Già me li vedo l’avvocato, spaghetto, il bove e l’ingegnere. I veri nomi nessuno l’ha mai saputi in quel mondo di mezzo, quella galassia romana e semi-clandestina di “biscazzieri” che dalle sale biliardo e dagli ippodromi è finita direttamente nelle sale scommesse. In italiano, ma ancor di più in romano, una bisca è «un locale pubblico o privato in cui più persone convengono per praticare giochi d’azzardo»: tra spacconerie, gerarchie, alcol e nubi impenetrabili di fumo, si muoveva nella controluce delle bische un’umanità sgargiante e pacchiana, ma allo stesso tempo invisibile.

 

Oggi i più incalliti hanno un ultimo rifugio, squallido e asettico ma pur sempre reale: le sale scommesse. Qui ci trovi ancora testimonianze in carne e ossa, vite fatte di espedienti, quasi pre-industriali, e una Roma anni ’70 non disposta a rinunciare a se stessa fino all’ultimo respiro e all’ultima sigaretta. Un mondo affascinante che si muove in quello spazio confuso tra il lecito e l’illecito, tra il giorno e la notte, un limbo che come insegna la tradizione sta nell’anti-inferno ma non ancora nei gironi danteschi. In questo scenario pasoliniano si nasconde l’ultima trincea di una certa forma di vita.

Loro oggi, per la prima volta, sono veramente soli. Niente partite o campionati; niente calcio, tennis, basket, volley. Il coronavirus come sola igiene del mondo degli scommettitori.

Celine diceva che l’esistenza è quella cosa che torce e rovina la faccia, e magari pensava a uomini così. Scavati in volto, dalla vita e da chissà cos’altro, sono tanti i vecchi scommettitori che trovi alla SNAI anche nel giorno di Natale: spesso ci vado e li osservo nel profondo; ne vedo le rughe che sono in realtà pieghe scavate nel volto, penso a quando caleranno le tenebre, a cosa voglia dire per loro la venuta della sera. E capisco il vizio, le scommesse, l’alcol. Vorrei abbracciarli con tutto il cuore, e non so perché nel farlo sento che abbraccerei anche me stesso.

 

Loro, per la prima volta, oggi sono realmente soli. Niente sale scommesse, “amici” e bolletteNiente partite o campionati; niente calcio, tennis, basket, volley. Il coronavirus come sola igiene del mondo degli scommettitori. Non hanno neanche più un luogo dove andare ma solo il computer di casa, il conto associato a una carta di credito, i campionati australiani o nicaraguensi e soprattutto la roulette e il poker virtuale, quel dannato casinò online che sta disgregando così tante famiglie e condannando all’inferno migliaia di persone. I drogati in crisi d’astinenza, si sa, si attaccano anche alla colla.

 

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La schermata (sabato 21 marzo) di uno dei maggiori siti di scommesse italiani: la scelta è ampia tra Australia, Nicaragua e serie B bielorussa; in alternativa c’è il Grande Fratello

 

Il progresso e la tecnologia hanno tolto la poesia anche nella tragedia, il fascino nel vizio: negli ippodromi e nelle sale scommesse si respirava vita, c’era un mondo, degradato e (neo)realista; certo un carcere a cielo aperto ma anche tante storie e una spremuta di umanità perduta. Ora ci sono i cazzo di conti online, o quei cani virtuali bastardi che corrono sul monitor mentre un algoritmo decide della tua vita e della tua morte. Neanche l’umanità resta più nella sconfitta, sembra una guerra fatta coi droni. 

 

Il coronavirus è stato una mannaia anche sull’ultimo antidoto giornaliero alla solitudine di queste persone, chiuse in casa come zombie ma divorate dal demone del gioco, e ridotte a caricare e ricaricare soldi sulla giostra cibernetica sperando che esca nero, o che si ritrovino in mano una scala reale. Dall’altra parte dello schermo a volte degli utenti ma nella maggior parte dei casi nessuno: c’è invece un calcolo studiato apposta per farti perdere perché, ricordatevi sempre, la regola del gioco è solo una: se giochi, perdi.

Quanti padri di famiglia stressati, esasperati, schiacciati dal peso della vita e delle responsabilità, “giocano” di nascosto cercando un’evasione, una mano vincente nella vita.

Puoi vincere nel breve e anzi si dice pure che lo facciano apposta, come al casinò, in cui la prima sera hai buone chance di uscire soddisfatto: poi però quell’adrenalina ti fa tornare, e stai sicuro che la fortuna è già finita. A scommettere perdi, e perdi tutto. Soldi, auto, case; salute, rispetto, affetti. 

 

E questo non riguarda solo il mondo di mezzo di cui prima: quanti padri di famiglia stressati, esasperati, schiacciati dal peso della vita e delle responsabilità, “giocano” di nascosto cercando un’evasione, una mano vincente nella vita. E cazzo prima o poi dovrà pur capitare, e allora magari il Belshina B farà un gol più dell’avversario. Quanti bruciano il proprio stipendo e i risparmi dei propri figli, e quanti figli invece bruciano direttamente la propria vita.

 

scommesse sportive online

I soldi virtuali non sembrano neanche veri ma invece sono drammaticamente reali: benvenuti nel gioco online, un autentico genocidio

 

Non è importante qui riportare i dati, le gigantesche proporzioni del dramma, gli incassi miliardari delle slot o dei casinò online; non crocifiggeremo gestori compiacenti che installano macchinette diaboliche sulla pelle e sulla carne dei propri clienti, né le multinazionali del gioco che stuprano l’esistenza di poveri diavoli sotto il livello di galleggiamento. Non intendiamo snocciolare i numeri del fenomeno, quelli andateveli a cercare comunque, che fa sempre bene.

 

L’intenzione originaria era quella di scrivere un corsivo che parlasse di uomini, un breve pensiero agrodolce sulla disperazione degli scommettitori cronici costretti a giocare la serie b australiana: faceva anche abbastanza ridere, pensare all’ingegnere ridotto a scegliere tra Perth e Western. Poi però mi sono reso conto: queste persone stanno alle ricevitorie come Barney Gamble sta al bar di Boe; senza partite, senza agenzie, alcuni di loro sono perduti, non sanno letteralmente dove andare. Anche la più dura delle solitudini, in fondo, ha bisogno di essere condivisa.

Qui non c’è alcun avvenire e ancor prima non c’è nessun sole.

Qualcuno potrebbe pensare che è meglio – per loro, magari si riprendono! -, ma la vita non funziona così: questa continua pretesa di emancipare, di liberare, di far uscire gli uomini dallo stato di minorità, come diceva quel povero illuso di Immanuel Kant, è una favola illuminista per bambini, sposata tanto dal mondo libero quanto da quelli del sol dell’avvenire. Qui non c’è alcun avvenire e ancor prima non c’è nessun sole.

 

Nella sala scommesse vicino a casa, in cui comunque mi fermavo ogni fine settimana per la classica puntata da 5€, molte di queste persone si ritrovavano improvvisando partite a briscola e tressette, nemmeno poker; ogni tanto entravano per piazzare qualche puntata ma per lo più giocavano a carte lì fuori, una volta anche sul sellino di uno scooter.

 

E mentre i miei amici li schernivano con battute più o meno derisorie, io mi sentivo vicino a loro come a tutti gli uomini emarginati, nascosti, sconfitti, a tutte le pieghe della società, alle prostitute e ai loro clienti, ai tossicodipendenti ma non ai loro fornitori. Senza alcuna pretesa di redenzione. Non so perché, so solo che mi davano qualcosa in più dei conoscenti cresciuti nel benessere, degli amici consulenti, delle argomentazioni razionali, calcolate e borghesi, ma prive di sentimento.

 

Un’umanità perduta, altro che i tossicodipendenti solitari dell’online 

 

Oggi un pensiero va a loro, sempre che rispettino la quarantena e non organizzino tornei clandestini (a occhio e croce, una possibilità più che concreta). Ai giocatori cronici è stato tolto anche l’ultimo luogo di umanità, quelle sale scommesse in cui consumare pomeriggi e trovare un po’ di compagnia: in un’atmosfera malinconica, una resa accettata ma mai dichiarata, aspettavano semplicemente la fine del giorno come i vecchi ai bar di paese.

 

Era anche in fin dei conti un invito al gioco più ragionato e un limite alla ludopatia compulsiva e frenetica, quella dell’online: dimenticate i soprannomi goliardici, oggi la grande solitudine logora con nome utente e password, carta di credito associata al conto, tavolo verde e roulette virtuali. Qui i soldi versati non sembrano nemmeno reali, non li si tocca né li si vede, sono apparentemente solo numeri e cifre: così opera un vero e proprio terrorismo silenzioso, un crimine contro l’umanità.

 

L’odore dei soldi, il tatto delle banconote stropicciate e ancora la cappa di fumo, le occhiate, le battute, le bestemmie e le risate: ricordi ormai confusi che svaniscono nel disgusto e nella vergogna. Che tutto questo passi presto e che almeno, agli sconfitti, sia restituita la propria dignità di uomini.

“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco”.