Papelitos
25 Febbraio 2019

Solo per tre minuti

Come un episodio di vergognosa insubordinazione ha oscurato agli occhi della stragrande maggioranza dei media la buona prova dei Blues di Sarri contro il City di Guardiola nella finale di League Cup.

Che Sarri non sia universalmente amato non lo scopriamo certo oggi. E’ risaputo. E’ anzi normale. Fa parte del gioco. Oltretutto neanche lo stesso allenatore toscano, da persona intelligente qual è, ambisce a tanto. Lo dimostra la sua avversione alla diplomazia. Lo sa bene Maurizio che le emozioni non sono a comando e ognuno di noi ama chi gli pare, quindi tanto vale essere se stessi e avere il coraggio di non piacere. Quando poi amore e tifo si fondono in un unico sentimento si toccano vette di soggettività inattingibili da qualsiasi forma di razionalità. Perciò non deve sorprendere neanche troppo il fatto che tra i maggiori detrattori di Sarri vi sia una cospicua parte, almeno la metà, di popolo napoletano, cioè la tifoseria che ad oggi più di tutte ha beneficiato del lavoro di Sarri in termini di risultati e di bellezza. Sì, contendere uno scudetto impossibile da vincere per chiunque e valorizzare i giocatori è un risultato, peraltro certificato dal record di punti della storia della società Napoli. E invece “Mazzarri ha vinto la Coppa Italia e Sarri no”.

 

Detto questo, il trattamento riservato dalla maggior parte dei media a Sarri per il clamoroso episodio di ieri con protagonista Kepa è stato vergognoso. Si è oltrepassato il limite. Pur di criticare il tecnico del Chelsea se ne è data un’interpretazione al di fuori da ogni logica. E si sta parlando di addetti ai lavori, non di tifosi condannati all’infelicità permanente, ammesso che le due cose siano distinte. Quei tre minuti caotici in cui il giovane portiere basco si rifiutava in maniera vergognosa di uscire dal campo con Sarri che imprecava con tutte le sue forze nella “narrazione ufficiale” hanno acquisito una priorità strepitosa. Molti organi di stampa si sono serviti della malafede più becera per spiegare l’inspiegabile, facendolo addirittura assurgere a prova inconfutabile dello strappo tra lo spogliatoio e l’allenatore. Così, chi non ha avuto il piacere di guardare la partita, non ne ha avuto bisogno per formarsi un’idea tanto netta quanto distante anni luce dalla realtà.

 

Kepa: l’uomo della discordia

 

Una realtà composta da altri 117 minuti in cui il Chelsea è stato una squadra vera. Ogni giocatore ha dato il meglio di sé assecondando tutte le richieste dell’allenatore. Che mai come in questo caso sono state “alternative”. Avete presente il tanto agognato “piano B”? Bene, ieri si è visto. I Blues hanno fatto un passo indietro giocando una partita attendista e ricorrendo al palleggio principalmente in transizione. Sarri ha rimodulato l’intensità del pressing evitando, con umiltà, di consegnarsi nuovamente nelle mani di Guardiola dopo lo 0-6 di due settimane fa. E checché ne dicano i rigori finali, ha avuto ragione. Perché, nonostante il dominio territoriale del City, Hazard e compagni hanno rischiato pochissimo. Inoltre c’è mancato davvero poco che Kanté mettesse dentro il pallone dell’1-0 nei 90’: con i Citizens imbrigliati dall’applicazione massima dei Sarri boys, il secondo tempo del Chelsea è stato veramente di spessore. Partite di quel livello si fanno solo se la squadra tutta ha sposato la visione dell’allenatore. Ma ovviamente tutto questo è troppo complesso per essere capito. Molto più agevole semplificare, strumentalizzare ed ignorare.

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