Editoriali
27 Aprile 2020

Il soccer made in USA, un problema culturale

Il gioco del calcio, in America, non è per tutti.

Le partite della MLS (Major League Soccer) sembrano finte. Non che la finzione non faccia parte della cultura USA, anzi, ma non è questo il punto. Se il calcio americano si limitasse a copiare – più o meno fedelmente – il football del Vecchio Continente, è assai probabile che, almeno a livello visivo, risulterebbe più godibile. Gli americani li conosciamo, in fondo. Preferirebbero scivolare da un precipizio piuttosto che aggrapparsi ad una mano amica. E qui arriva il bello. La filosofia del self-made che caratterizza la Weltanschauung americana tarpa le ali alla libertà espressiva che caratterizza il calcio in quanto fenomeno culturale. Ma andiamo con ordine.

Il Soccer, in America, sta crescendo in maniera esponenziale sotto il profilo economico. Stando a quanto riportato da Forbes, il 7% degli americani cita il calcio come proprio sport preferito (il baseball è al 9%). Dal 2012 ad oggi, la MLS è cresciuta del 27% nel tasso di interesse. Fondata nel 1996, la massima serie americana porterà a 27 il numero delle proprie squadre entro l’anno prossimo – tra queste c’è anche l’Inter City Miami di David Beckham. Il sogno americano, dunque, sembra esaudirsi anche nel calcio. A cosa è dovuta questa crescita?

«Sono felice che in America il calcio stia crescendo così velocemente», ha recentemente dichiarato Robert Pires.

«Penso che alcuni giocatori come il mio amico Thierry Henry, Zlatan Ibrahimovic e Wayne Rooney abbiano aiutato molto a far crescere l’interesse intorno al calcio, qui. C’è tanto spazio, in America, per il calcio. Non è facile vedersela col basket, il baseball e il football americano, ma il calcio è per tutti». Lo è davvero?

Sì, ma non in America. Ryan Huettel ha dedicato un intero long-form su These Football Times alla trattazione di questo problema, lo stesso che è al centro del nostro articolo. Huettel, che vive in America, spende qualche – decisiva – parola al “silenzio americano” sulla questione culturale riguardante il gioco del soccer. È vero: il calcio in America cresce giorno dopo giorno. La nazionale femminile, poi, tre volte campione del mondo, ha attirato su di sé una grossa fetta dello sport femminile americano. Megan Rapinoe e compagne rappresentano però come lo specchio rovesciato della situazione tecnica della nazionale – e del talento – maschile.


Gli Stati Uniti, i cui calciatori di livello appaiono alla nostra mente come flash in stato di incoscienza (Dempsey, Donovan e Howard su tutti, recentemente Pulisic), gli Stati Uniti, dicevamo, faticano tanto nella Coppa del Mondo – in 10 occasioni su 21 la nazionale non si è qualificata – quanto nella CONCAF Gold Cup – dove l’unica seria concorrente è il Messico, campione in carica. La MLS, coi suoi “campioni”, tutti rigorosamente a fine carriera, ha certamente acceso i riflettori dello spettacolo, ma non ha fatto che accrescere il divario tra palcoscenico (quello occupato dai vari Pirlo, Ibrahimovic, Villa, Beckham, etc.) e dietro le quinte (quello del talento fatto in casa).

Di cosa stiamo parlando? Del calcio quotidianamente vissuto, quello giocato tra i vicoli, quello delle strade dove è proibito il giuoco del pallone e solo infine quello del professionismo. Lasciando per un attimo la parola a Ryan Huettel, «at the heart of all of these [problems] is the idea of culture». Vediamo meglio.

«Qui, il calcio è marcatamente diviso in due gruppi – gli immigrati e la classe medio-alta – i quali interagiscono in misura minima. Per molti di noi, me compreso, il calcio è [un fenomeno] relativamente nuovo. I nostri genitori non giocavano. Non siamo cresciuti con la palla al piede».

Con estrema chiarezza, Huettel definisce i limiti del calcio americano. Al primo limite, quello socio-culturale – che smembra lo sport in due precise e contrastanti classi sociali – se ne aggiunge un secondo, cronologico – il calcio è, in America, un fenomeno relativamente recente. Curioso, se pensiamo che il primo club calcistico negli US risale al 1862: l’Oneida Football Club (per una breve panoramica sulla storia del calcio negli USA, vedi qui).

Dobbiamo continuare a scavare. Ryan Huettel, che si inscrive nel primo gruppo sociale, quello della classe americana medio-alta, sottolinea con forza questo aspetto, e a ragione. Più l’America investe sui giovani, meno giovani partecipano al gioco. Come è possibile un paradosso simile? Risposta: i costi delle Academy sono troppo elevati per i ragazzi figli di («often-poorer», sottolinea Huettel) immigrati. Con l’ovvia conseguenza che

«al livello più alto della piramide americana arrivano quelli con più soldi».

Uno studio del 2013 condotto da Greg Kaplan (Università di Chicago) e Roger Bennet (NBC) ha scoperto che i calciatori della nazionale maschile americana provengono tutti dalle aree più ricche e sviluppate del Paese. I “latinos” sono spesso lasciati al proprio destino: per giocare a calcio, negli Stati Uniti, servono i soldi. Almeno sotto questo aspetto, tutt’altro che irrilevante a livello socio-culturale e sportivo, possiamo affermare senza troppi giri di parole che il soccer, negli US, non è per tutti.

In una confessione del 2015, Jürgen Klinsmann (l’allora allenatore della nazionale maschile statunitense) si è espresso egregiamente ed autorevolmente sul problema che stiamo trattando: «I giocatori della nostra nazionale devono vivere e respirare calcio 24 ore al giorno. Tutto questo richiede un cambiamento nella mentalità e nello stile di vita. […] Sentirlo da me è buffo, ma il calcio si autodetermina (self-driven). Non è insegnabile, al contrario degli altri sport» (corsivo nostro).

Self-driven, vocabolo tanto intraducibile quanto chiaro come il sole. Klinsmann ha detto con altre parole ciò che abbiamo già avuto modo di sottolineare: il soccer, al contrario degli altri sport, è un fenomeno socio-culturale. Se ci è consentita questa metafora, il ragazzo americano medio che si affaccia al mondo del calcio – giocandovi e partecipandovi – assomiglia terribilmente al dodicenne selvaggio dell’Aveyron, incapace di apprendere il linguaggio perché mai a contatto con esso. Per esprimerci con le parole di Jon Townsend, giornalista americano e autore presso These Football Times,

«ciò che [il calcio americano] non ha è una vera e propria cultura [calcistica] su larga scala. Elementi vitali come il self-play e lo street football non fanno parte della società americana al contrario di quanto accade per il basket, il football americano e il baseball».

Uno studio del professor Stefan Szymanski (Università del Michigan) ha dimostrato che il vocabolo “soccer” è un’invenzione inglese. In Gran Bretagna, si è smesso di usare il termine circa 30 anni fa. Gli americani, con buon pragmatismo, lo hanno mantenuto per distinguerlo dal football americano. È una scelta linguistica, dunque culturale. “Spendere è molto più americano di pensare” (Andy Warhol).

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