessivi).



Soltanto nel 2004, su dieci gare in programma tre furono le vittorie francesi, tre quelle italiane, una quella ungherese. Ovvero le tre forze tradizionali della scherma misero  insieme il 70% degli ori conquistati. A Tokyo quegli stessi tre paesi ne hanno conquistati 3 su 12: dal 70 al 25% in meno di un ventennio.

Non è vero che l’Italia oggi è diventata peggiore di Hong Kong, come indicherebbe il medagliere 2021. È Hong Kong – come molti altri paesi – che, imparando anche la lezione italiana, si è elevato semmai – ma solo in alcuni settori – ai livelli della nostra nazionale. E allora può capitare perfino che gli sciabolatori poi d’argento rischino di finire subito fuori contro l’Iran (45-44).

Ma, appunto, le cifre raccontano qualcosa, abbozzano profili, ma non sono mai verità assolute. Sono soltanto uno sfondo su cui immaginare, disegnare e costruire il futuro.

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