“Nella crisi trova l’opportunità…nella crisi trova l’opportunità…nella crisi trova l’opportunità..”. Questo è il mantra che ripete l’imprenditore che vuole rilanciare la sua attività. Egli sa che i suoi buoni propositi dovranno diventare fatti: processo complicato e straordinario, in cui spesso si gioca il tutto per tutto per salvare l’azienda ed i suoi lavoratori; interventi che spesso implicano il profondo ripensamento del modello organizzativo del business, il taglio dei suoi rami non più redditizi e soprattutto la riduzione degli sprechi di risorse, finanziarie in primis. Un approccio che tuttavia sembra totalmente sconosciuto ai dirigenti che guidano il nostro pallone.

 

 

Già, perché ormai è inutile negarlo: il calcio è davvero un’industria. Forse non la terza per importanza in Italia, come millantano i suoi dirigenti gonfiando il petto per l’orgoglio, comunque un comparto che produce 16 miliardi all’anno, tra professionisti e dilettanti. Un giro d’affari inferiore al 1% del PIL, ma non esattamente bruscolini. Allora, in questi periodi di vacche magrissime (per tutti), sarebbe lecito aspettarsi un concreto piano di riorganizzazione dell’ impresa calcistica italiana.

Invece, nulla di nuovo sotto il solo il sole, la solita, ormai atavica, mancanza di idee, al di là delle richieste di aiuti di stato, restori o “elemosine” da centinaia di milioni.

D’altronde, può pensare la governance del pallone tricolore, se il calcio è davvero un’industria, la locomotiva del settore sportivo del Belpaese, avrà pur diritto ad un aiutino? Tanto più che, per ogni euro investito, nelle casse dell’ex Agenzia delle Entrate ne entrano 16 sotto forme di imposte, il 70% dei contributi totali derivanti dal mondo dello sport. Una richiesta più che legittima, quindi.

 

 

Però è possibile immaginarsi un governo che destini aiuti a fondo perduto ad un sistema che impiega (tralasciando ovviamente i professionisti “oscuri” come medici, magazzinieri, personale societario ecc) “i privilegiati” per antonomasia? L’opinione pubblica potrebbe accettare soldi pubblici destinati a soggetti che si distinguono per gestioni occulte, dribbling fiscali e bilanci gonfiati dall’utilizzo disinvolto delle plusvalenze? Pensiamo proprio di no, francamente.

 

Il Covid non è stato però il terremoto che ha travolto il calcio italiano, bensì l’ultima scossa che ha allargato le crepe preesistenti (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 

Non si commetta l’errore di ritenere il Covid-19 responsabile dei conti in rosso nel calcio italiano; la conseguente crisi di incassi non ha fatto altro che allargare crepe che ormai si possono definire strutturali. Facendo riferimento ad alcuni dati, non risolutivi nell’interpretazione della situazione ma almeno significativi spunti per un’analisi critica, nella stagione 2018/2019 il fatturato aggregato del calcio professionistico è valso 3,8 miliardi di euro, in crescita del 8,5% grazie a maggiori ricavi commerciali e diritti ceduti ai media.

 

 

Allo stesso tempo, rispetto alla stagione precedente, si è registrata una crescita dell’indebitamento (che non è sempre un male, ma soprattutto i proprietari hanno dovuto rimpinguare massicciamente i patrimoni netti per fare fronte alle perdite, quasi raddoppiate da 215 a 395 milioni dalla stagione 2017/2018). Cifre che suonano davvero allarmanti e facenti riferimento al periodo pre-pandemia. Ripetiamo: i dati possono essere riduttivi nelle cogliere l’intera complessità di un sistema economico, ma la prospettiva appare tutt’altro che rosea.

 

Arriviamo dunque alla domanda su cui verte l’intero articolo: cosa farà il calcio italiano per rilanciarsi? Potremmo già concludere con un laconico “niente”, ma cerchiamo di rendere la risposta più articolata.

 

Come si è detto, le idee latitano e questo sembra il peccato originale ed atavico. Mentre lo sport tutto cerca di creare almeno un dibattito costruttivo attorno ad un “Manifesto di rinascita”, nel territorio del pallone a esagoni si butta fumo negli occhi all’opinione pubblica. Riduzione degli stipendi! Tetto salariale! E le reazioni sono uno spasso (anche se amaro): mentre c’è chi invoca Adam Smith e la mano invisibile che permetterà al mercato di equilibrarsi da sé, qualcun’ altro preconizza la catastrofe della FIFA entro i prossimi dieci anni.

 

In Inghilterra nel frattempo qualcosa si muove: seppur a capienza ridotta, la riapertura di Anfield Road è un messaggio di speranza. (Photo by Nick Potts – Pool/Getty Images)

 

Il piagnisteo per gli aiuti è stato allietato soltanto dai canditi arrivati tramite accordo con un consorzio di fondi privati (ci torneremo nelle prossime righe), mentre Spadafora ha annunciato per gli anni 2021 e 2022 un esonero dal versamento dei contributi previdenziali per atleti, allenatori, istruttori, direttori tecnici, direttori sportivi, preparatori atletici e direttori di gara. Nel frattempo il Ministro dello Sport cerca di proseguire nel suo progetto di riforma, sotto il tiro incrociato di Coni e federazioni.

 

Insomma dietro alle chiacchiere, il nulla o quasi. Considerando che al 30 giugno 2020 appena cinque club (le due milanesi, le due romane e la Juventus) avevano già bruciato circa 650 milioni e che a gennaio 2021 si saprà se Sky verserà l’ultima rata (131 milioni sic) alla Serie A per i diritti 2018/2019, difficile dormire sonni tranquilli.

 

Di fronte a questa sconfortante stasi, si è detto teorica e pratica, l’esterofilia può diventare quasi un sollievo necessario, ma mai sarà una cura. Partendo dall’Inghilterra, possiamo tirare un invidioso sospiro nel vedere gli stadi nuovamente aperti; ovviamente capienze ridotte a seconda delle zone (1-2-3), mascherine e limitazioni, ma meglio che niente. In realtà, su alcune stands l’atmosfera rimane glaciale a prescindere dalle presenze (vedi Emirates Stadium), ma credo che alla nostre latitudini molti firmerebbero per un ritorno in gradinata così.

 

 

Tuttavia la vera notizia sono le trattative condotte tra la Premier League e le League One e Two: sul tavolo gli aiuti da destinare alla terza e quarta serie della piramide del football inglese. Un dialogo così autentico che i rappresentanti delle due serie minori si sono “permessi” di rispedire al mittente la prima offerta! Della serie, prima dei milioni, la dignità ed un progetto serio. Senza dubbio un prezioso insegnamento, se pensiamo invece all’abbandono al loro destino dei nostri campionati inferiori (Lega Pro su tutti), dove i mancati incassi da botteghino causa Covid rappresentano un nodo scorsoio alla gola dei club, prima ancora che alla loro borsa.

 

Un paio di mesi fa analizzavamo la situazione in Lega Pro, più simile a una polveriera che ad un campionato di calcio professionistico.

 

 

Apriamo il capitolo España, dove anche la diarchia Real – Barcellona dovrà fare i conti con la riduzione del tetto di spesa per i club, abbassato di 610 milioni per i venti club della Liga per la stagione 20/21. Una riduzione che sarà ripartita sul bilancio di ciascuna società, in proporzione al budget a disposizione. Sicuramente non una cura risolutiva, ma almeno un modo per ridurre (seppur lievemente) le differenze nelle capacità di spesa e soprattutto un intervento concreto per cercare di calmierare le manie degli spendaccioni.

 

Per conoscere un parere su questa iniziativa, volta in primis a tutelare la posizione finanziaria delle squadre, si potrebbe citofonare al campanello della Lega Calcio, ma forse è meglio evitare.

 

Passiamo ora al campionato degli amici/nemici tedeschi, che hanno tanti difetti, ma guai a contestarne le capacità organizzative. Fatti non parole, soprattuto in tempo di crisi: a partire dalla stagione 2021/22 i club di Bundesliga e Zweite Liga beneficeranno del piano di ripartizione dei diritti televisivi, un gruzzoletto che crescerà a 1,44 miliardi totali nel 2024/25. Un progetto quadriennale basato su una distribuzione equa: per i primi due anni nelle casse dei club delle massima serie entreranno 24,7 milioni nelle stagioni 21/22 e 22/23, che diventeranno 26,2 nel 23/24 e 24/25; per quanto riguarda i club della serie cadetta, con la medesima cadenza riceveranno 6,9 e poi 7,3 milioni.

 

 

Un accordo che ribadisce la visione prospettica e sistemica cui è orientato il pallone tedesco. La questione della redistribuzione dei diritti tv è un tema che ciclicamente torna a turbare il sonno di alcuni presidenti nostrani, ma purtroppo per il nostro movimento le proposte sono sempre state accolte come fantasiose chimere.

 

Gli austeri tedeschi, quasi sovietici – o semplicemente seri – nei loro piani strutturali (Photo by Alex Grimm/Bongarts/Getty Images)

 

 

Invece, dai nostri parenti serpenti francesi, giunge un monito che non deve passare inosservato. In questi giorni viene infatti lanciato il bando per l’assegnazione dei diritti tv della Serie A per il triennio 2021-24, passaggio esiziale per il sostentamento del nostro carrozzone. Ebbene, il gruppo Mediapro si era aggiudicato l’ultimo bando (2018-21), promettendo oltre un miliardo di proventi tramite la creazione di un canale ad hoc, i cui contenuti sarebbero poi stati rivenduti agli altri trasmettitori. Però tre anni fa non se ne fece niente, perché il tribunale vietò alla suddetta compagnia, presentata da Infront e sostenuta dai lotitiani in Lega, di accaparrarsi l’esclusiva di tutte le dirette.

 

 

 

Scampato pericolo possiamo dire oggi, se è vero che in questi giorni è clamorosamente fallito il canale telematico Telefoot, fulcro dell’offerta con cui proprio Mediapro aveva convinto i vertici di Ligue 1 e 2. Per i club transalpini una vera sciagura, dato che hanno ricevuto soltanto una rata delle tre ultime tre. Si consoleranno pensando che “avranno sempre Parigi”, tuttavia la Lega francese è sul lastrico e, mentre cerca una transazione per ricevere almeno parte dell’ultima tranche, bussa alla porte di Canal+, che dal canto suo ora gioca al ribasso.

 

 

Tornando a noi, sotto l’albero i presidenti nostrani avranno sicuramente brindato all’accordo, ratificato nell’ultima assemblea di Lega, con cui la gestione del 10% dei diritti tv e commerciali della Serie A è stata ceduta ad un consorzio di fondi privati; in questo modo Cvc, Advent e Fsi entreranno nella media company creata ad hoc. In soldoni, ben 1,7 miliardi nelle casse dei club, ossigeno puro.

 

Al di là delle mere risorse finanziare, vedremo se la dirigenza del nostro calcio saprà cogliere le opportunità offerte da questo investimento. Sia chiaro: i fondi di private equity non fanno beneficienza e non sono mossi da alcuna passione, se non quella per gli utili. Investono in assets poco valorizzati, rilanciano il prodotto, rivendono una volta adeguatamente remunerati e poi salutano.

 

Quello che ci si dovrebbe augurare però, sarebbe un salto di qualità nella gestione del sistema calcistico italiano, una nuova visione dettata sì dalla necessità di compiacere i nuovi soci, ma in grado di curare alcuni dei mali. Per esempio, la dirigenza nostrana potrebbe essere costretta a ripensare davvero i metodi per valorizzare il suo “prodotto”, gli equilibri di una competizione che soltanto quest’anno sembra essere tornare avvincente dal punto di vinta sportivo, e soprattutto il tema delle infrastrutture (leggasi stadi). Si guarderà il dito o la luna? Chi vivrà vedrà.

 

Ad oggi possiamo consolarci solo guardando Oltralpe e ponendoci una domanda: chi aiuterà lo sceicco a pagare lo stipendio di Neymar? (Photo by Clive Rose/Getty Images)

 

 

Per chiudere in bellezza, il tema della riapertura degli spalti, altro che dulcis in fundo! Ci schierammo, ci siamo schierati recentemente e ci schiereremo ancora, dalla parte del torto. Ovviamente gli obiettori diranno che il Paese ha altre priorità, certamente, ma allo stesso tempo ci sono professionisti pagati per curare un piano per riportare i tifosi in sicurezza allo stadio. Anche qui, con estrema coerenza, si naviga a vista.

 

Spadafora balbetta “marzo”, Speranza chiosa “non prima di aver vaccinato il 120% degli Italiani”, Gravina prega “fine febbraio”. Sulla testa di tutti, la spada di Damocle del CTS. Poveri noi.

 

Non ci resta che maledire, ancora, l’infame 2020 che ci ha portato via due dei simboli che hanno esaltato maggiormente il carattere popolare della nostra sferica passione: ovviamente il prometeico Pibe de oro e Pablito, italiano medio all’anagrafe e nelle fattezze, che aveva saputo portare un intero popolo sulle sue spalle, spioventi ma atlantiche.

 

 

Il calcio si dimostra nuovamente specchio fedele del Sistema Paese, veritiera cartina di tornasole. Allora, per concludere, ci sia permesso ricorrere a un’ardita metafora: come lo Stato maschera la sua impreparazione affidandosi al solo vaccino, così anche il pallone tricolore si vuole proteggere dai suoi mali senza curarli alla radice, ignorandoli e andando avanti per inerzia. Peccato che il tempo della prevenzione sia già stato superato, e che i suoi problemi siano divenuti malanni cronici: nella crisi non sono state trovate possibilità di rilancio, e non si vede ad oggi alcun possibile vaccino per il calcio italiano.

 


Immagine di copertina di Alessandro Sabattini/Getty Images