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6 Giugno

Facciamo schifo, ma per davvero

Andrea Antonioli

79 articoli
La vicenda di Seid Visin ha tirato fuori il peggio di noi.

Ieri ci ha travolto una di quelle notizie che, come si dice in questi casi, non avremmo mai voluto sentire. Seid Visin, ragazzo italiano di 20 anni con origini etiopi, ex calciatore nelle giovanili di Inter, Benevento e soprattutto Milan, si è suicidato giovedì nella sua abitazione di Nocera Inferiore. Un evento tragico che ha lasciato tutti sgomenti, d’altronde cosa c’è di peggio per un genitore che sopravvivere al proprio figlio? E cosa di più inconcepibile di un ragazzo di vent’anni che arriva a togliersi la vita?

La notizia ha colpito tutta Italia, ma è subito iniziata una “strumentalizzazione mediatica”, per usare le parole del padre del ragazzo, che ci ha fatto ripiombare in tutte le contraddizioni dell’epoca in cui viviamo. Anche la morte, di questi tempi, diventa occasione per crociate ideologiche, semplificazioni immediate, giudizi definitivi. Non c’è più tempo, nell’epoca dei social network, non c’è più spazio. Questa dolorosa vicenda ci lascia oggi un fisiologico vuoto, ma anche due grandi temi su cui riflettere: il clima di intolleranza sempre più acuto che aveva denunciato Seid due anni prima di morire – e che resta sul tavolo malgrado non sia stato la causa diretta del suicidio – e la responsabilità dei media e di tanti personaggi pubblici.  

Partiamo dall’inizio: Seid, per stessa ammissione dei genitori, non si è suicidato per razzismo, ma ciò non toglie che i temi del suo sfogo restino validi e presenti. Nella lettera di cui i giornali sono entrati in possesso, omettendo inizialmente che fosse di due anni fa, e lasciata passare come causa scatenante del gesto, il ragazzo aveva espresso concetti decisivi che oggi non possono essere minimizzati. 

«Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità.

Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana (…) Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone». 

Seid Visin

Egli in parte lo premette: l’Italia, nel suo sentire, non è mai stato un Paese razzista. La nostra stessa storia (e geografia) squalifica ogni tipo di razzismo, una barbarie d’oltralpe che rappresenta il più sinistro e ripugnante dei dogmatismi. Eppure, oggi rischiamo di diventarlo. Seid ha ragione: negli ultimi anni il clima è cambiato, si è avvelenato. In molti si sono incattiviti, ed è anche difficile capire quando, come e perché tutto ciò sia iniziato. Ognuno ha una propria teoria, in una polarizzazione becera che, accusando l’altra parte, trova immediatamente responsabili e colpevoli: i “più buoni”, come li avrebbe chiamati Giorgio Gaber, puntano il dito contro i seminatori d’odio; i “cattivi” invece imputano agli altri, con l’immigrazione incontrollata, di aver innescato una bomba ad orologeria che prima o poi sarebbe dovuta esplodere. Da qui gli episodi (e i sentimenti) di insofferenza, per non dire di razzismo e xenofobia.

Il paradosso è allora che, proprio nel periodo in cui i riflettori sono accesi più che mai sul razzismo, e la sensibilizzazione sul tema raggiunge livelli inimmaginabili fino a qualche anno fa, la diffidenza per un ragazzo come Seid cresce esponenzialmente. E la sua storia non è un’eccezione, ma rischia di diventare la regola. Il pericolo enorme, continuando così, è di finire come gli Stati Uniti, una Nazione lacerata che il razzismo lo ha avuto davvero nella propria storia; oppure come la Francia, patria di veri e propri ghetti a cielo aperto in cui migliaia – se non milioni – di ragazzi francesi non si sentono francesi. In Italia per la prima volta si sta sviluppando un clima talmente becero e violento da non consentire più il dialogo, che si alimenta di insulti continui e di benzina gettata sul fuoco della semplificazione – e degli istinti più bassi.


Questo scenario, però, è incoraggiato innanzitutto dai social network – e quindi dalla stampa, costretta ad inseguire metodi e tempi delle piattaforme virtuali. Nemmeno il tempo di apprendere la notizia che già giornalisti, influencer e politici (che ormai sono la stessa cosa) avevano scritto quanto “facessimo schifo” e quanto avessimo fallito nell’integrazione. Marchisio, sempre in prima fila quando c’è da esercitare il potere dei più buoni sui social, ha parlato di “un Paese che ha fallito” per aver spinto “un giovane ragazzo a un gesto così estremo”. Aveva anche chiuso bene – «facciamo un po’ schifo. Tutti. Di centro, di destra, di sinistra» – peccato che prima se la fosse presa con le battute e i discorsi cinici “soprattutto sui social network” non rendendosi conto, forse, di alimentare una bolla che soffoca l’idea stessa di approfondimento e verità.

Se non fosse stato per Walter Visin, padre adottivo del ragazzo, oggi staremmo ancora parlando del razzismo in Italia come causa scatenante del suicidio di Seid. Un’interpretazione che avrebbe, e ha già fatto, notizia, ma che ha mostrato tutto il cinismo e la mancanza di rispetto verso la vicenda del ragazzo e ancor di più nei confronti della sua famiglia. Nemmeno la morte è riuscita a farci fermare, in una raffica di tweet e di post che, da una parte e dell’altra, hanno utilizzato addirittura l’evento più tragico per mandare messaggi “politici”.

«Mio figlio non si è ammazzato perché vittima di razzismo. È sempre stato amato e benvoluto, stamane la chiesa per i suoi funerali era gremita di giovani e famiglie. Fu uno sfogo, era esasperato dal clima che si respirava in Italia. Ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni. Non voglio parlare delle questioni personali di mio figlio. Dico solo che era un uomo meraviglioso»

Walter Visin ad ANSA

Che poi in fondo, pensandoci bene, non è neanche colpa dei singoli, dei vari personaggi più o meno pubblici. La responsabilità è da ricercare nei meccanismi della società attuale, in cui come detto mancano tempo e spazio: il post, poco importa il contenuto, deve arrivare il prima possibile; e la notizia, quella deve essere rilanciata immediatamente, anticipando i concorrenti. Si fa con quel che si ha, e non c’è dolo se non nella fonte principale che abbevera tutte le altre, in frenetica e superficiale processione. Ecco, ormai il problema è che sono le fonti (che siano giornalistiche, politiche etc.) ad essere avvelenate.

Nel frattempo le grandi questioni del giorno restano aperte: un clima innegabilmente sempre più inquietante, come denunciato da Seid, una società ormai polarizzata, quando non radicalizzata, e un sistema mass-mediatico grottesco; peccato che nessuno abbia tempo, voglia e onestà per approfondirle. Al contrario, preferiamo rituffarci nella (dis)informazione da montagne russe: dal momento precedente, in cui centinaia di persone ci accusano tutti di essere mandanti morali sul corpo ancora caldo di un ventenne, a quello successivo, nel quale i genitori della vittima chiedono rispetto e silenzio. Nel mezzo il nulla, neanche i fatti che vengono sacrificati sull’altare, rigorosamente digitale, delle interpretazioni.

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