Alberto Malesani sogna un futuro nel calcio, nonostante tutto. «Sono ancora vivo», ha confessato di recente al Corriere dello Sport. «Potrei ancora fare l’allenatore». Le sue idee risultano attuali ma anche “avveniristiche”. Il pallone però lo ha dimenticato. La società lo ha ormai etichettato come “un semplice ubriacone”. Malesani sente di poter dare tanto ma è un sentimento non ricambiato: «Per il mondo del calcio ormai sono un ex e non allenerò mai più».

 

 

Lo dice con lo sguardo rivolto verso il basso e un filo di voce appena. Dentro di sé ribolle la rabbia dell’ingiustizia: «I social mi hanno rovinato». Con il Sassuolo l’ultima avventura in panchina. Chiamato a sostituire Eusebio Di Francesco il 29 gennaio 2014, Malesani viene esonerato dopo appena quattro settimane di lavoro: cinque sconfitte in altrettante partite hanno convinto il club emiliano a tornare sui propri passi richiamando Di Francesco. Sarà l’ultima volta da allenatore per Malesani. Ma la sua parabola è destinata a scendere ancora.

 

 

La prima tappa del declino arriva nel dicembre 2005. Il clamoroso sfogo contro i giornalisti greci, dopo un pareggio del suo Panathinaikos contro il modesto Iraklīs, diventa una delle scene cult del calcio da social. Nasce il mito goliardico del “Mollo”, un’etichetta destinata a marchiare per sempre la figura di Malesani. Tra un “cazo” e l’altro, la conferenza show finisce sulle prime pagine dei giornali: è da quel momento che inizia l’edificazione mediatica del personaggio. Malesani diventa il “Mollo” e il suo calcio viene associato ad una “giungla”. Il video rimbalza su tutti i siti nazionali e non. Ma il baratro si materializza con l’esplosione dei social network.

 

La folta barba di Alberto Malesani, dimenticato dal grande calcio

 

 

La goccia che fa traboccare il vaso è una foto scattata tra gli stand del Vinitaly di Verona. L’istantanea ritrae un Malesani piuttosto appesantito, con un bicchiere di vino in mano e l’espressione di chi ha superato abbondantemente il tasso alcolemico consentito. Quella immagine ha rotto equilibri sottili scavando un solco profondo tra Malesani e il mondo del pallone.

 

“Sui social è girata una mia fotografia in cui sembravo un ubriacone. Invece soffrivo di una tiroidite tremenda”, racconta a Sky Sport. “Ero ingrassato quasi 10 chili e non stavo neanche in piedi. Dissi a dei ragazzi vicino a me di non farmi foto, invece loro la scattarono e la pubblicarono”.

 

Uno scatto rubato all’intimità e dato in pasto agli sciacalli del web: «Sono stato giudicato per le immagini e non per il lavoro che ho fatto sul campo come avrebbe dovuto essere», ammette al Corriere dello Sport nell’ottobre 2018. «Le mie esternazioni, le mie espressioni, il mio modo di essere persona e di evidenziare la passione per il calcio sono stati ripresi dai social e di conseguenza sono stato deriso e sbeffeggiato». Il suo calcio era “una ricerca quotidiana”. Malesani teme di non averlo saputo spiegare al meglio:

“Sono finito per diventare famoso per quelle cazzate sui social. Se mi sono venduto male o non sono stato capito? Non è che non mi senta capito, ma pensavo di finire meglio la mia carriera. Pensavo di meritare di finirla meglio”.

 

La cosa che più ha ferito il tecnico veronese è l’aver assistito alla gogna dei social senza diritto di replica. È una battaglia impari: «Non puoi difenderti da una notizia social». Tutta colpa dei social, dunque: «Non c’è altra spiegazione, perché è come se il calcio si fosse dimenticato di me, cosa ho fatto di male?». Il pregiudizio ha già fatto la sua parte.

 

 

 


La Champions degli incubi


 

I social portano ad un esilio forzato. Goliardia, leggerezza ma anche odio e violenza. Se Malesani ha scelto il vino e le vigne di Trezzolano, Loris Karius ha deciso di rimettersi in gioco per provare a lasciarsi alle spalle l’incubo della finale di Champions League tra il suo Liverpool e il Real Madrid. Le papere di Karius sui gol di Benzema e Bale, onestamente fin troppo evidenti per passare inosservate, hanno scatenato il popolo dei social riportando a galla il tema dell’hate speech, vale a dire tutte quelle espressioni di odio e violenza rivolte ad un individuo per mezzo di un social media.

 

 

Karius arriva all’ultimo atto della Coppa dalle grandi orecchie a 24 anni, un exploit che, tra i portieri in attività, lo pone dietro soltanto ai giganti Neuer e Ter Stegen. Tante aspettative (nonostante qualche sbavatura di troppo) spazzate via tutte d’un tratto. Gli errori si trasformano in sentenza. Il giudizio dei social emette la condanna.

 

 

La rabbia dei tifosi Reds va a braccetto con gli sfottò apparsi su pagine e profili di mezzo mondo. Nemmeno gli esperti o i colleghi, attivissimi sui social o nei talk calcistici, hanno mancato all’appuntamento. «Penso che il Liverpool già sapesse di dover rafforzare il reparto dei portieri», ha detto l’ex Manchester United Paul Scholes. Piuttosto duro anche l’ex portiere dei reds Ray Clemence:

“Dovrà convivere con i suoi errori per il resto della sua vita”.

 

Quella serata sbagliata di Loris Karius

 

 

Emblematico il commento del numero uno tedesco Oliver Kahn, che con un suo errore spianò la strada al Brasile nella finale dei mondiali 2002:

 

“Non mi ricordo di aver visto errori più evidenti e brutali. Può capitare, in finale però è drammatico. Togliersi una serata così dalla testa non è facile, può distruggere tutta una carriera. Se giocherà bene non interesserà a nessuno e lo dovrà accettare”.

 

È lo stesso Kahn a centrare il punto:

 

“Il problema è che ci sono persone talmente cretine che gli ricorderanno sempre quella serata. Quello che ha provato al termine della partita non è nulla in confronto a quello che proverà oggi e tutte le volte che ci ripenserà”.

 

«Mi dispiace per tutti, per la squadra, per l’intero club. L’errore ci è costato caro», ha detto Karius subito dopo la finale della Champions 2018 a talkSport. «Se potessi tornare indietro nel tempo, lo farei. Mi dispiace solo per la mia squadra. So che li ho delusi oggi». Parole che non hanno evidentemente fatto breccia nel cuore degli haters. Karius diventa un vero e proprio perseguitato.

 

 

Su Twitter fioccano le minacce di morte: «Get out of our club or die» (Vai via dalla nostra squadra o muori) è tra i post più gettonati. Scorrendo il feed si legge anche: «My Liverpool boys fought hard and I’m proud of them. Except for Karius he can die in a hole» (I miei ragazzi del Liverpool hanno combattuto duramente e ne sono orgoglioso. Tranne Karius, può morire in una buca).

 

Karius ha vissuto momenti controversi anche al Besiktas. La sua tenuta psicologica rimane un’incognita.

 

 

Gli haters non hanno risparmiato nemmeno i familiari: «Ucciderò la tua ragazza, ucciderò la tua ragazza», recita un tweet. Altri hanno cinguettato augurandosi che «i suoi figli muoiano di cancro» o che «possa morire tutta la sua famiglia». Dopo il benservito del Liverpool, Karius si accasa in prestito al Besiktas. Intervistato recentemente da Sport Bild, il portiere si lascia andare ad una considerazione amara e drammatica:

“Quella partita ha cancellato tutto, ci sono state reazioni esagerate e irrispettose”.

 

Sui social, in particolare, c’è una grande ostilità verso i calciatori: se dovessimo leggere ogni messaggio, non dormiremmo per giorni. È assurdo quello che scrive la gente celandosi dietro profili anonimi: insulti, discriminazioni razziali, fino alle minacce di morte. Il limite, in molti casi, si supera alla grande”.

 

 

Nel frattempo, secondo il quotidiano britannico Telegraph, la Polizia del Merseyside ha avviato un’indagine su alcuni utenti per le minacce di morte rivolte al portiere e alla sua famiglia. Ma la vita di Karius è ormai segnata per sempre.

 

 

 


La paura di giocare


 

Ted Smith ha detto addio al calcio a soli 24 anni. Il motivo: una pressione insostenibile nonostante una carriera che sembrava in rampa di lancio. Smith è stato il portiere titolare dell’Inghilterra Under 20 e, secondo alcuni rumors di mercato, lo scorso gennaio è stato vicino ad indossare la maglia del Tottenham.

 

 

Al momento del ritiro è uno dei portieri del Southend, club inglese di League One. Nemmeno le sirene della Premier lo hanno risvegliato dal suo incubo. «Avevo timore di giocare», ha confessato in un’intervista al Daily Telegraph. La pressione si è fatta insopportabile a causa delle critiche ricevute sui social:

 

“Dopo una partita guardavo i social e leggevo i commenti dei tifosi. Per il 90% delle volte non c’era nulla, ma se c’erano due o tre commenti dopo una brutta partita, mi sarei soffermato su di questi. Mi avrebbero influenzato per tutta la settimana”.

 

Ted ha provato a sfuggire all’odio dei social cercando di lasciarsi tutto alle spalle, senza riuscirci: «I social media sono utili per alcune cose. I tifosi stanno solo parlando della partita che hanno appena visto, che ovviamente hanno il diritto di fare, ma sono arrivato ad eliminare il mio profilo Twitter e dopo anche il mio account Instagram». E ancora: «Ho provato così tanto a scendere in campo per divertirmi ma non ci sono riuscito. Ho provato di tutto. Ho sviluppato quella paura di giocare per così tanto tempo».

 

La storia di Ted Smith dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme.

 

 

Smith ha abbandonato quello che in molti reputano uno dei lavori più belli del mondo, motivo per cui la scelta del giovane portiere potrebbe rappresentare un esempio per molti: «Anche le persone che non sono nel calcio forse hanno un lavoro di cui non sono contenti e che vogliono lasciare. La mia storia può aiutare le persone a prendere una decisione».

 

 

I commenti negativi sui social rischiano di diventare un serio problema per i calciatori. Ne è convinto anche il CT inglese Gareth Southgate, che ha consigliato alla sua squadra di non utilizzare i social durante il mondiale di Russia: «I social possono attaccarti ovunque, persino in casa tua», da spiegato Southgate. Una minaccia soprattutto per i giocatori più giovani: «Non so se questa sia una situazione salutare per ogni giovane, davvero. Dipende da quanto facilmente sono in grado di filtrare e razionalizzare ciò che sta arrivando che potrebbe influenzare le loro prestazioni».

 

 

Anche un talento come Raheem Sterling ha risentito delle critiche piovutegli addosso dagli haters. Dopo la partita contro la Russia ad Euro 2016, il giocatore del Manchester City pubblica su Instagram una foto con l’hashtag #TheHatedOne (“L’Odiato”). Complici le sue prestazioni al di sotto delle aspettative, sui social le critiche piovono a grappoli: un tifoso inglese ha persino lanciato una colletta online su JustGiving per comprare un biglietto aereo e riportare Sterling a casa. Dopo qualche ora la raccolta fondi ha superato le 200 sterline.

 

 

 


I numeri dell’odio sui social


 

L’odio è diventato una componente strutturale nelle conversazioni sportive sui social italiani. Lo dice una ricerca del centro CODER dell’Università di Torino condotta attraverso il monitoraggio delle pagine social delle cinque principali testate sportive italiane (La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello Sport, Sky Sport e Sport Mediaset). I ricercatori del CODER hanno analizzato 443.567 post su Facebook e 16.991 su Twitter, sviscerando i commenti postati dagli utenti. I risultati sono piuttosto preoccupanti: il 13,4% dei commenti su Facebook e il 31% dei commenti su Twitter contiene hate speech.

“Nel complesso – si legge nello studio – è stato osservato che esiste un livello costante di hate speech al di sotto del quale non si scende mai, pari al 10,9% dei commenti su Facebook e al 18,6% su Twitter”.

 

La maggior parte degli episodi di hate speech sui social è da ricondurre al calcio (anche per quantità di notizie trattate): 12,3% dei commenti contro, ad esempio, il 9,7% della Formula Uno, l’8,7% del basket e il 7,6% del tennis.

 

Romelu Lukaku è uno dei bersagli preferiti dall’odio dei social network.

 

 

Secondo i dati analizzati dal CODER, sono Mario Balotelli e Romelu Lukaku gli sportivi presi più bersagliati dagli haters. Balotelli e Lukaku hanno fatto segnare i livelli più alti di hate speech, rispettivamente 16,7% su Facebook e 38,3% su Twitter, 15,5% su Facebook e 40,6% su Twitter. La maggior parte degli insulti comprende discriminazione razziale (rispettivamente 2,1% su Facebook e 5,6% su Twitter; 1,9% su Facebook e 2,4% su Twitter).

 

 

Il calcio è diventato un terreno fertile per l’hate speech e per ogni sorta di pregiudizio. La colpa è dei social. Non deve esserci altra spiegazione.