Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”. Nei giorni in cui, quasi simbolicamente, Damiano Tommasi annuncia anzitempo la fine del proprio mandato come Presidente dell’AIC, il nostro calcio pulsa come e più di prima. Dalla bomba di mercato Arthur-Pjanic, in uno scambio a stagione in corso che proietta il calciomercato in una dimensione nuova e ancor più inquietante, alla corsa Scudetto – ormai virtuale come il pubblico sugli spalti –, la Serie A è finalmente tornata a monopolizzare la narrazione. L’emergenza Covid è un ricordo lontano. Alla confusione generata dal comune cognome si è finalmente sostituita la certezza del rettangolo verde: possiamo tornare a pronunciare Conte senza dover specificare quale.

 

 

In tutto ciò, nel diffuso intontimento degli italiani per le vicende di campo, un’ombra sta sfuggendo allo sfolgorio dello spettacolo: la salute dei giocatori. Lungi da noi l’empatia verso quegli stessi soggetti che giocano e agiscono come se niente fosse – è più ridicolo il dito sul naso di Luis Alberto o l’esultanza di Jack Harrison del Leeds, che indica i tifosi cartonati sorridendo come un cretino? –; lungi da noi difendere una delle categorie più sottosviluppate e privilegiate della nostra epoca; ma tutto questo non ci annebbia ancora la vista.

 

 

Dalla fine del lockdown tedesco e dalla riapertura del campionato di Bundesliga, Joel Mason, ricercatore australiano dell’Istituto di scienze dello sport dell’Università di Jena, ha calcolato un aumento del rischio di infortuni del 266%. Alla freddezza dei calcoli probabilistici si è tristemente congiunto l’esito del campo: dopo la seconda giornata, tra vecchi e nuovi acciacchi, si contavano 65 giocatori infortunati: una media di più di tre a squadra. E così in Italia, dopo il via libera agli allenamenti – neanche alle partite –, l’andazzo è stato lo stesso: Manolas, Ibrahimovic, Pau Lopez, Correa, Higuain, sono solo alcuni nomi di giocatori infortunatisi all’ingresso della “nuova normalità”. Beninteso: prima ancora di riprendere a giocare. Qui sorgono le previsioni più inquietanti.

 

Dalle dichiarazioni più soft di Ermanno Rampinini, responsabile del laboratorio di valutazione funzionale del centro Mapei, che parla di «una fase costrittiva senza precedenti, una preparazione breve e uno sforzo intenso e prolungato», a quelle decisamente più intense di Pietro Trabucchi, docente dell’Università di Verona, secondo il quale «se non si ascoltano i segnali che dà il corpo e si ha uno stress cronico, può accadere che il cervello in carenza metabolica non riesca a governare la percezione visiva. Il caldo aumenta anche il rischio di infortuni, perché agisce sul sistema nervoso centrale»; the show must go on, ma a quale prezzo?

 

Anche dalla Spagna, sponda Barcellona, non arrivano parole confortanti: «Durante il primo mese si rischiano 5-10 infortuni». Non ci vuole un genio a capire la pericolosità del “nuovo calcio” post-Covid. Che senso ha, anche a livello di spettacolo, vedere una partita in cui le due squadre (ad esclusione dell’Atalanta, che va al doppio degli altri) riescono a giocare discretamente per 60’ e che negli ultimi 30’ iniziano a camminare per il campo, con le lingue di fuori e il fisico stremato? Ha davvero senso continuare questa farsa? Quanto è rischioso giocare 12 partite in poco più di un mese con temperature che vanno (per ora) dai 25 ai 35 gradi? Cosa significa, tutto questo, se non considerare i giocatori carne da macello? Siamo solo all’inizio. The farm must go on.

 


La citazione in esergo è tratta da Animal Farm di George Orwell (1945)