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Gabriele Fredianelli
27 Luglio 2021

La disciplina del vero cavaliere

La storia della scherma in Italia, parte I: dal Rinascimento a fine '800.

«La pistola non è un’arma ma un trucco volgare. Se sono disposti a uccidersi, gli uomini lo devono fare faccia a faccia; non da lontano, come infami delinquenti da strada. L’arma bianca possiede un’etica che manca a tutte le altre: la scherma è la disciplina mistica del vero cavaliere».

Le parole che, su carta, Arturo Pérez-Reverte mette in bocca al maestro Jaime Astarloa nella Madrid di fine Ottocento stanno al mestiere delle armi come quelle, scarne ma significative, che Sergio Leone, su pellicola, affida a Clint Eastwood sull’epopea del west (peraltro ispirandosi ai samurai di Kurosawa).

In Italia i frutti copiosi sono stati, ad oggi, 125 medaglie olimpiche (49 d’oro, 43 d’argento, 33 di bronzo) conquistate in 26 partecipazioni ai Giochi (esclusi quelli del 1896 e del 1904), ma le radici sono profonde perlomeno sei secoli. Perché il legame della nostra nazione col mondo delle lame è stretto come e più di quello del Sudamerica col fútbol. Eduardo Galeano notava che:

«Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio».

Per l’Italia, da sotto le Alpi fino alla Sicilia, doveva valere qualcosa di simile per le sale di scherma, fin dall’antichità, tanto che nel Cinquecento il filosofo Michel de Montaigne vi compì un celebre viaggio per visitarle nel corso del suo gran tour.

E se un percorso a ritroso nel tempo non può perdersi adesso – per questioni di spazio – fino all’epoca dei gladiatori o dei tornei medievali, vale la pena però cominciare il racconto perlomeno dal Rinascimento, quando lo spirito si riaccese in ogni contrada della Penisola e combattere a mano armata non fu più solo un mero esercizio fisico ma una delle espressioni più compiute dello spirito, al pari della filosofia, della matematica o della pittura. Ovvero una disciplina umanistica.

L’Italia e le lame: una storia dalle radici profonde

E fu a quest’altezza cronologica infatti che iniziò a fiorire la trattatistica europea, soprattutto italiana di lingua e di pensiero. Il maestro di scherma, pur rimanendo uomo d’azione, si elevò così a personaggio di cultura a tutto tondo, capace di affiancare alla spada la penna, aggiungendovi anche la filosofia, la geometria e tutte le altre discipline del trivio e del quadrivio.

Il pater patriae in questo senso fu un friulano che visse a Ferrara alla corte di Niccolò III d’Este, padre di quell’Ercole che sarebbe stato il mecenate di Ariosto (che canterà «le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese»): il maestro Fiore de’ Liberi scrisse a inizio Quattrocento il Flos Duellatorum, un vero e proprio manuale completo di scherma con varie armi (dalla spada all’azza, dal bastone alla lancia) e di lotta a mani nude.

Ma con Fiore de’ Liberi siamo ai prodromi della scherma pura: la sua è ancora vicina al guerreggiare a tutto tondo e in fondo lui è una sorta di Sun Tzu occidentale, attento alla tecnica quanto alla strategia.

Ci vorrà poi un Achille – nel nome, il destino – per scrivere un altro capitolo importante delle origini: non a caso lo statunitense William Gaugler, autore di una fondamentale Storia della scherma, metterà all’inizio del suo percorso proprio il bolognese Marozzo, autore di Opera nova chiamata duello splendida anche dal punto di vista tipografico e panoramica completa dei combattimenti dell’epoca: spade, pugnali, scudi, rotelle (scudi piccoli), brocchieri, targhe, spade a due mani e armi inastate.

Il maestro Fiore de’ Liberi e il “Flos Duellatorum”

Quella di Marozzo è una vera e propria riflessione sull’arte delle armi, tanto da sviluppare quella mistica del maestro di scherma di cui parlerà Pérez-Reverte:

«Voglio che voi giuriate su questa barra trasversale della spada, che è la croce di Dio, primo di non opporvi mai al vostro maestro e poi di non insegnare mai a nessuno ciò che imparerete da me senza il mio espresso permesso».

Il Cinquecento di cui diventerà icona marziale il comandante fiorentino Giovanni dalle Bande Nere – ritratto nello splendido Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi («Le nuove armi da fuoco cambiano le guerre, ma sono le guerre che cambiano il mondo» è il trapasso, per bocca di Pietro Aretino, segnato dalla sua morte per un colpo di falconetto) – che di Marozzo ebbe lo stesso maestro ovvero Guid’Antonio di Luca, è un secolo di una vera e propria generazione d’oro per la scherma italiana.

Dopo Marozzo scriverà Camillo Agrippa ( Trattato di scientia d’arme, con un dialogo di filosofia, 1553), un ingegnere milanese amico di Michelangelo: il suo sarà il primo passo verso una scherma già proiettata verso i secoli seguenti, con una posizione di guardia che precorre già quella di oggi (la mano armata sul lato più avanzato verso l’avversario), la razionalizzazione del numero delle guardie (ovvero delle posizioni del corpo) e l’invenzione dell’a fondo, ancora oggi una delle azioni più efficaci nella scherma.

L’Agrippa passerà anche dalla corte della regina di Francia Caterina de’ Medici, colei che portando maestranze fiorentine oltralpe darà il primo impulso alla scherma francese, con la quale la rivalità arriverà poi ai giorni nostri (anche se la primogenitura italiana è piuttosto evidente), operando nella transizione da materia soltanto guerresca a elemento di spettacolo, di pari passo con nascere del balletto di corte e delle sue imponenti coreografie.

L’ultima battaglia di Giovanni dalle Bande Nere, secondo il maestro Ermanno Olmi

Intanto le evoluzioni militari di cui si faceva cenno sopra finiscono per cambiare anche l’aspetto materiale delle armi: dopo l’introduzione della polvere da sparo in Occidente, le armi bianche diventano per forza di cose più leggere e adatte alla destrezza più che alla forza.

Di teorici è lungo l’elenco: il modenese Giacomo di Grassi, i bolognesi Camillo Palladini, Giovanni dall’Agocchie e Angelo Viggiani dal Montone, il quale per primo si occupa della spada sola, quello che ormai è lo strumento prevalente nell’ambito della scherma che si affaccia al Seicento.

Se l’Italia conquista la Francia grazie alle due regine di sangue fiorentino (dopo Caterina, l’altra è Maria), in Inghilterra sarà il padovano Vincentio Saviolo a esportare il “made in Italy” pubblicando in inglese His Practice in Two Bookes, dedicato al conte d’Essex Robert Devereux, controverso favorito della regina Elisabetta I poi decapitato per alto tradimento. E la Londra elisabettiana e shakespeariana sarà un crogiuolo di maestri italiani, tra cui Rocco Bonetti e i suoi discendenti.

Il bolognese Marozzo, autore di Opera nova chiamata duello

Il Seicento allo stesso modo vede ancora l’italia come motore dell’Europa, capace di illuminare tutta la cartina del continente, mentre si sviluppa il mito della striscia, la spada a lama sottile e lunga che sarà quella resa celebre, a posteriori, dai Tre moschettieri di Dumas, chiamata rapière in Francia e ropera in Spagna.

Il padovano Salvatore Fabris, a capo del misterioso Ordine dei Sette Cuori, insegna scherma alla corte danese e a inizio secolo pubblica a Copenaghen un trattato che influenzerà tutta Europa e forse anche Shakespeare e il suo Amleto: De lo schermo overo scienza d’armi.

Sempre in quegli stessi anni fecondissimi della prima decade del XVII secolo operano anche il veneziano Nicoletto Giganti, che dà rilevanza al gioco di punta, mettendo un altro punto fermo di quella che diventerà la scherma moderna e oggi a noi contemporanea, e il marchigiano Ridolfo Capoferro da Cagli che stampa a Siena il suo Gran simulacro dell’arte della scherma e lo dedica a don Francesco Maria Feltrio della Rovere, duca di Urbino, già quarant’anni prima valoroso combattente alla battaglia di Lepanto contro i Turchi.

Un ritratto del veneziano Nicoletto Giganti

Il Seicento è anche l’età in cui si comincia a parlare più concretamente del fioretto, l’arma dalla punta arrotondata (o guarnita in cima da un bottone, una sorta di bocciolo floreale che le darà il nome) che nasce di fatto non per combattere sul campo quanto per esercitarsi in sala o per le esibizioni incruente davanti a un pubblico scelto.

A Roma sono celebri i Marcelli, un’intera famiglia di maestri d’arme: Francesco Antonio pubblica un’opera monumentale intitolata Le Regole della Scherma ed è l’ultimo esponente di un’intera genealogia di professionisti, come il padre Titta, lo zio Lellio, e tanti nipoti, zii e cugini.

Nel Settecento il primato europeo si sposta irrimediabilmente verso lo Francia, che pure dall’Italia aveva importato quasi tutto il sapere in questo campo. È una scherma diversa adesso: meno di contatto con la lama, con meno parate e più cavazioni e azioni di svincolo. È una scherma più artistica, più leggera, più da sala e meno da campo, mentre la disciplina inizia a dotarsi anche di altri accessori giunti fino ai giorni nostri, a cominciare dalla maschera che ripara il viso dalle frequenti ferite (anche se ovviamente non manca una certa resistenza da parte dei puristi che ritengono disonorevole qualunque tipo di protezione).

La gloriosa casata Marcelli

Eppure, mentre la Francia acquista il primato, questa sarà l’epoca di uno degli spadaccini italiani più famosi di tutti i tempi. Il livornese Domenico Angelo Tremamondo Malevolti, conosciuto semplicemente come Angelo, è uno dei più perfetti gentiluomini della sua epoca, rapisce il cuore di numerose fanciulle, stupisce il pubblico francese e insegna la scherma ai principi d’Inghilterra, lasciando nel 1763 la sua École des armes che, illustrata in modo sublime, diviene addirittura un modello stilistico per l’Encyclopedie di Diderot e d’Alambert e aprendo la strada all’irraggiungibile scuola livornese, giunta fino ai giorni nostri.

L’Ottocento è il vero spartiacque per la scherma, che è ancora molte cose assieme. È il corredo del perfetto gentiluomo, è il mezzo per risolvere le contese d’onore attraverso il duello (e lo resterà fino al cuore del Novecento, anche quando teoricamente messo fuorilegge) e al tempo stesso comincia a trasformarsi in quello sport già presente alla prima edizione dei Giochi Olimpici nel 1896, dovendosi così dare anche delle regole universalmente accettate a livello internazionale.

Il fascino del duello non lascerà indifferente Ridley Scott che adatterà per il grande schermo un racconto di Conrad ambientato in epoca napoleonica mettendo di fronte, davanti alla cinepresa, i magistrali Keith Carradine e Harvey Keitel. Ma al tempo stesso, l’epica degli ussari e del loro rapporto stretto con la sciabola che impugnano (ha origine in Ungheria e loro la esporteranno nel mondo) è proprio l’esordio letterario per il già citato Pérez-Reverte.

«La lama della sciabola lo affascinava. Frederic Glüntz non riusciva a staccare gli occhi dall’arma d’acciaio brunito che splendeva fuori dal fodero, tra le sue mani, mandando bagliori rossastri ogni volta che una corrente d’aria agitava la fiamma della candela. Ci ripassò sopra lo smeiriglio, provando un brivido nel constatare la perfezione della lama affilata».

Il testimone e narratore più importante di quest’epoca di cambiamenti sarà il grossetano Jacopo Gelli, letterato e colonnello dell’esercito, primo storico della scherma, oppositore dei duelli, discreto schermidore lui stesso, autore del primo manuale Hoepli sulla scherma e giornalista che racconterà le prime vicende agonistiche della disciplina (fondando anche la rivista specializzata Scherma Italiana che poi confluirà nella Gazzetta dello Sport).

I duellanti di Ridley Scott, 1977

Tutta la storia che stiamo raccontando in poche parole è ben raccolta e testimoniata dall’Agorà della Scherma, il museo nato a Busto Arsizio un decennio fa e che, grazie alla collezione donata dal fiorentino Silvio Longhi ed esaltata dalla rigorosa attenzione filologica del maestro Giancarlo Toràn, conserva cimeli, documenti, armi, equipaggiamenti di questa disciplina così affascinante.

Il Diciannovesimo secolo in Italia contrappone la scuola del Nord a quella del Sud, in una polemica a distanza parallela al processo politico che porterà anche all’unificazione nazionale e quindi alla nascita di una scuola schermistica propriamente italiana che a sua volta alimenterà molte discussioni.

Era poco più di un ragazzino Alberto Marchionni quando dalla Toscana aveva seguito l’esercito napoleonico, per poi tornare in patria con la caduta dell’Imperatore e dedicarsi all’insegnamento schermistico a Firenze, pubblicando a metà secolo il Trattato di scherma sopra un nuovo sistema di giuoco misto di scuola italiana e francese. Seguendo le sue esperienze Marchionni prova a contemperare scuola napoletana e scuola d’Oltralpe.

Una visuale dell’Agorà della Scherma di Busto Arsizio

La ricostruzione di quegli anni è piuttosto complessa e legata alle scuole militari in cui ai tempi si insegna la scherma. Finché un pubblico concorso indetto dal Ministero della Guerrapremierà nel 1883 il più giovane rampollo di una famiglia napoletana da sempre dedita alla scherma e perseguitata dai Borboni: il trentaquattrenne Masaniello Parise e il suo Trattato teorico-pratico della scherma di spada e di sciabola che vedrà la stampa nel 1884 diventando il testo unico su tutto il territorio nazionale.

In quello stesso anno viene aperta la Scuola Militare Magistrale di Roma, con Parise come direttore e con altri suo tre conterranei del Sud come assistenti, Giovanni Pagliuca di Napoli, Salvatore Pecoraro di Portici e Carlo Pessina di Catania.

Da quella Scuola, che Parise dirigerà fino alla morte nel 1910, esce dal 1889 in poi il fior fiore dei maestri italiani che insegneranno in giro per il mondo. Sono anni, quelli, in cui il confronto tra le varie scuole continua però a farsi soltanto in occasione di accademie tra dilettanti o professionisti o nei duelli, dato che ancora la scherma non è uno sport nel senso odierno del termine.

Un profilo di Masaniello Parise

Questo gusto per i palcoscenici internazionali mette di fronte spesso francesi e italiani, la rivalità più sentita in questo mondo. Come avviene per esempio nel 1889, quando una delegazione italiana partecipa a un torneo internazionale al Grand Hotel di Parigi. Dall’Italia partono Agesilao Greco, Carlo Pessina, Carlo Guasti e Foresto Paoli. Di fronte c’è la crème della scuola francese: Ruzé Junior, Émile Mérignac, Camille Prévost, Georges Robert, Alphonse Kirchhoffer.

Il siciliano Agesilao Greco è un campione della scherma mondiale dell’epoca, dal sangue blu e dalla vita avventurosa: si batte sulle pedane di mezzo mondo, da New York a Buenos Aires, da Vienna a Chicago, da Parigi a Bruxelles, scrivendo trattati (La Spada e la sua disciplina d’Arte ha la straordinaria copertina art nouveau di Duilio Cambellotti) e dirigendo a due passi dal Pantheon a Roma una sala che oggi porta il suo nome (l’Accademia d’Armi Musumeci Greco, condotta ancora dalla sua famiglia e celebre per le collaborazioni di primo piano col cinema mondiale).

Altro personaggio di spicco di quegli anni, fiero e indomabile, dalla biografia inevitabilmente altrettanto romanzesca, fu il livornese Eugenio Pini, soprannominato dagli avvesari “il diavolo nero”, continuatore di una scuola labronica che arriverà fino ai fratelli Nadi e ai Montano.

Il torneo d’armi franco-italiano

Sui giornali, sia in Italia che in Francia, si discute soprattutto di estetica, anche se spesso lo si fa per partito preso e ancora più frequentemente per spirito patriottico. Il punteggio viene tenuto in maniera individuale da ciascuno degli spettatori, che annotano sui propri taccuini il conto dei colpi. Per questo, nelle esibizioni, difficilmente c’è un univoco esito degli assalti e allora l’incontro è spesso una nuova fonte di dissidi e di polemiche incrociate: che non raramente sfociano in duelli.

Finché non saranno le regole sportive e olimpiche – e soprattutto la nascita di una Federazione internazionale a vigilare (succederà solo nel 1913) – a dare una forma reale ai confronti sulla pedana, sarà sempre difficile valutare quello che succede realmente in pedana. Di quel periodo ha scritto Ciro Verratti, campione olimpico nel fioretto a squadre di Berlino 1936 e poi inviato del Corriere della Sera:

«La scherma non era ancora uno sport con incontri regolati da leggi precise, non c’erano i giurati che assegnavano le stoccate e alla fine d’un assalto non c’era un risultato ufficiale. Pensavo i patiti a tener viva, a difendere, a rinfrescare la gloria d’un grande schermidore».

«Era un mondo che la sua grandezza non l’aveva usurpata. La verità è che ogni sala d’armi era un cenacolo dove si entrava con spirito quasi religioso, dove la parola scherma si pronunciava sempre con una sfumatura di riverenza. In ognuno di questi cenacoli c’era un caposcuola che agli occhi degli allievi e dei patiti viveva come avvolto in una luce di leggenda. Se in uno di questi tempii si affacciava uno schermidore di altra sala, vi veniva accolto con formale cortesia ma con molta diffidenza. Lo si guardava insomma come si guarda una possibile spia nemica».

L’Italia, comunque, a cavallo dei due secoli torna ad esportare le proprie maestranze e soprattutto la propria classe magistrale, irradiando di nuovo in giro per il mondo la luce della scherma tricolore. Il ligure Italo Santelli si trasferirà a Budapest dove rimarrà per mezzo secolo facendo fiorire la sciabola magiara. Il laziale Antonio Conte (primo campione olimpico italiano nella sciabola per maestri nei Giochi del 1900) aprirà due sale a Parigi, il friulano Luigi Barbasetti sarà a Vienna, il valdostano Arturo Gazzera in Germania (sarà maestro di Helene Mayer, la stella indiscussa del fioretto anni ’30). Eugenio Pini e Agesilao Greco invece prenderanno la strada del Sudamerica. Ma adesso siamo già in un’epoca in cui la scherma è, o sta diventando, disciplina olimpica. Ed è tutta un’altra storia.

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