Non tutti negli USA si accontentano dello Sport Entertainment.
Diciamolo chiaramente: il tifoso medio americano è il peggiore dell’universo. Atavicamente affamato di cibo spazzatura, pronto a pomiciare se inquadrato sul maxischermo e voglioso di ballare quando il faro gli concede quindici secondi di fama, sembra recarsi alla partita per sfogare i più bassi istinti della specie umana. NBA, NFL o MLB, sugli spalti la morale è la stessa. Nessuna celebrazione del rito, lo sport è denigrato ad intrattenimento. Pensare a come gli Yankees vivono le manifestazioni sportive fa venire i brividi a noi Europei, tanto più se le dirigenze nostrane ammiccano a quel sistema.
Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, nella crescita del seguito della Major League Soccer sembra trovare spazio una nuova figura di fan-atico, che apparentemente smentisce la stereotipica ma fedele descrizione di cui sopra. È il tifoso organizzato. Proprio quel retaggio dell’attivismo giovanile novecentesco, di cui il calcio postmoderno vorrebbe sbarazzarsi volentieri, si sta facendo largo negli stadi del pallone a stelle strisce.
Non si preoccupino le beghine dell’Illinois: dopo la malavita, dalla Penisola non siamo riusciamo ad esportare anche i famigerati ultras.
Tuttavia di là dall’Atlantico ci giunge l’eco di pratiche a noi care. Ancor più sorprendente è sapere che attribuire un valore aggregativo al sostegno di una squadra, al di fuori della partita stessa, è un’invenzione che risale ai primordi del secolo XX°, e non è nemmeno prerogativa del calcio.
A metà del ‘800, nella madrepatria il football ed il rugby germogliano e fanno proseliti, mentre sulla costa dove sbarcarono i pellegrini della Mayflower circa due secoli prima, è il baseball a rappresentare la prima vera passione popolare. Nel 1846 agli Elysian Fields di New York si disputa la prima partita tra due compagini diverse, NY Knickerbocker e NY Nine, mentre la “febbre del diamante” si diffonde anche sulla costa ovest, già prima dello scoppio della Guerra di Secessione.