Diciamolo chiaramente: il tifoso medio americano è il peggiore dell’universo. Atavicamente affamato di cibo spazzatura, pronto a pomiciare se inquadrato sul maxischermo e voglioso di ballare quando il faro gli concede quindici secondi di fama, sembra recarsi alla partita per sfogare i più bassi istinti della specie umana. NBA, NFL o MLB, sugli spalti la morale è la stessa. Nessuna celebrazione del rito, lo sport è denigrato ad intrattenimento, il wrestling insegna. Pensare a come gli Yankees vivono le manifestazioni sportive fa venire i brividi a noi Europei, tanto più se le dirigenze nostrane ammiccano a quel sistema.

 

 

Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, nella crescita del seguito della Major League Soccer sembra trovare spazio una nuova figura di fan-atico, che apparentemente smentisce la stereotipica ma fedele descrizione di cui sopra. È il tifoso organizzato. Proprio quel retaggio dell’attivismo giovanile novecentesco, di cui il calcio postmoderno vorrebbe sbarazzarsi volentieri, si sta facendo largo negli stadi del pallone a stelle strisce.

 

Non si preoccupino le beghine dell’Illinois: dopo la malavita, dalla Penisola non siamo riusciamo ad esportare anche i famigerati ultras, tuttavia di là dall’Atlantico ci giunge l’eco di pratiche a noi care. Ancor più sorprendente è sapere che attribuire un valore aggregativo al sostegno di una squadra, al di fuori della partita stessa, è un’invenzione che risale ai primordi del secolo XX°, e non è nemmeno prerogativa del calcio.

 

A metà del ‘800, nella madrepatria il football ed il rugby germogliano e fanno proseliti, mentre sulla costa dove sbarcarono i pellegrini della Mayflower circa due secoli prima, è il baseball a rappresentare la prima vera passione popolare. Nel 1846 agli Elysian Fields di New York si disputa la prima partita tra due compagini diverse, NY Knickerbocker e NY Nine, mentre la “febbre del diamante” si diffonde anche sulla costa ovest, già prima dello scoppio della Guerra di Secessione.

 

 

Al termine del conflitto tra Unione e Confederati, New York, Boston, Washington, Detroit, Cleveland e San Francisco sono state contagiate dalla passione, cosicché la definizione di “hobby” suona piuttosto riduttiva; per numero di praticanti e soprattutto appassionati, si parla ormai di national pastime.

 

 

 


I Cranks


 

Una definizione tanto più azzeccata se si pensa che sulle tribune dei primi stadi si assiepano migliaia di tifosi, componendo un variegato crogiolo di etnie e provenienze sociali, aperto anche alla componente femminile. Sugli spalti cominciano a divenire sempre più famosi personaggi che si distinguono per l’attivismo ed il folclore del sostegno ai propri beniamini: sono i cosiddetti “Cranks”, protagonisti delle partite e perfino dei resoconti della stampa, tanto quanto gli atleti in campo.

 

Derivato dal tedesco “krank”, ovvero “malato”, e dallo stesso termine inglese per indicare “una persona in stato di esaltazione”, l’epiteto dipinge il comportamento di questi soggetti e la loro percezione da parte dei frequentatori dei ball parks.

 

Senza dubbio tali individui hanno il merito di fungere da punto di riferimento per chiunque voglia seguire più animosamente alla partita; attorno a loro si raccolgono gruppi di sostenitori che si contraddistinguono dal resto del pubblico per la partecipazione a ciò che avviene in campo. Normalmente questi collettivi occupano i bleachers, gradinate scoperte di solito collocate all’altezza degli esterni, e non si risparmiano nell’incitamento ai propri giocatori, ma anche nell’insultare arbitri e avversari; è il cosiddetto “fattore campo”.

 

Panorama sul Huntington Avenue Grounds di Boston ai primi del ‘900. (digital commonwealth – Massachusetts collections online)

 

 

Insomma il baseball si fa davvero una cosa seria e l’atmosfera attorno ai diamanti diviene sempre più intimidatoria per i forestieri. Basti pensare nel 1914 sarebbe passato alla storia il “Great Philadelphia Ballpark Riot”, quando una vittoria a tavolino assegnata ai NY Giants avrebbe scatenato una caccia agli ospiti ed ai fischietti, conclusasi soltanto in serata con un assedio alla stazione.

 

 

Intanto per coloro che non sono in grado di seguire la squadra nelle prime pionieristiche trasferte in treno, cominciano a sorgere nelle grandi città locali dedicati a soddisfare le passioni culinarie e sportive. Si inaugurano così i primi sports bar, autentici luoghi di aggregazione dove, davanti a pinte e bicchieri di whisky, ci si ritrova per discutere di baseball e di politica. Sebbene il primato per nascita spetti al Home Plate Steakhouse di New York, probabilmente è il Third Base Saloon di Boston a meritarsi la palma per il maggior contributo allo sviluppo del tifo a stelle strisce.

 

 

 


I Royal Rooters


 

Il suo fondatore è Thomas Mcgreevy, detto “Nuf Ced” per la risolutezza con cui dirime le diatribe al bancone. Se l’occhio dell’avventore è distratto dall’offerta di birre e distillati, è premura del landlord fargli notare che le pareti del locale sono interamente decorate dai cimeli degli amati Boston Beaneaters; guai a chi glieli tocca.

 

 

Per cogliere l’importanza di questo tipo di locale, bisogna soffermarsi sul contesto cittadino della Boston di fine Ottocento, uno dei principali centri di arrivo della massiccia immigrazione irlandese. L’integrazione di questa comunità con gli indigeni passa anche dagli sports bar, dove si realizza la commistione tra la tradizione anglosassone del pub e la passione americana per gli sports. Come abbiamo visto, il baseball è in cima alla preferenze della working class ed offre un ambiente spiccatamente interclassista, le cui barriere si riducono ulteriormente attorno ai banconi dei pub. Allora nessuna sorpresa nel sapere che proprio i frequentatori abituali del Third Base Saloon rappresentano il nucleo dei Royal Rooters, il gruppo più attivo del tifo bostoniano.

 

 

È il 1897, il vertice è lo stesso Nuf Ced e tra i membri più attivi si contano anche un grossista di arredamento, il proprietario di un hotel attiguo e perfino il gestore di un pub concorrente. Se la base sociale è variegata, la coesione del gruppo si regge sulla trinità di valori costituita dalla tradizione irlandese, il supporto alla coppia di politici locali Collins-Fitzgerald (nonno di JFK e assiduo frequentatore del T.B. Saloon) ed ovviamente la fede nei Beaneaters.

 

I splendidi interni del Third Base Saloon. (digital commonwealth – Massachusetts collections online)

 

 

Per quanto riguarda il nome, l’origine del prefisso “Royal” sembra frutto della fantasia esaltata dai fumi dell’alcool, invece “Rooters” (da to root for, fare il tifo per) fa riferimento all’essenza stessa del gruppo: in quegli anni così si indicavano quei tifosi che dimostravano minori competenze tecnico-tattiche rispetto ai maniacali Cranks, ma si distinguevano per l’attitudine a seguire i propri colori soprattuto in trasferta.

 

 

La ragion d’essere di questa nuova razza di sostenitori è organizzare un sostegno attivo che porti l’individuo a partecipare alla partita, tanto quanto i giocatori, distinguendosi dal resto del pubblico; soprattutto la passione per la squadra rappresenta il catalizzatore di uno spirito di aggregazione che sopravvive però anche al di fuori dell’evento sportivo.

 

La prima celebre trasferta è l’occasione per realizzare il manifesto d’intenti: dopo aver raggiunto Baltimore in treno, un corteo di un centinaio di bostoniani si muove verso lo stadio, mostrando fieramente le coccarde appuntate sul petto con la dicitura “Boston Rooters 1897” e la bandiera statunitense. Sulle gradinate poi, un megafono ed una grancassa coordinano i cori che si protraggono per tutti i nove inning.

 

Nel 1900 una scissione nella National League, scaturita da questioni sindacali tra presidenti e giocatori, porta alla nascita della American League, a cui Boston si iscrive con una nuova squadra, i Boston Americans, progenitori degli attuali Red Sox. Mcgreevy e soci non si fanno scrupolo a seguire la nuova compagine, non tanto perché bramosi di facili successi, bensì perché ormai in contestazione con le logiche commerciali della lega originale. Dalla frattura nasce poi la necessità di studiare un trofeo che permetta di incoronare i campioni nazionali, così nel 1903 si inaugurano le World Series, palcoscenico su cui i Rooters daranno il loro meglio.

 

 

La prima edizione se la aggiudicano proprio i bostoniani, ma passerà alla storia soprattutto per il riconoscimento del ruolo svolto dai loro sostenitori. Infatti, assoluto protagonista della serie è il tormentone Tessie, canzone che i Rooters riadattano da un musical che ha avuto particolare successo in città, e cantano incessantemente accompagnati da una banda. Nato nelle gare in trasferta, per le ultime due partire casalinghe il coro viene stampato su un volantino, che viene diffuso sugli spalti degli Huntington Grounds. Quando a gara 8 Boston si laurea campione su Pittsburgh, nessuno ha più dubbi sul ruolo decisivo svolto dal Boston Tenth Man.

 

A bordo campo, i Boston Royal Rooters si preparano a lanciare “Tessie” supportati dalla banda. (digital commonwealth – Massachusetts collections online)

 

 

L’anno seguente, quando i campioni in carica affrontano i New York Highlanders nelle finali dell’American League, i Rooters lasciano un’altra pietra miliare nella storia del tifo americano, ma non solo. Raggiunta la Grande Mela in treno, sfilano per la 165th Street dietro a due striscioni di sei metri, bianchi con la scritta rossa fiammante “Boston Rooters”; dentro Hilltop Park, si compattano dietro i medesimi vessilli nel settore loro dedicato e scatenano l’ormai celebre pandemonio nei timpani dei tifosi di casa, coordinati da Nuf Ced indemoniato sul tetto della panchina degli ospiti.

 

 

Dietro le insegne è possibile individuare la volontà del gruppo di essere riconosciuto come un’entità distinta sia rispetto al resto dei tifosi, sia rispetto ai protagonisti sul diamante; una manifestazione estetica, ma anche pratica, che viene ribadita nell’ultimo grande episodio dell’epopea del collettivo bostoniano.

 

Tessie, you make me feel so badly.

Why don’t you turn around?

Tessie, you know I love you madly.

Babe, my heart weighs about a pound.

Don’t blame me if I ever doubt you,

You know I wouldn’t live without you.T

essie, you are the only, only, only.

 

World Series 1913, gara 7: i neonati Red Sox ospitano i NY Giants, che diventeranno i loro arcinemici. Le pecche organizzative da parte della società hanno scatenato una caotica caccia al biglietto nelle ore precedenti all’incontro e la situazione è decisamente tesa. Ben prima dell’inizio delle ostilità, al nuovo Fenway Park ci sono oltre trentamila spettatori e per qualcuno sono anche troppi; peccato che manchino ancora loro, i Rooters.

 

 

Quando Nuf Ced e compagnia fanno la loro entrata in pompa magna nell’impianto, rimangono basiti nel trovare i loro posti nei Duffy’s Cliff bleachers già occupati dagli odiosi “occasionali”. La situazione degenera rapidamente e si scatenano i primi disordini; di fronte alla resistenza degli usurpatori, i Rooters occupano parte della tribuna travolgendo il cordone di polizia. Alla fine si posizionano di fianco al loro settore abituale, soltanto dopo aver invaso il campo e contestato pesantemente la dirigenza.

 

Foto di gruppo per le strade di Boston: “Nuf Ced” è al centro con il megafono. (digital commonwealth – Massachusetts collections online)

 

 

La lezione è chiara: dal loro punto di vista la società non si è fatta scrupolo di sostituirli con dei “tifosi qualsiasi”, forte della straordinaria richiesta di biglietti; peggio ancora, la dirigenza ha misconosciuto il valore della loro presenza al fianco dei Red Sox. Lo strappo con la società è tanto grave che i Rooters boicottano la vittoriosa gara 8 e l’episodio segnerà l’inizio della loro parabola discendente. La stampa condanna il loro comportamento avallando la posizione societaria, ma agli occhi dei posteri c’è ben altro.

 

 

Già un secolo fa si stava insinuando nell’opinione pubblica l’idea che nello sport non ci sarebbe stato posto per la ricerca di una partecipazione attiva e collettiva ad un evento, che sarebbe stato ridotto a mero spettacolo. Sugli spalti, nessuna via di fuga dal vizioso meccanismo produzione-consumo a cui deve essere incatenato l’uomo moderno; al botteghino un tifoso vale l’altro.

 

 

 


Il tifoso consumista nello sport entertainment


 

Questa mentalità (distorta, si può aggiungere) sarebbe sopravvissuta ai Boston Rooters, che invece avrebbero ceduto il passo di fronte all’imborghesimento dell’ambiente del baseball, alle difficoltà di passare il testimone ad una generazione di nuove leve e al venir meno dei pub, costretti a tirare giù le serrande dal Volstead Act.

 

 

L’inno Tessie sarebbe stato tramandato fino ai giorni nostri e la loro tradizione caratterizza ancora l’immaginario del tifo dei Boston Red Sox, ma il loro modo di vivere le partite, che già all’epoca ispirava i primi emuli in altre piazze, avrebbe abbandonato gli spalti attorno ai diamanti americani.

 

 

Dopo i trattati di Parigi, gli Stati Uniti si ergono a nazione guida del blocco occidentale, mentre i loro piani di sostegno diffondono l’American way of life nei Paesi alleati; l’espansione dell’economia fa da volano per la mole e la spensieratezza dei consumi, il cui ciclo è il cardine dei sistemi socio-economici a ovest della Cortina di ferro.

 

Il pugno di Tommie Smith alzato al cielo di Città del Messico.

 

 

Anche se la controcultura giovanile degli Anni ’60 introduce le prime istanze antisistemiche nel dibattito pubblico, negli Stati Uniti lo sport americano rimane perfettamente inserito nella filosofia consumistica.

 

 

Il Black Panther Party ispira almeno nella simbologia gli striscioni di alcuni dei primi gruppi ultras italiani, ma oltreoceano non riesce a risvegliare le coscienze, almeno negli stadi. Alle Olimpiadi messicane del 1968, i pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos non fanno proseliti sugli spalti e la parola sport continua ad essere un semplice prefisso di “entertainment”; i nipoti dello Zio Sam chiedono intrattenimento sportivo e nulla più: sesso, droga e Super Bowl.

 

 

Bisogna arrivare al recentissimo passato per ritrovare un diffuso attivismo sui parquet della NBA, sui campi della NFL e perfino nella giovane MLS, dove ha luogo un’ampia serie di manifestazioni che vedono protagonisti gli atleti, ma non solo.

 

 

 


MLS e l’alba del tifo organizzato made in USA


 

Infatti proprio nella lega americana di calcio, fondata nel 1996, i tifosi sembrano voler spogliare la passione sportiva dei contenuti meramente edonistici propri della concezione yankee. Anzi, si può dire che i gradoni degli stadi siano stati colonizzati dai pionieri del tifo organizzato in versione a stelle strisce; una nuova generazione di sostenitori pronti ad arricchire il soccer di significati simbolici ed identitari, come l’appartenenza ed il campanilismo, oltre che aggregativi.

 

 

Negli anni la federazione ha promosso la crescita di questi collettivi tanto da stilare un codice di condotta dei tifosi, che invita le società a creare un ambiente inclusivo e coinvolgente per gli avventori degli stadi, ovviamente nel rispetto di determinati parametri. La MLS ha capito rapidamente che per il movimento americano sarebbe stato fondamentale avere una solida base di appassionati, che certificasse la credibilità del prodotto agli occhi del calcio mondiale.

 

Tifosi americani agli ultimi mondiali di calcio femminile in Francia (Photo by Alex Grimm/Getty Images)

 

 

Le stesse società hanno capito che sarebbe stato estremamente remunerativo fidelizzare quanti più tifosi possibili allo scopo di creare un’esperienza di stadio tanto coinvolgente per gli abituali quanto accattivante per i neofiti. Sul sito di ogni franchigia si può trovare una sezione dedicata alle principali sigle del tifo organizzato, di cui si promuovono le iniziative, i contatti, e si celebra la storia. All’inizio di ogni stagione, i rappresentanti di tifoseria e società si incontrano per confrontarsi sui comportamenti da tenere all’interno dell’impianto, sugli strumenti di tifo utilizzabili, e sui doveri e piaceri che questo rapporto comporta per tutti gli interlocutori.

 

 

Da notare come tra le società fondatrici della lega, soltanto i NY Red Bulls (ex NY Metrostars) non abbiano ufficializzato sul proprio sito i rapporti con i collettivi del tifo organizzato, che dal canto loro rimarcano l’indipendenza. Una prospettiva che si avvicina al modo di intendere il sostegno nel Vecchio Continente, dove scendere a patti con le società in cambio di benefici all’interno dello stadio e fuori sarebbe condannabile (almeno alla luce del sole). Allora il tifo organizzato americano è più facilmente inquadrabile in un’ottica di “club” ufficialmente riconosciuti, ma che dimostrano un attivismo spesso anche maggiore rispetto ai corrispettivi europei.

 

Se le pratiche del tifo si rifanno espressamente alla tradizione italiana, con cortei e coreografie, fumogeni, tamburi, e sfoggio di materiale dei singoli gruppi, si può dire che attorno ai rettangoli verdi della MLS questa filosofia sia stata rielaborata secondo la chiave del folclore locale.

 

Lungi dal giudicare la resa di questa sintesi, e ferma restando la sete di spettacolo dell’americano medio, bisogna riconoscere che il soccer sia diventato l’ambiente per un nuovo genere di tifoso, ben differente dai “sempliciotti” (concedeteci il termine) che seguono gli altri sport americani; un’evoluzione con cui anche le società e la MLS stessa hanno dovuto fare i conti.

 

 

Prima della pandemia, alla federazione aveva creato non pochi grattacapi l’esposizione di un simbolo con tre frecce rivolte verso il basso, da parte della Timbers Army, il gruppo più celebre del seguito dei Portland Timbers; se vogliamo, uno dei collettivi più in vista del paese per la qualità del sostegno coreografico e vocale, e per la promozione di numerose attività a scopo sociale sul territorio. Ebbene, l’emblema si rifaceva al Eiserne Front (il Fronte di Ferro), il partito che nei primissimi anni trenta si era opposto all’ascesa sia del nazionalsocialismo sia del comunismo in Germania.

 

 

Attualmente il simbolo richiama la difesa degli ideali democratici e antifascisti, tuttavia la sua esposizione sugli spalti violava il codice federale di condotta dei tifosi, tanto che alcuni di essi erano stati espulsi da Providence Park. Sotto gli occhi dell’opinione pubblica, la situazione si è fatta imbarazzante per la MLS che di fatto censurava un simbolo di inclusione, ritenendolo innanzitutto associabile al movimento internazionale Antifa.

 

La Timbers Army in azione, come se fossimo in Europa (Foto Ray Terrill – Flickr, CC BY-SA 2.0, via Wikipedia)

 

 

Alla fine, dopo una serie di tavole rotonde tra tifosi, società e federazione, è stata concessa l’esposizione sul materiale, ma non su bandieroni e striscioni, affinché non fosse visibile dai telespettatori; inoltre la MLS ha dovuto rivedere e correggere il divieto di mostrare simboli di matrice politica all’interno degli stadi, contestualizzandolo in termini offensivi e discriminatori.

 

 

Sudori freddi saranno scesi anche lungo la schiena del presidente del New York City FC quando alcuni tifosi, membri del gruppo non riconosciuto Battalion 49, avrebbero preso parte a disordini riconducibili ai Proud Boys ed a tafferugli in occasione del derby con i NY Red Bulls nell’ agosto 2015. Il vertice del club ha ribadito con fermezza che non avrebbe tollerato comportamenti di stampo xenofobo dentro lo Yankee Stadium, mentre la MLS dichiarava di non poter condannare i tifosi per i comportamenti tenuti al di fuori della “propria giurisdizione”.

 

Sembra esagerato parlare di un’ascesa dell’estrema destra al pari di quella avvenuta nelle curve italiane negli anni ’90, ma senza dubbio la federazione ha sperimentato quanto sia complesso il rapporto tra tifo e politica.

 

Infine la testimonianza più efficace di quanto i sostenitori del calcio americano possano essere considerati diversi da quelli degli altri sport ci arriva dai Columbus Crew, i campioni in carica. Nell’ottobre 2017 ai loro tifosi era stata data la glaciale notizia che il club sarebbe passato di mano ad una nuova proprietà e poi trasferito ad Austin, in Texas.

 

 

Apriti cielo! I tifosi si sono mobilitati al grido di “Save the Crew” e, suscitando anche la solidarietà delle altre tifoserie, sono riusciti a salvare il legame tra la squadra e la città. Una vittoria di certo non scontata considerando come questo mercimonio sia abituale in NBA e NFL, e sia stato esportato perfino nel football inglese, come insegna la storia tra MK Dons e (AFC) Wimbledon.

 

La campagna “Save the crew” (Getty Images)

 

 

Ad ogni modo, questa testimonianza di forte legame identitario tra club e comunità racconta come la crescita del soccer stia avvenendo sotto nuovi auspici rispetto alla tradizione sportiva americana. Vuoi che il gioco in sé poco si presta all’estrema spettacolarizzazione, vuoi il suo recente esordio, tuttavia sembra che nuovi significati siano stati introdotti in un universo che individuava nell’intrattenimento il suo unico fulcro.

 

 

Così i tifosi sono diventati forieri di valori – come appartenenza, aggregazione ed impegno sociale – che scaturiscono dalla passione per la squadra ma si esprimono al di fuori di essa. Appare difficile e perfino supponente giudicare realtà che rimangono nettamente distinte dalla concezione europea, così come discettare di “mentalità da curva” su queste colonne, ma si può dire che il tifo organizzato abbia trovato una sua ragion d’essere anche negli Stati Uniti; tra emulazione e convinzione, i sostenitori americani sembrano stanchi di essere trattati come bamboccioni.

 


In copertina, la polizia a cavallo carica i Rooters prima di gara 7 delle World Series 1912. (digital commonwealth – Massachusetts collections online)

Le origini del baseball e le gesta dei Boston Royal Rooters sono tratte da “Irregolari – Sottoculture di strada e di stadio tra Europa e Nord America 1870-1914” di Mauro Bonvicini (Eclettica edizioni 2019), lettura caldamente consigliata a chiunque voglia approfondire le dinamiche sotto- e controculturali del tifo.