Calcio
22 Novembre 2022

Il regno celeste della Serbia

La storia di una Nazione, anche nel calcio.

Notte tra il quattordici e il quindici giugno 1389. Un’armata di oltre venticinquemila cristiani reclutati tra i Regni di Serbia e di Bosnia, d’Albania, Bulgaria e Romania è accampata vicino una valletta nota come Kosovo Polje, ovvero “La Piana dei Merli”, in vista dell’imminente battaglia contro i cinquantamila giannizzeri del sultano Murad I. Nella tenda del principe serbo Lazar Hrebeljanović, comandante dell’esercito cristiano, appare un angelo, che chiede al principe di scegliere tra il regno terreno, reale ma effimero, e quello celeste, illusorio ma eterno. Il principe, non spiccando per pragmatismo, sceglie quello celeste.

Nei medesimi istanti suo genero, Miloš Obilić, penetra nel campo ottomano fingendosi un disertore. Dicendo di avere informazioni importanti, riesce a farsi portare da Murad. Al cospetto del sultano, sfodera il coltello che aveva nascosto con sé e si lancia sul Murad, sgozzandolo. Miloš subisce la stessa sorte, consacrandosi al mito. I giorni seguenti gli ottomani, confermando il volere espresso da Lazar all’angelo, vinsero la battaglia facendo strage di migliaia di cristiani. Lazar venne ucciso assieme ai nobili a lui più vicini, la più giovane delle sue figlie destinata all’harem del nuovo sultano, Bayezid I, che in seguito la sposerà. Lei non si convertì mai all’Islam.

Nei seguenti cinquecento anni di dominazione e repressione turca il mito crebbe, e i serbi si rinominarono Nebeski Narod, il popolo celeste, che grazie all’antico patto con Dio avrebbe potuto sopportare ogni angheria musulmana. Scegliendo il regno celeste, Lazar aveva guidato il popolo serbo verso uno dei principi cardine del cristianesimo: morite ora, sacrificatevi, siate vittime, e risorgerete. Essere il popolo celeste gli dette la forza della sopportazione. Come Gerusalemme per molti ebrei, il Kosovo è il cuore spirituale del popolo serbo. E nessun popolo può permettersi di lasciare il proprio cuore in ostaggio altrui.

Una settimana e 629 anni dopo la battaglia della Piana dei Merli, all’Arena Baltika di Kaliningrad gli eredi dei Plavi si giocano il passaggio agli ottavi del Mondiale contro la Svizzera.

È come giocare a Belgrado, i russi tifano in massa per i cugini balcanici. La Serbia va subito in vantaggio con Mitrović, al quale poco dopo, trattenuto in area da ben due difensori svizzeri, sarà negato un solare rigore dal tedesco Brych. Ma il peggio deve ancora arrivare, e a confezionare il dramma sono proprio due figli di esuli kosovari. Prima il gol di Xhaka, poi, al novantesimo, Shaqiri cala il sipario. Non solo segnano, stroncando le speranze della Serbia. La umiliano con la loro esultanza. Entrambi dopo aver segnato corrono indemoniati mimando il segno dell’aquila albanese. Shaqiri, che in Kosovo ci è nato, il giorno prima aveva postato la foto delle sue scarpe, mostrando orgogliosamente la bandiera kosovara stampata sul tacco.

Un’esultanza che, per i Serbi, fa male quanto la sconfitta

Se quello è stato il momento più duro della recente storia della nazionale serba, la dolente narrazione della sua antenata, la Jugoslavia, sarà sempre marcata dallo straziante rigore di capitan Hadžibegić ai quarti di Italia ’90, che a trentadue anni di distanza rimane il più celebre “e se” del calcio balcanico, l’avvenimento sul quale tirare un sospiro e dire: “eppure, eravamo così vicini…”, per poi riprendere in mano il bicchiere colmo di slivovitz e annacquare il ricordo. Ma quel giorno non fu solo Hadžibegić a sbagliare il suo rigore. A fare rumore, oltre all’errore di Maradona, fu anche quello di Dragan Stojković, in arte Piksi, assieme a Prosinečki e Savicević la gemma più brillante della Zlatna Generacija, la generazione d’oro che aveva trionfato al mondiale under 20 tre anni prima e che prometteva di ripetersi nelle massime competizioni degli anni ’90.

Piksi è uno di quei serbi che flirta con sconfitta quasi quanto il loro predecessore Lazar. Perché proprio nell’estate del ’90 lascia la Stella Rossa migliore della storia per cedere alle lusinghe milionarie di Bernard Tapie, patron di Canal Plus e del Marsiglia. I marsigliesi andranno lontano nella Coppa dei Campioni 90-91, fino alla finale di Bari. Alla quale si presentano proprio gli sfrontati Delje di Belgrado, che hanno eliminato il Bayern Monaco in due esaltanti partite, aiutati da un’ottima difesa e dall’indispensabile fortuna. Stojković è reduce da un infortunio, entra sul finale e non incide. Forse è meglio così, perché sa, dentro di sé, che quella finale è già decisa.

Partita orribile, una delle peggiori finali di sempre. Petrović, l’allenatore della Zvezda, ha impostato una gara di pura rimessa, affidandosi al gol in contropiede, oppure ai rigori. Che arrivano. Piksi sarebbe uno dei tiratori designati per i marsigliesi, ma conferma il pessimo rapporto con i rigori rifiutandosi di calciare il suo. «Se da jugoslavo lo sbaglio, i marsigliesi mi uccidono in campo. Se lo segno, non potrò più tornare al mio Paese». Passa come uno dei massimi responsabili della disfatta marsigliese e la coppa va a Belgrado, per il più grande e finora ineguagliato trionfo continentale di una squadra balcanica.

La Stella Rossa in festa, con la Coppa dalle grandi orecchie, dopo il 5-3 maturato ai rigori (0-0 nei tempi supplementari)

Chissà se Stojković, quando lo scorso novembre da allenatore della Serbia si è trovato in svantaggio al Da Luz nell’ultima e decisiva partita del girone di qualificazione al mondiale, ha ripensato alla finale di trent’anni prima, a quel modo di giocare della Stella Rossa. Il Portogallo è sempre temibile, secondo Transfermarkt la nazionale con la quarta rosa più costosa al mondo, e in quel momento appare padrone del campo. Ma la Serbia non si disunisce. Nonostante lo svantaggio non si riversa in massa nella metà campo avversaria, mentre i portoghesi sembrano quasi non credere di dover continuare a fare la partita. I balcanici assistono sornioni. Vincono i rimpalli che contano a metà campo, dietro non concedono nulla. Non premono sull’acceleratore.

A guardarla senza sapere il punteggio si direbbe una partita di fine girone in cui il pari accontenterebbe entrambe. Ma, lavorando con pazienza e attenzione, i serbi trovano il pareggio su rigore di Tadić, per poi piazzare la graffiata vincente con il solito Mitrović al novantesimo, condannando il Portogallo agli spareggi. Sorprendente, ma fino a un certo punto. Sotto la gestione Stojković le aquile bianche hanno trovato un modulo base, il 3-4-1-2, che esalta al meglio l’estro dei suoi interpreti. Il bilancio, su venti partite, è di 13 vittorie, 4 pareggi e 3 sconfitte, 19 i gol presi e 41 le reti segnate. Media punti di 2,15. L’unica sconfitta in una gara ufficiale è arrivata per mano di Haaland, 1-0 a Belgrado, ma i serbi si sono imposti 0-2 a Oslo, a rimarcare che non vogliono sfigurare con nessuno.

È una squadra con innegabili qualità in ogni ruolo, la nazionale con più calciatori di Serie A, ben undici. E allora: porta a Vanja Milinković Savić, la difesa affidata alle cure di Milenković, Veljković e dell’emergente Pavlović. Di estrema classe il centrocampo, che può spaziare dalla totalità di Milinković Savić alla completezza di Lukić, dall’applicazione di Kostić alla quantità di Gudelj. Sulla trequarti, tra ali e trequartisti, si spazia tra l’eterna promessa Zivković, i guizzi del pretoriano Tadić e l’estro di Radonijć. Ma il meglio è davanti.

Molto dura trovare una nazionale con tre punte centrali migliori della Serbia, poter scegliere tra Mitrović, Vlahović e Jović è un lusso per pochissimi.

Insieme valgono oltre 150 milioni e, anche se il centravanti juventino è senza dubbio il futuro dell’attacco serbo, appare francamente impossibile rinunciare a Mitrović, che oltre ai 104 gol in 189 partite in cinque anni in quel di Craven Cottage, e oltre a essere il miglior marcatore della nazionale serba, 50 centri alla media di 0,66 a partita, ha più esperienza e carisma rispetto ai colleghi di reparto. Senza contare che, oltre ad aver sfornato il gol decisivo per la qualificazione, è il calciatore serbo più amato in patria. Data l’ovvia titolarità di Milinković e di capitan Tadić, sarà compito di Stojković, che spesso ha schierato assieme Vlahović e Mitrovic, fare le valutazioni del caso.

Ma al di là dei singoli, da questo spot emerge l’anima serba. E anche l’attesa in Patria per questo Mondiale

Forse il non ottimale stato di forma in cui la coppia arriva in Qatar porterà a scelte obbligate. Al netto di qualche legittimo dubbio sulla tenuta fisica e soprattutto mentale dei centrali di difesa e centrocampo, che dovranno alzare di molto il livello di attenzione rispetto alle precedenti comparsate mondiali, resta indubbia la qualità generale della rosa, non per caso al tredicesimo posto delle nazionali più costose, quasi 360 milioni con età media sui ventisette anni. Classifiche che lasciano il tempo che trovano. Eppure, mai come stavolta la Serbia sembra avere per le mani una generazione degna di essere paragonata a quella dei fasti che furono.

I talenti più fulgidi (Vlahović, Mitrović, Milinković e Pavlović) hanno tutti dai ventotto anni in giù, lecito pensare che sarà una nazionale destinata a dire la sua anche ai prossimi europei e al mondiale del 2030. Però il loro momento, per l’ottimo mix tra veterani e giovani, è adesso. I bookmarkers l’hanno notato, sforbiciando l’ipotesi della coppa del mondo a Belgrado di ben 20 punti in un anno, da 100 a 81. Delle quote impossibili è senza dubbio la più intrigante. Il girone, per una folle coincidenza che sa di remake pilotato, è per tre quarti quello del 2018. Camerun (unica novità), Brasile e Svizzera. Il debutto, nello stadio di Lusail, sede della finale, sarà contro i verdeoro.

I balcanici sono spesso stati considerati i brasiliani d’Europa. I movimenti delle gambe potranno somigliarsi, non quelli dei loro cuori.

Se la leggerezza dell’animo brasiliano si sposa a meraviglia con l’essenza ludica dello sport, la pesantezza di quello slavo sembra la base per rendere qualsiasi gioco una guerra. Sarà sfida di estrema difficoltà, e alcuni dei calciatori di entrambi gli schieramenti si ricorderanno del 20 giugno 2015, quando la Serbia under 20 conquistò ad Auckland il titolo mondiale di categoria battendo i pari età brasiliani. Un amarcord significativo, dato che anche la Jugoslavia che vinse quella competizione nell’ 87 batté ai quarti i brasiliani, rimontando lo svantaggio iniziale grazie a un’incornata di Mijatović e a una punizione all’incrocio di Prosinečki al novantesimo.

A livello senior gli jugoslavi sconfissero i brasiliani solo due volte, e bisogna risalire all’inizio degli anni ’30. La Serbia non ci è ancora riuscita, e nemmeno l’odiata Croazia, che però ai mondiali, in ventiquattro anni, ha ottenuto un terzo e un secondo posto, risultati incredibili per un Paese di soli quattro milioni di abitanti. La Serbia di milioni di anime ne ha sette, la voglia di testarsi a massimi livelli calcistici c’è, come la legittima speranza di ottenere finalmente un risultato clamoroso. Però i veri avversari (ma il termine nemici in questo caso non pare esagerato) più attesi del mondiale, a Belgrado e dintorni, non saranno i brasiliani, ma quegli “svizzeri” così irridenti verso il sentimento nazionale serbo che tanto dolore arrecarono in Russia.

La Svizzera ha un allenatore turco, i già noti Xhaka e Shaqiri, il bosniaco Seferovic e il giovane mediano Jahsari, cognome pesante data l’omonimia con Adem, eroe di guerra albanese e tra i fondatori dell’Esercito di liberazione del Kosovo, ucciso dopo un logorante assedio dell’esercito serbo al suo quartier generale. A lui è intitolato lo stadio della città kosovara di Mitrovica. E proprio a Mitrovica a inizio novembre oltre diecimila persone, dopo aver tappezzato finestre e strade di bandiere serbe, sono scese in piazza contro la decisione del governo di Pristina di bandire le targhe serbe dalla regione (il negoziato tra il premier serbo Vukic e quello kosovaro Kurti, nel frattempo, è fallito ieri). Colonna sonora delle manifestazioni l’hit “Veseli se srpski rode” di Danila Crnogorčević, le cui strofe invitano gli oltre centomila serbi del Kosovo a riprendersi le tombe degli antenati che combatterono i turchi fino all’ultimo sangue.



In ballo, come sempre accade alle latitudini balcaniche, c’è ben più di un pallone che rotola. Tra le molte, anche la narrazione internazionale stessa della Serbia, il quale atleta più grande, Novak Djokovic, esponente della generazione troppo giovane per combattere ma non abbastanza per non ricordare i bombardamenti americani, esprime bene il totale disinteresse del suo popolo al compiacere l’opinione pubblica internazionale, tra dribbling ai vaccini e tazze di tè in compagnia di lugubri paramilitari di scena a Srebrenica. Già, i criminali di guerra, i sempiterni Arkan, Mlatić, Karadzić, Milosević. Sono senza dubbio l’asset mediatico serbo più conosciuto quanto non richiesto, il carburante cui la narrazione occidentale si nutre per dipingere un popolo come crudele, sanguinario, preda dei più fanatici nazionalismi.

Considerato l’alto tasso di orgoglio del cittadino medio, forse è stato proprio questo discredito mediatico a ferire maggiormente il popolo serbo, se possibile più delle bombe che nella primavera del 1999 per settantotto giorni consecutivi caddero su Belgrado e dintorni uccidendo migliaia di civili, non solo serbi. Un popolo che in reazione a ciò ha ulteriormente inacidito la sua anima, un popolo che in trent’anni, senza mai muoversi da casa, ha cambiato quattro passaporti: dalla Repubblica Socialista di Jugoslavia alla Repubblica Federale Jugoslava, dall’Unione Statale di Serbia e Montenegro alla terminale Repubblica di Serbia. C’è di che essere spaesati.

Perciò non stupiscano l’antiamericanismo, i divieti ai gay pride, il sogno di riprendere il Kosovo manu militari, la vicinanza ideologica e morale alla Russia e alla retorica putiniana. La nazionale negli ultimi vent’anni ha fatto sua questa strisciante e rabbiosa disperazione. Le brutte goleade subite per mano dell’Olanda a Euro 2000 e dall’Argentina ai mondiali tedeschi, l’atroce beffa “svizzera” in Brasile, la qualificazione a Euro 2020 bruciata ai rigori, lo show di Ivan Bogdanov e soci a Genova, il surreale volo nei cielo di Belgrado del drone con attaccata una bandiera albanese e la scritta “Kosovo autoctono” durante lo svolgimento di Serbia-Albania, con conseguente rissa in campo tra giocatori, sospensione del match e sconfitta a tavolino.

Non il genere di cose che fanno guadagnare punti agli occhi di FIFA e UEFA. Forse è tempo di voltare pagina. Come Nazione e come Nazionale. Perché anche i tempi geopolitici non sono più, per fortuna di Belgrado, quelli del 1999.

Il Paese balcanico infatti è molto meno isolato di allora: la recente notizia dell’acquisto dalla Cina una partita di missili terra-aria Hq-22 è passata relativamente sotto traccia, senza scordare il peso della vicinanza spirituale e ideologica alla Russia, indubbiamente la Nazione più affine del mondo alla Serbia. Difficile pensare che, se Mosca avesse avuto la capacità di deterrenza odierna, la Nato avrebbe deciso l’operazione Allied Force così a cuor leggero. Se la Serbia di oggi vuole candidarsi a giocare un ruolo adeguato alle sue aspettative, però, deve saper agire con la prudenza che rese la Stella Rossa campione d’Europa o che permise di vincere a Lisbona strappando il pass per il Qatar. È tempo di offrire al mondo una narrazione di sé stessi più rassicurante. E il discorso vale anche calcisticamente.

Ivan Bogdanov mentre dà fuoco alla bandiera albanese

Stojković e i suoi, allora, dovranno chiudere i conti con il sentimento di vocazione al martirio che avvolge Belgrado e dintorni. Sospendere, almeno per il tempo della permanenza in Qatar, il vittimismo serbo. Perché le leggende non sono che narrazioni ai quali i popoli si votano per costruirsi un’identità: dato che la sconfitta contro gli ottomani era cosa certa, il momento imponeva al principe Lazar il mito del popolo celeste. In Qatar però il fallimento è tutt’altro che sicuro, stavolta non si parte sconfitti. Motivo in più per coltivare una prudente e incrollabile fede, ma in sé stessi, prima ancora che nei propri eroici antenati. Certo, difficile alla vigilia del (probabilmente) decisivo match contro la Svizzera del 2 dicembre riuscire a non pensare al carico extra calcistico.

Complicato pensarla solo come una partita e non affrontarla con spirito simile a quello del tre giugno 1990, quando la Jugoslavia ospitò allo stadio Maksimir di Zagabria l’Olanda di Van Basten un’amichevole di preparazione ai mondiali. L’inno jugoslavo fu sonoramente fischiato dal pubblico croato, memore dei drammatici scontri avvenuti in quello stadio nemmeno un mese prima. Subito dopo aver rotto le righe per la foto di rito, il bosniaco Hadzibegić urlò ai compagni che erano 11 contro 20.000. Durante l’esecuzione dell’inno molti calciatori sorridevano con aria di sfida, intuendo che il loro mondo si stava sgretolando. Uno dei sorrisi più larghi era dipinto sulla faccia di Stojković.

Impossibile pensare che per le aquile bianche sarà un mondiale anonimo. Le emozioni forti, con loro, sono assicurate.

Gli allibratori vedono i balcanici agli ottavi a quota tre, i quarti a otto, semifinali a quarantuno e la vittoria finale paga ottantuno. Facile trovare nazionali più complete e disciplinate. Molto difficile trovarne una altrettanto carica di significati. Nel contempo, a Belgrado come in tutta la Serbia sono pronti ad appoggiare tonnellate di cevapcici su griglie roventi, con il rinforzo di birra e Šljivovica a lenire le fatiche dei grigliatori. Attorno a loro, sarà facile vedere bambini calciare un pallone avventurandosi in dribbling quasi sconosciuti ai loro coetanei occidentali. Sognando, tutti assieme, di portare avanti un rinnovamento nazionale che in Qatar potrebbe fare il suo primo, e da troppo tempo atteso, passo in avanti.

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