“Applicheremo le regole rigidamente, nessun escluso.” Con queste parole è iniziata la stagione 2019/20 del campionato più discusso d’Italia, non tanto per meriti sportivi quanto per demeriti societari: ci riferiamo alla Lega Pro o, più comunemente parlando, Serie C. Infatti, se nella passata stagione il terzo campionato professionistico italiano si è contraddistinto in negativo per i centinaia di punti di penalizzazione inflitti a diverse squadre, quest’anno la musica non sembra cambiata, con le prime problematiche societarie che sono già iniziate ad emergere.

 

Il presidente della Lega C Francesco Ghirelli, scottato dalla passata stagione, ha cercato di introdurre norme più stringenti per evitare i casi di Matera e Pro Piacenza. Attualmente, nel Girone C del campionato di Serie C, due sono le società sotto osservazione dalla Lega: l’Avellino Calcio e il Rieti.

 

Gli Irpini, dopo l’esclusione dal campionato di Serie B e la duplice vittoria nel campionato di Serie D (Campionato e Scudetto), quest’estate sono stati travolti di riflesso dallo scandalo Sidigas che ha visto implicata la proprietà. Il 18 luglio, infatti, è stato applicato un sequestro preventivo al gruppo Sidigas pari a 97 milioni di euro, con l’accusa di autoriciclaggio che pende sulla testa del patron, Giannandrea De Cesare.

“Non siamo tranquilli. Vedremo quali saranno gli sviluppi del Tribunale e poi trarremo le dovute conseguenze”.

Queste le parole del numero uno della Lega Pro, Francesco Ghirelli, in merito al caso Avellino. Lo stesso Ghirelli ha ammesso di aver ricevuto garanzie sulla situazione societaria degli irpini dal numero due della Figc, Cosimo Sibilia, amico storico e di partito (Forza Italia) del presidente biancoverde Claudio Mauriello.

 

Serie C - Semiprofessionismo

Francesco Ghirelli, presidente della Lega Pro (Foto di Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

Situazione diversa per la squadra laziale, che al momento naviga nel buio con un cambio di società non del tutto definito di cui non si conoscono con certezza gli acquirenti. Ieri il ritorno della vecchia proprietà, capeggiata da Riccardo Curci, ha ripreso il controllo del club. Ad oggi non risultano pagati neanche gli stipendi ai calciatori, con questi ultimi che minacciano lo sciopero e il presidente di Lega che ha già garantito “l’applicazione rigida delle regole nel caso in cui gli emolumenti non vengano distribuiti”. Nel frattempo la farsa continua e il Rieti calcio non è sceso in campo contro la Reggina, perdendo la prima gara a tavolino: adesso, se darà forfait per la seconda volta consecutiva, rischia l’esclusione dal campionato di Serie C.

 

L’instabilità del campionato di Serie C è ormai cosa nota a tutti gli appassionati, principalmente per la mancanza di supporti economici stabili che diano un aiuto finanziario alle società. Al contrario di quanto accade in Serie A e in Serie B, nel terzo campionato professionistico sono ben poche l’entrate provenienti dai diritti televisivi. La scelta di affidare a Eleven Sport la diretta del campionato ha portato nelle classe delle Lega circa 1,2 milioni di euro, 20.000 euro per squadra, che tuttavia è una cifra irrisoria rispetto alle spese gestionali.

Nel frattempo la farsa continua e il Rieti calcio non è sceso in campo contro la Reggina, perdendo la prima gara a tavolino.

Per far fronte alle necessità economiche dei club e alla volontà della Figc di valorizzare i giovani italiani, la Lega Pro ha inserito un premio di valorizzazione per l’utilizzo di giovani calciatori per un totale di 270 minuti per match (in pratica 3 giocatori titolari per tutti e 90 minuti di gioco). L’impiego dei cosiddetti “under”, infattiriesce a portare nelle casse dei club circa 10.000 euro a partita – ma è bene sottolineare che non tutte le società sposano questa politica dei tre giocatori Under titolari, quindi i dividendi possono esser anche più alti.

 

Tifosi della Reggina di fronte alle porte dello stadio Manlio Scopigno di Rieti: la partita non è mai stata disputata poiché il Rieti non aveva un tecnico abilitato a scendere in campo. (Foto di Gianlucadimarzio.it)

 

Queste piccole misure iniziano a dar ossigeno alle società di Serie C che continuano, in egual modo, a manifestare malesseri economici. Il calciomercato è stato condizionato da pochissimi movimenti, e la maggior parte degli acquisti effettuati dalle singole squadre sono avvenuti in base al budget dedicato agli stipendi a disposizione.

 

Andando infatti a consultare una qualsiasi griglia di mercato, noteremo che la maggior parte delle transazioni effettuate riguarda giocatori svincolati dal precedente club, che hanno rinunciato allo stipendio per accettare altre proposte contrattuali: il risultato è un calciomercato condizionato da pochissimi movimenti di denaro ma focalizzato sul budget per gli stipendi, solitamente troppo onerosi per i club.

 

Ed è proprio questo uno degli aspetti principali della crisi dei club di Serie C. Gli stipendi dei giocatori professionisti sono troppo alti nella spesa dei contributi da versare. Il tetto minimo federale prevede infatti il pagamento di 26.000 euro lordi, all’incirca 12.000 euro annuali nette al calciatore, e allestire una squadra in queste condizioni – in un campionato come abbiamo detto sostanzialmente senza introiti – risulta molto difficoltoso.

 

“Non è facile lavorare con il fardello di una situazione senza introiti ed affrontare un discorso tecnico. Diverso è quando si azzera tutto con un colpo di spugna. Si riparte dalla D, un anno di purgatorio e riparti in C senza debiti. Il problema è arrivare in Serie B. Perché il Catania in C, come le altre squadre, vale zero mentre in B cominci a valere 10 milioni di euro tra diritti televisivi ed il campionato che è. Da lì si può pensare a mettere in piedi una programmazione un attimino più seria e magari puntare alla Serie A. Per questo in Serie C ogni anno falliscono tante società anche a campionato in corso”. (Pietro Lo Monaco, Ad Catania)

Con queste parole l’amministratore delegato del Catania Calcio, Pietro Lo Monaco, evidenzia le problematiche del campionato di Serie C, sempre più competitivo ma con pochissimi introiti. Tuttavia una soluzione, parziale, ci sarebbe: il semiprofessionismo. Un campionato intermedio tra il professionismo della Serie B ed il dilettantismo della Serie D che “funga da filtro”, per usare le parole di Cosimo Sibilia, utile per stabilizzare le finanze dei club.

 

Alfageme e Ciccio Lodi durante la sfida tra Avellino e Catania valida per il campionato di Serie C girone C. (Foto TheWam.net)

 

Una soluzione condivisa da diversi presidenti del campionato, che in molte occasioni hanno ribadito questa proposta. È impensabile che in Italia si applichi ancora una legge di 38 anni fa sul professionismo sportivo, cambiato radicalmente nel corso degli anni, creando una sproporzione abissale tra la Serie A alla Serie C.

 

Basti pensare solo agli introiti che un giocatore del massimo campionato porta al proprio club rispetto ad uno di Serie C. Paradossalmente, per una società, “costa meno” il contratto faraonico di Cristiano Ronaldo di quello che lega Luis Maria Alfageme  all’Avellino Calcio: il primo genera un ricavo milionario al club ogni qualvolta che entra il campo, il secondo, al massimo, può incidere sui borghetti venduti nel bar dello Stadio Partenio.

È impensabile che in Italia si applichi ancora una legge di 38 anni fa sul professionismo sportivo, cambiato radicalmente nel corso degli anni, creando una sproporzione abissale tra la Serie A alla Serie C.

Promotore del progetto del semiprofessionismo è Cosimo Sibilia, vicepresidente della Figc e numero uno della Lega Nazionale Dilettanti. Durante la propria scalata la vertice federale, con annesso patto con Gravina per la gestione della Federazione, uno dei punti centrali è stato proprio il semiprofessionismo sportivo. Intervistato dalla nostra redazione, durante un evento pubblico della Lnd svoltosi ad Avellino, Cosimo Sibilia ci ha spiegato:

“È stato uno dei punti fondamentali del mio programma con il quale mi sono scontrato anche con Gravina. In Italia abbiamo bisogno di meno società professionistiche. C’è necessità di un campionato che funzioni da filtro tra il calcio professionistico e quello dilettantistico, aiutando le società nel garantire un minor impatto sulle finanze. Dobbiamo evitare i fallimenti degli anni passati. Esistono regole ferree che sono state introdotte l’anno scorso ma ciò non toglie che va ridotto il numero delle società professionistiche perché sono troppe. Il semiprofessionismo aiuta le società ai drastici cambiamenti economici che comporta il professionismo sportivo.”

 

Parole che lasciano ben sperare da parte dei vertici della federazione, che sembrano realmente intenzionati a percorrer questa strada. Lo stesso Gravina, in più apparizioni pubbliche, ha sottolineato l’importanza del semiprofessionismo, in un drastico cambiamento del calcio italiano.

“Serie A a 20 squadre, Serie B divisa in B1 e B2 da 18 squadre e il semiprofessionismo in Serie C”.

Queste invece le parole, alquanto singolari, del presidente della Figc Gabriele Gravina, che si spinge addirittura oltre il semiprofessionismo. La modifica della Serie B sarebbe infatti da approfondire: immaginare 36 squadre in un campionato che, finora, ha sempre visto dei club dare forfait per problemi di natura economica, sembra quantomeno un po’ azzardata.

 

Ma al di là delle parole servono i fatti. Ogni stagione diversi club di Serie C sono penalizzati o addirittura costretti ad abbandonare la categoria e ripartire dalla Serie D. Ciò che lascia ben sperare è la volontà comune dei vertici di ripensare un sistema che, oggettivamente, non regge più: finora le azioni concrete sono state un palliativo ma, adesso che l’evidenza si è imposta in tutta la sua drammaticità, urge una riforma strutturale il più in fretta possibile.