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15 Dicembre

Tutto è iniziato con la sentenza Bosman

Diego Mariottini

52 articoli
Compie 25 anni una riforma che ha stravolto il calcio europeo.

Fine 1995. Anche i calciatori hanno un’anima, ora è ufficiale. Oltre all’anima hanno perfino un potere decisionale su se stessi e sul proprio destino, o almeno così si dice. Possono stabilire se restare dove sono o trovarsi una squadra in cui giocare a condizioni più vantaggiose (o meno pesanti). Cosa volere di più? Tutto ciò è reso possibile da una delibera che ha fatto storia (e giurisprudenza) nel mondo del calcio. È la celeberrima sentenza Bosman.

Il 15 dicembre di 25 anni fa la Corte di Giustizia delle Comunità Europee accoglie le istanze del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Dandogli ragione, la Corte stabilisce un principio destinato a modificare per sempre il rapporto fra un giocatore e la società di appartenenza. Una vicenda della quale spesso si parla ma di cui in pochi casi viene approfondita l’importanza. Una storia da ripercorrere e da capire per l’ampiezza delle conseguenze. Ma anche uno spaccato personale dal sapore molto più amaro che dolce.

Jean-Marc Bosman ha stravolto la giurisprudenza calcistica (Getty Images)

Una questione europea


Siamo all’inizio degli anni ’90. Jean Marc-Bosman, classe 1964, è un discreto centrocampista che milita nell’RFC Liegi, dopo aver militato a lungo nell’altra squadra della città vallona, lo Standard. Non ha piedi eccelsi e questo lo sa anche lui, segna poco ma in mezzo al campo è un faticatore affidabile, e questo lo sanno tutti. Un valido gregario, insomma. Il contratto scade nel 1990 e il giocatore ha intenzione di trasferirsi in Francia, il Dunkerque vorrebbe tesserarlo. Il trasferimento sarebbe possibile senza particolari ostative, ma solo se l’RFC avrà ritenuto congrua l’offerta.

Poiché così non è, l’affare sfuma e Bosman si trova costretto a fare il “separato in casa”, con una riduzione d’ingaggio. Anzi, quella voglia di andare altrove lo pone addirittura fuori rosa. Lo stallo che si viene a creare e l’impossibilità di risolvere in modo amichevole spingono il calciatore a fare causa all’RFC Liegi. L’istanza è quella di far valere diritti acquisiti e ritenuti inalienabili. Sono anni in cui l’idea di Unione Europea si sta definitamente affermando come concetto geografico e giuridico. Non esiste ancora l’euro, ma da tempo se ne parla. Il caso finisce alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo:

In sostanza, Jean-Marc Bosman è il primo calciatore a lamentare una contraddizione fondamentale nell’essere cittadino dell’UE: parole di ampio respiro teorico da parte della politica e poi l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro in armonia con il concetto della libera circolazione.

Da principio l’UEFA e la Federazione calcistica del Belgio (Union Royale Belge des Sociétés de Football Association) sono dalla parte della squadra di Liegi, dunque contro il giocatore.


Aria di cambiamento


Intuiscono infatti che il dilemma è epocale e che, se Bosman vincesse, tutta la giurisprudenza calcistica belga e quella europea subirebbero una totale revisione. In altre parole, potrebbero mutare in modo drastico i rapporti e regole d’ingaggio fra le società calcistiche e i loro dipendenti. Non è esattamente il Wind of Change che cantavano gli Scorpions dopo il crollo del Muro di Berlino, ma si profila comunque un cambiamento importante, non soltanto in sede sportiva.

Infatti UEFA, Federazione e RFC saranno impegnate per anni in una battaglia legale che avrà fine soltanto il 15 dicembre 1995. Quel giorno si stabilisce che il sistema vigente di regole del calcio europeo costituisce in quel momento una pesante restrizione alla libera circolazione dei lavoratori, in chiaro contrasto con l’articolo 39 del Trattato di Roma del 1957. Il calciatore belga ha dunque ragione e vince, ma la sentenza va molto oltre il caso singolo.

La sentenza Bosman ha infatti una valenza “erga omnes”.

A tutti i calciatori dell’Unione Europea viene così permesso di trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto, nel caso di un trasferimento da un club dell’Unione Europea a un altro, sempre dell’Unione Europea. Inoltre, un calciatore ha facoltà legale di firmare un pre-contratto con un altro club, sempre a titolo gratuito, se il contratto che in quel momento lo vincola ha una durata residua inferiore o uguale ai sei mesi. In sostanza, c’è un prima e un dopo quel 15 dicembre 1995.

Prima, anche un giocatore a fine contratto doveva ottenere il permesso del suo club per trasferirsi e la società cedente esigeva un indennizzo calcolato in base allo stipendio lordo del calciatore nell’ultimo anno moltiplicato per un coefficiente variabile in base all’età dell’atleta. Dopo, per un giocatore a fine contratto è molto più semplice trasferirsi a un altro club: il passaggio è addirittura gratuito. Nel suo penultimo anno un giocatore può ricomprare il proprio contratto con una somma calcolata “pro rata” rispetto al suo salario.

Dal campo alla Corte di Giustizia dell’Unione europea

La Rivoluzione tradita


Ma la sentenza si spinge oltre. Un calciatore è un lavoratore come gli altri e può circolare liberamente in tutta Europa, senza restrizioni relative alla nazionalità se appartenente a Paesi dell’Unione Europea. Per questo le Federazioni non possono più limitare il tetto di giocatori stranieri comunitari in campo. Allora erano consentiti nella rosa tre giocatori stranieri quasi ovunque. Fa eccezione l’Inghilterra che assimila i giocatori britannici, siano essi inglesi, gallesi, scozzesi o irlandesi.

Da quel momento le limitazioni riguardano soltanto calciatori extracomunitari. Ma i potenti del calcio non si fanno trovare impreparati e quella che in apparenza è l’applicazione di un principio libertario, diventa di fatto un modo per rendere le squadre forti sempre più forti e quelle deboli sempre più marginali alle vette delle varie classifiche.

Due sono i principali effetti negativi della sentenza Bosman: un rialzo sostanziale degli ingaggi, sempre meno alla portata delle piccole squadre, e la ricerca sistematica dell’escamotage per aggirare ostacoli di natura formale.

Non è un caso se nel 2001 il calcio italiano – tanto per citare una delle irregolarità più eclatanti – viene colpito dallo scandalo dei passaporti falsi, ossia dall’utilizzo di metodi fraudolenti per naturalizzare calciatori nati in paesi extraeuropei. Il modo in questione è una falsa dichiarazione: si attribuiscono a giocatori brasiliani, argentini, talvolta africani, discendenze europee che in determinati casi risulteranno del tutto false.

C’è infine un effetto sotto gli occhi di tutti: i singoli campionati delle varie federazioni europee perdono nel corso degli anni le proprie peculiarità. La presenza in campo di giocatori indigeni diventa l’eccezione, non la regola. Sempre più difficile, tanto per fare un esempio, considerare la vittoria dell’Inter nella Champions League 2009/10 una vera vittoria del calcio italiano. Se Marco Materazzi non entrasse in campo nei minuti di recupero di Inter-Bayern Monaco, la squadra nerazzurra avrebbe in quel momento in campo 11 giocatori stranieri.

La sentenza Bosman ha giovato a tanti, ma non a lui
La sentenza Bosman ha giovato a tantissimi, ma non a lui

Mob rules


Si tratta dunque di un problema ancor oggi non risolto, ma non certo creato dal signor Jean-Marc Bosman. Lui voleva soltanto giocare in una squadra che gli garantisse un posto da titolare e che non gli facesse subire un’intollerabile forma di mobbing. Peraltro – ironia della sorte – la sentenza che porta il suo nome ha avvantaggiato molti (alla lunga, perfino l’UEFA) ma non il diretto interessato. Dopo aver vinto la causa che lo riguardava, Bosman fatica (ed è un eufemismo) a trovare un club che ingaggi un personaggio divenuto scomodo. Tutti i soldi guadagnati grazie ai risarcimenti, vanno via tra avvocati e spese legali.

Passa così da un mobbing storico a uno cosmico, diventando sempre meno frequentatore di campi di calcio e sempre più di bar dove si servono superalcolici in modo compiacente. Si è parlato addirittura di un tentativo di suicidio legato alla depressione. È vivo, ha compiuto da poco 56 anni ma da tempo si sa poco di lui. Il calcio europeo gli dovrebbe gratitudine o perlomeno comprensione e invece lo ha lasciato cadere nell’oblio con l’arma più potente e più feroce che ci sia: l’indifferenza.

«La mia – ha detto in una recente occasione – è una storia importante: i giovani la devono conoscere. Oggi il Belgio ha una generazione formidabile di calciatori: questi ragazzi devono sapere che, se sono diventati milionari, lo devono anche a me».

Il calcio del terzo millennio, oltre alle prodezze di giocatori pagati milioni di euro proprio grazie alla sentenza Bosman, contiene anche storie come queste. Di cui si fatica a cogliere il lieto fine.

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