La Serie A, negli ultimi anni, si sta confermando quel che con varie oscillazione è sempre stata: una competizione per … calciatori esperti! Ibrahimovic, Pedro, Ribery, solo per citare i più noti, ma anche i vari Palacio, Pandev, Quagliarella, Bruno Alves, Gervinho etc: giocatori che magari altrove sembravano arrivati alle ultime battute e che qui, invece, dimostrano una padronanza tecnica e “intellettuale” talmente superiore alla media da risultare imprescindibili e anzi trascinatori.

 

 

In Italia l’usato è più che sicuro, è una certezza insita nel nostro carattere nazionale, e la retorica del giovanilismo (a parole) si scontra con la cruda realtà per cui un Vidal sarà sempre preferito a un giovane emergente. Sia chiaro, non stiamo qui contestando la prassi, anzi, solo ragionando ad alta voce: se questa è l’evidenza dei fatti, non c’è cosa più ipocrita di sentire e risentire i discorsi coi quali si sbandiera una gioventù che nella nostra competizione nazionale non esiste, o che almeno non esiste come vorrebbero farci credere.

 

 

Tuttavia non è un discorso che si riduce al calcio. Mentre infatti in altri Paesi, dall’Olanda alla Germania passando per l’Inghilterra, per un giovane la normalità è lasciare casa e genitori poco dopo il termine degli studi (o anche durante), in Italia facciamo una fatica tremenda ad abbandonare il nido – vi ricordate tutte quelle polemiche sui bamboccioni e sui choosy, scomposte ma con un (seppure discutibile) fondo di verità. Questo si ripercuote inevitabilmente nei vari campionati nazionali: in molte parti d’Europa esordiscono giovani già caratterialmente formati proprio perché non considerati “giovani”, bensì uomini, calciatori fatti e finiti. E non è nemmeno tanto una questione di numeri o età media dei campionati (altrove comunque sensibilmente minore che da noi), quanto invece di “cultura”.

 

In Italia tessiamo le lodi del giovanilismo e parliamo tanto di giovani proprio perché, implicitamente, li riconosciamo ancora come corpo estraneo.

 

Qui si parla di “buttarli dentro” come se fosse una spiacevole e necessaria fase di passaggio prima che possano maturare, ma così facendo li si carica ancor più di pressioni, a maggior ragione in un Paese e in un campionato orgogliosamente “vecchi”. Il giovanilismo ostentato dalla stampa diventa allora una compensazione, un modo per pulirsi la coscienza e scusarsi dialetticamente: esso tradisce la reale percezione di quei giovani visti ancora come agnelli (più o meno sacrificali) da trattare quando con accondiscendenza, quando con protezione, quando con complimenti esagerati. Li si tratta da diversamente giocatori.

 

Giovanni Reyna (2002) ed Erling Haaland (2000), due pilastri del Borussia Dortmund in cui recentemente ha debuttato anche il diciassettenne Jude Bellingham (Photo by Sebastian Widmann/Bongarts/Getty Images)

 

 

Così i giovani calciatori in Serie A (con l’unica differenza che sono milionari) al pari dei coetanei neolaureati, neo-lavoratori, disoccupati, studenti in corso o fuori, sembrano degli sventurati, dei disadattati, in balia di un mondo più grande di loro. In modo particolare quei ragazzotti che hanno avuto la fortuna di esordire, non si sa bene per quale ragione o merito, tra le fila dei club più prestigiosi di Serie A: i nomi di Frabotta e Portanova sono comparsi ad esempio sul prato dell’Allianz Stadium esattamente come compaiono i funghi nella stagione autunnale, dal nulla sono spuntati e sinceramente non vorremmo che nel nulla tornassero.

 

 

La retorica sui loro esordi è tanta, soprattutto finché si vince, ma se volgiamo per un attimo lo sguardo alla realtà dei fatti, cosa dovremmo aspettarci dal futuro di questi due baldi giovani? Due astri nascenti o due rapide meteore? Nessuno può dirlo con certezza ma, nonostante la potenziale abilità dimostrata nelle competizioni minori, possiamo essere sicuri che tra qualche mese, quando la rosa tornerà a pieno regime e le partite scotteranno, per loro sarà difficile ricavarsi anche un angolo di panchina. E quindi ci risiamo: precari part-time, niente di più, niente di nuovo!

 

 

Questo è quel che succede quasi sempre; ed arrivati ad un certo punto delle loro carriere, stanchi dello status di eterne promesse, iniziano a prendere altre vie scivolando in squadre più modeste oppure sprofondando direttamente di categoria. In tutta questa storia sembra rivedersi il paradigma di quei tanti ragazzi che escono di casa con l’auspicio di svoltare la propria vita, di rivoluzionare i propri piani e in un certo senso, magari, di risorgere dalle ceneri familiari, e finiscono invece poi per rientrare da quella porta poco tempo dopo.

 

Delusi dalla mancanza di prospettive, scavalcati dagli “anziani” di ritorno che hanno quasi sempre la meglio su di loro, assistiamo ad un canovaccio ricorrente che inevitabilmente si ripete.

 

Da qui la nostra proposta rivoluzionaria: non + giovani, ma – retorica sui giovani! Guardiamoci negli occhi, prendiamo atto che ora come ora troppe dinamiche sociali e culturali ci trattengono e affermiamolo senza ipocrisie: lunga vita ai nostri vegliardi! Chi ama la Serie A non può che amare anche la terza età del calcio, e poco o per nulla dovrebbe cadere nei tranelli di quelli che per forza ripiombano nella stanca e trita retorica della narrazione giovanilistica. Perché, diciamocelo francamente: per vincere non servono i giovani ma i campioni.

 

Otto anni fa decisivi in Europa, oggi in Italia: Pedro e Ribery, due “top player” nei nostri blandi ritmi nazionali (Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

 

 

Non che la nostra competizione non abbia giovani molto talentuosi (vedi i vari Chiesa, Tonali, Bastoni, Zaniolo, Kumbulla etc) ma questo, come è ovvio, non significa che tutti i ragazzi che esordiscono siano tali. Qui sembra che la narrativa calcistica incappi nell’errore che i logici di professione definiscono dell’affermazione del conseguente e che funziona più o meno così: se Mario esordisce in serie A e Mario è giovane allora Mario è forte. Prima di ogni constatazione, prima di ogni plausibile dimostrazione sul campo, con un senso di aprioristica avventura i giovani, dopo la prima mezza partita, sono sempre forti!

 

 

Un simile ragionamento, che appartiene al senso comune, è tanto limitato quanto ricorrente. Perché diciamocelo, noi vorremmo benedire la vecchiaia ringraziando quei dirigenti e quegli allenatori che ci fanno godere ancora un po’ della scolatura calcistica dei vecchi Dei. Gente che aveva slacciato uno scarpino o che li aveva addirittura appesi tutt’e due al chiodo, per passare tranquillamente il resto della propria vita (sportiva) in posti esotici dove poco è l’impegno e lauto il compenso, può tornare nel Belpaese per farci godere ancora un po’.

 

 

E a noi, in fondo, tutto questo piace: ci piace rivederli, e alla fine chissenefrega dei giovani! Preferiamo quindici partite di un Ribery in forma che trenta e passa di un diciottenne che non sa nemmeno dribblare. Per concludere invece di fare le anime belle a parole, e in attesa di stravolgimenti culturali che ci portino dritti nell’Europa più progredita e giovanilista, godiamoci placidi i Matusa del calcio nostrano. Calciatori già con un piede in pensione ma che, sempre di più, continuano a dare lezioni di classe e di stile.