Mentre il dibattito riguardante la Superleague animava gli animi di appassionati e presunti golpisti del pallone, andava in scena l’ennesimo tragico capitolo di una saga tutt’altro che internazionale: quella che ha coinvolto il girone I della serie D, competizione che ospita le compagini calabresi e siciliane. L’occhio è – per ora – puntato sulle seguenti società: Acireale, Troina, Marsala, Alcamo, Gela, Licata, Rotonda, San Tommaso, Corigliano, Olympic Rossanese.

 

 

Il procuratore federale Giuseppe Chinè ha concluso le indagini su numerosi match “sospetti” della scorsa stagione e, con ogni probabilità, anche delle precedenti, facendo emergere l’ennesimo sistema illecito di  combine. I circa trenta indiziati sarebbero calciatori, dirigenti, allenatori e faccendieri noti nell’ambito calcistico dilettantistico, accusati di aver truccato gli incontri con il fine ultimo di scommetterci su attraverso network legali e clandestini di bet point.

 

Indagini come queste sono tristemente note alla cronaca sportiva, e restituiscono un preoccupante quadro generale relativo all’integrità e alla sostenibilità del sistema calcio nelle serie minori.

 

Un dato rilevante, che emerge a seguito dell’analisi delle ultime indagini su reati di calcioscommesse, mostra il cambiamento nelle strutture organizzative dedite allo sfruttamento di questo business: piccole batterie o gruppi di soggetti che si sostituiscono a quelle rappresentanze criminali le quali – storicamente e fino a circa un ventennio fa – controllavano in maniera centralizzata l’organizzazione di combine nelle serie minori (specie meridionali). Una rete illecita disomogenea con infiltrazioni a macchia di leopardo tra calciatori e allenatori, dunque maggiormente pericolosa per una categoria dilettantistica totalmente priva di anticorpi, soggetta puntualmente ad indagini di ben più alta portata.

 

 

Se già in passato nelle serie minori le società sportive erano vittime di problemi di carattere economico –  deficit che andava inevitabilmente a ledere la “cassa stipendi giocatori” dei club – questa tendenza è e sarà sicuramente accentuata dalla crisi pandemica. Uno scenario che non farà altro che ampliare il problema, alimentando il classico sistema fai da te già sperimentato in serie B, C o D: le società in crisi non riescono a saldare gli stipendi dei calciatori (che nel caso di atleti di categorie professionistiche minori è mediamente basso), e gli stessi atleti si adoperano nel combinare un risultato o un singolo episodio (basta oramai un calcio d’angolo o un cartellino giallo).

 

Si scommette mediante piattaforme virtuali estere, si ritirano somme di denaro illecite: un sistema alla portata di tutti, dove non risulta necessaria la mediazione di settori criminali, e che quindi è difficilmente tracciabile e quantificabile.

 

Una prassi ormai passata in secondo piano, mai approfondita a dovere e sempre slegata da una visione più ampia e sofisticata della portata economica generale: questa, infatti, si aggira complessivamente intorno agli 1,7 trilioni di euro annui (dimensione totale della scommessa legale sportiva), di cui solo il 25% a livello globale risulta registrato all’interno dei network legali di scommesse (dati dell’ultimo rapporto Europol).

 

 

Se dunque in questi giorni si discute dei tanto agognati cambiamenti al sistema calcio, è assurdo pensare che lo stesso non parta dalle categorie inferiori, da troppo tempo preda di affari illeciti e sempre più abbandonate al proprio triste destino. Per usare i termini di Agnelli, se la “piramide” è corrotta nelle sue fondamenta, non ci si può certo aspettare che regga al suo apice.