Lou Gehrig di fatiche ne ha sopportate tante. 2130 partite giocate consecutivamente da battitore dei New York Yankees: dall’esordio del 1925 fino al giorno del ritiro, il 4 luglio 1939. La “stronza” era appena arrivata. The Iron Horse avrebbe continuato a giocare, se non fosse stato per lei. 14 anni in mezzo a un diamante d’erba, a colpire, lanciare, scaraventare la pallina il più lontano possibile. Una mazza di legno pesante come un macigno, i duri allenamenti, le 17 fratture sul corpo, tutte saldate da sole. La forza non gli mancava. Eppure nulla poté contro il dolore più grande. La battaglia di Gehrig durò appena due anni: si spense il 2 giugno 1941. Aveva vinto lei.

 

Stefano Borgonovo ha deciso di mostrarla al mondo, la “stronza”. L’ha spinta in mezzo ad un prato verde davanti a 35mila persone. Roberto Baggio, l’amico di sempre, ad accompagnarlo al centro del campo, per raccogliere l’applauso dei presenti. Era il 2008, l’Artemio Franchi lo stadio. Baggio e Borgonovo, la B2 di nuovo insieme per un unico, immenso abbraccio contro quel male terribile. Uniti si vince, perché per battere quel morbo bastardo la forza non basta. Serve una spinta extra.

 

Parlava con lo sguardo, Stefano. Occhi magnetici a scrutare emozioni, raccontando il dolore, urlando di rabbia. Ha lottato fino al novantesimo giocando da attaccante vero, fuggendo fin quando ha potuto da una marcatura asfissiante. Borgonovo ha perso quella partita segnando il suo gol più bello.

 

Roby Baggio e Massaro assieme a Borgonovo in quella emozionante serata fiorentina

 

Tre lettere che nascondono un male oscuro: SLA. Acronimo di Sclerosi Laterale Amiotrofica, detta anche morbo di Lou Gehrig, dal nome del primo sportivo che contrasse la malattia. La “stronza” colpisce i motoneuroni, che non danno più impulsi ai muscoli. Il corpo non risponde alle sollecitazioni del cervello: si paralizza a poco a poco, si spegne lentamente. Il morbo blocca respirazione e deglutizione; la tracheotomia è l’unico modo per provare a sopravvivere. L’incubo è quello di morire soffocati. Perché la SLA tortura prima di uccidere, lasciando la mente lucida e cosciente mentre il fisico si consegna impotente alla morte.

 

 

SLA e calcio

 

Secondo l’OMAR, Osservatorio Malattie Rare, l’incidenza del morbo in Italia è di 1-3 casi su 100mila abitanti, con 3 nuove diagnosi al giorno. La prevalenza, ovvero il numero di pazienti che convive con la SLA, è in media 5-7 casi all’anno ogni 100mila abitanti. In Italia si contano circa 5 mila pazienti affetti dal morbo.

 

Un filo oscuro lega la SLA al mondo del calcio. Il magistrato Raffaele Guariniello l’ha definita la “malattia professionale” dei calciatori. Nel 1999 l’ex PM torinese aprì un’inchiesta per far luce su questo legame. Risultato: ipotesi più o meno fondate e la sensazione di essere ancora distanti dal punto. L’unica certezza restano i numeri che descrivono una casistica inquietante: il rischio di contrarre la SLA tra gli ex calciatori è due volte superiore a quello della popolazione generale. Lo conferma anche una ricerca dell’Istituto Mario Negri del marzo 2019. Ma non è tutto. Secondo lo studio dell’Istituto Negri, coordinato dal Dott. Ettore Beghi e dalla Dott.ssa Elisabetta Pupillo, il rischio Gehrig è addirittura sei volte superiore al normale per i giocatori che hanno militato in Serie A.

 

La ricerca è stata condotta su un campione di ex calciatori di Serie A, B e C dal ‘59/’60 al ‘99/2000. 32 calciatori italiani morti di SLA fino al 2018; a questi si aggiungono l’ex stopper di Roma e Fiorentina Giovanni Bertini, scomparso il 3 dicembre 2019, e l’ex attaccante di Juventus e Inter Pietro Anastasi, morto lo scorso 17 gennaio dopo aver rinunciato all’accanimento terapeutico. In totale 34 vittime su 23.875 calciatori analizzati. Un’incidenza di gran lunga superiore alla media. I più colpiti sono i centrocampisti (14 morti), seguiti da difensori (10), attaccanti (7) e portieri (3).

 

Lou Gehrig, il primo a contrarre il morbo

 

Un altro dato allarmante è quello riguardante l’insorgenza del morbo: 43,3 anni per gli ex calciatori, 65,2 per il resto della popolazione. I calciatori si ammalano in età meno avanzata. Un’insorgenza anticipata di 22 anni per una malattia che, secondo la medicina, viene determinata da una predisposizione genetica e da un concorso di fattori.

 

Esiste dunque una connessione tra calcio e SLA? Naturalmente. Lo dice la scienza. Per la FIGC, però, “quello tra la SLA e il calcio rimane solamente un dato statistico”. Lo ha affermato il professor Mauro Sabatelli, uno dei membri della Commissione SLA della Federcalcio, in una ricerca del 2013 che ha stabilito come “a provocare la malattia non è solo una proteina anomala, ma anche una proteina normale in eccesso”.

“Nessuno – continua Sabelli – può escludere un ruolo di concausa con la pratica sportiva e con il calcio, ma l’attività fisica potrebbe favorire l’insorgenza della malattia solo in chi è geneticamente predisposto”.

 

Le ipotesi: erba killer

 

Il dato certo e inequivocabile è uno soltanto: le cause della SLA sono ancora sconosciute. Si tratta di una malattia multifattoriale, determinata dal concorso di più circostanze. Tra queste, i ricercatori elencano l’uso di sostanze dopanti, l’abuso di antinfiammatori, i continui traumi a gambe e capo e il contatto con pesticidi e diserbanti utilizzati nei campi di calcio. Quest’ultimo aspetto porta ad un’osservazione interessante: la seconda categoria di lavoratori più colpita da SLA (dopo i calciatori) è quella degli agricoltori.

 

Sul tema è intervenuto ancora una volta il PM Guariniello nel 2012. Raccogliendo i dati delle ASL del Piemonte, la Procura di Torino censì nel 2011 ben 123 agricoltori affetti da SLA in tutta la regione. Incidenza molto al di sopra della media: “Visto che sia in questo settore, sia sui campi da calcio, si fa uso di pesticidi e diserbanti – dichiarava Guariniello in un’intervista al Corriere di Como – questa potrebbe essere, e sottolineo il condizionale, una causa della Sla, che ha colpito molti calciatori e molte persone che lavorano la terra, con un’incidenza superiore alla media”. Anche in Sardegna è stato provato che gli agricoltori si ammalano con frequenza doppia rispetto al resto della popolazione.

 

Il PM Raffaele Guariniello (1941), in prima linea sul tema

 

Le connessioni con il mondo agrario vengono rimarcate dal dottor Walter Bradley, dell’università di Miami, tra i primi a stabilire un legame tra Gehrig e i pesticidi utilizzati nei campi di calcio italiani. Una chiara presa di posizione arriva anche da Davide Manucra, dell’Arpae Emilia Romagna, in un articolo pubblicato sulla rivista Ecoscienza (Numero 5 / 6 – Anno 2011). Secondo Manucra il campo di calcio rappresenta al momento

“il solo fattore comune al calcio e agli altri sport praticati dai giocatori morti di SLA negli USA, in Italia e in Inghilterra”.

Da quanto si legge nell’articolo, le concause sarebbero riconducibili all’uso di erbicidi, defolianti e insetticidi. L’insorgenza della SLA sarebbe dovuta all’esposizione ambientale dei calciatori attraverso “abrasioni cutanee o grazie alla pressione transdermica che si crea quando la palla colpisce le gambe”. Teoria che sembrerebbe essere confermata anche dai dati raccolti per altre discipline su campi d’erba, come football americano e rugby. Una ricerca pubblicata da Neurology nel 2012 dimostra come l’incidenza della SLA tra 3.400 giocatori di Nfl sia quattro volte superiore a quella della media statunitense.

 

Il rischio Gehrig sarebbe alimentato dai cosiddetti prodotti fitosanitari, utilizzati per proteggere e conservare i vegetali ma che racchiudono un alto grado di tossicità. Dal 2014 l’uso dei fitosanitari (pesticidi e biocidi) è regolato da una normativa europea recepita anche dall’Italia attraverso il Piano d’azione nazionale.

 

 

Il doping

 

L’inchiesta sul “calcio malato” del pool Guariniello ipotizzava una concausa legata all’uso di sostanze dopanti. A tale proposito è utile analizzare gli esiti della ricerca condotta dal professor Adriano Chiò e dal dottor Gabriele Mora. Il ragionamento basilare è molto semplice: se la concausa fosse il doping, allora la SLA sarebbe diffusa anche negli altri sport in cui è stato accertato l’utilizzo di sostanze proibite.

 

Nel ciclismo e nell’atletica leggera, ad esempio, il morbo non risulta radicato come nel mondo del pallone. Dato “sorprendente” se si considera che molti sport (tra i quali quelli appena citati) hanno condiviso con il calcio l’uso di medesime sostanze dopanti, su tutte l’EPO. Dalla ricerca di Chiò e Mora non risultano casi di SLA nelle analisi di 1500 cartelle cliniche di ciclisti. Numeri limitati ma indicativi.

 

Il professor Adriano Chiò, tra i massimi esperti in materia di SLA

 

Un altro studio innovativo arriva dal dottor Stefano Belli e dal dottor Nicola Vanacore. Secondo le ricerche l’eccessiva assunzione di integratori contenenti aminoacidi ramificati giocherebbe un ruolo arrivo nell’insorgenza della SLA. Non si esclude nemmeno un collegamento con l’abuso di antidolorifici.

 

In “Amyotrophic lateral sclerosis in an Italian professional soccer player” (2006) Belli e Vanacore presentano la storia clinica e professionale di un calciatore professionista italiano affetto da SLA sporadica. 17 anni di professionismo, ruolo centrocampista. Il paziente racconta del consumo frequente di bifosfato di fruttosio 1,6, estratti di corteccia soprarenale, crotetamide e cropropamide e integratori alimentari (aminoacidi a catena ramificata e creatina) durante la sua carriera.

 

 

Traumi e rischio SLA

 

Più numerosi sono i traumi fisici subiti nel corso della vita, maggiore è il rischio di sviluppare la SLA. Lo si è appreso da una ricerca dell’Istituto Negri del 2011. Rischio e non causa di SLA: “L’evento ‘trauma’ – spiega Ettore Beghi, coordinatore dello studio – è un fattore di rischio, soprattutto se ripetuto”. “Non mi sembra esserci – conclude – correlazione tra il sito di insorgenza della malattia e la sede dei traumi”.

 

Il primo caso riconosciuto legalmente di calciatore vittima di SLA arriva dall’Inghilterra: Jeff Astle, centravanti del West Bromwich Albion e della nazionale inglese degli anni ’60 e ’70, scomparso nel 2002 all’età di 59 anni. Il coroner che si occupò della sua morte stabilì che questa “è stata provocata dai numerosi traumi riportati al cervello a causa dei frequenti colpi di testa dati al pallone”. Astle era conosciuto per le sue grandi qualità di colpitore di testa.

 

Jeff Astle in tuffo per colpire di testa: un destino tragico

 

Uno studio dell’Università di Glasgow dello scorso anno evidenzia come i vecchi palloni di cuoio, molto più pesanti di quelli moderni, fossero dei veri e propri pericoli per la salute dei calciatori. Il caso Astle destò scalpore tra l’opinione pubblica d’oltremanica tanto da portare la Football Association a finanziare un ulteriore studio dei ricercatori di Glasgow, che forniscono ulteriori elementi a riguardo: analizzando un campione di 7.676 ex calciatori scozzesi dal 1900 al 1976, il rischio di contrarre l’Alzheimer è cinque volte superiore a quello della popolazione generica. Incidenza quattro volte più alta per le altre malattie psicomotorie (tra cui la SLA) e due volte superiore per il Parkinson.

 

 

Storie di SLA

 

La SLA non è solo il male. È anche storie, vite, battaglie. Il calcio, la sua passione. Il campionato di Prima Categoria è un mondo a sé: il martedì l’allenamento, il giovedì la partitella. Storie che si intrecciano, racconti che si mescolano. E la vita quotidiana confinata fuori dalle mura del campo, per novanta minuti appena. Nessuna rifinitura, si va dritti alla domenica. La sosta al bar dopo la sfida sulla pozzolana: polvere nei polmoni, fango sulla pelle, indumenti che si macchiano di un calcio antico e selvaggio.

 

Per anni Luca ha vissuto quel mondo, a Capranica, in provincia di Viterbo. Romaria la sua squadra: un nome che evoca la Roma giallorossa ma che porta i colori dei rivali laziali. Con il biancoceleste della Romania Luca ha trascorso una parte della sua vita, divisa tra il calcio e il lavoro in banca. “Ma sognavo di fare l’archeologo o il biologo”. Le scoperte, la ricerca e le curiosità lo affascinano. Poi è arrivata la “stronza”:

 

“Anche se nemmeno nei miei peggiori incubi avrei mai immaginato di dover combattere contro un nemico così terribile, non ho mai smesso di credere che un giorno sarei guarito. Vorrei addormentarmi e svegliarmi proprio il giorno in cui fosse trovata una soluzione contro la SLA”.

 

Ci sono due modi per affrontare il nemico: “Lasciarsi andare o combattere”. Luca ha iniziato a combattere sin da subito.

 

“Oggi con il senno di poi posso dire forse di aver abusato di “movimento” e che forse, insieme ai traumi di gioco, ad un periodo di forte stress emotivo e ad una predisposizione genetica, questo possa essere l’elemento scatenante della malattia… Forse…”.

 

Luca Pulino ha voluto raccontare la sua lunga battaglia. Lo ha fatto attraverso il blog “Le Porte della Speranza”, uno spazio aperto a chi combatte ogni giorno la “stronza”, che Luca chiama “bastarda”. Cambia il nome ma non la sostanza. La SLA è incubo anche per chi vive un altro calcio: quello dilettantistico.

 

“E il meglio deve ancora venire!” è il motto che lancia Luca attraverso il suo libro (La Caravella Editrice, 2016). Un libro scritto con gli occhi perchè lui, così come molti malati di SLA, comunica attraverso un sintetizzatore vocale. Il suono metallico delle parole scandisce il dolore, riecheggia assordante nell’aria.

 

Un libro che merita una menzione speciale

 

In Le porte della Speranza sono custodite altre storie. Di calcio e non solo. Hemerson Cara non ha mai giocato in Serie A. Sognava di arrivarci, magari nel Cagliari, la sua squadra del cuore. Viene dalla Sardegna: Selargius, area metropolitana cagliaritana. A 31 anni il sogno svanisce: “Lei è affetto da SLA”. I muscoli lo abbandonano, inizia la battaglia. Le cure in Thailandia, il ritorno in Italia, il corpo paralizzato: lo sguardo è la sua voce, il suo racconto. Gli occhi racchiudono la sua storia. Come quelli di Borgonovo nella notte di Firenze. Non c’è Baggio accanto a Hemerson, nemmeno Maldini e Gullit.

 

C’è un esercito silenzioso che combatte al suo fianco. “Ciao cara Sla, è da tempo che dividiamo lo stesso corpo – scrive in una lettera – Da ben 8 anni mi hai reso la vita difficile”. E ancora:

 

“Mi hai fatto entrare nello sconforto più grande, poi mi sono detto che avrei potuto farcela a conviverci anche se con l’andare del tempo sarebbe stato molto più difficile perché quando i muscoli respiratori e quelli della deglutizione smetteranno di funzionare respirerò meccanicamente e mangerò attraverso un sondino nello stomaco e non parlerò più”.

 

Poi la speranza:

 

“Ma una cosa, cara Sla, non mi hai preso e non mi prenderai mai ed è il sorriso! Ora ti lascio anche se so che continuerai a farmi dannare ma sappi che non mi arrenderò mai”.

 

Luca e Hemerson, ma anche Antonio, malato di SLA e laureato in Economia e Commercio con 110 e lode. E Jack, che parla di una “battaglia eroica che sai già di perdere”. E ancora Paolo Palumbo, che ha portato il morbo sotto i riflettori dell’Ariston di Sanremo. Angeli che combattono e che non smettono di farlo. In attesa del giorno in cui il loro sacrificio aprirà la strada a un mondo nuovo, migliore. Senza quella stronza bastarda.