Fare di necessità virtù non è più una virtù. Almeno nel calcio. Il CT spagnolo Luis De La Fuente, al termine di Spagna-Italia U21, ha criticato la condotta di gara degli azzurrini di Nicolato affermando che “alcune situazioni non dovrebbero esistere su un campo da calcio”. Eccolo, il professor De La Fuente, venuto dalla splendida Spagna per insegnarci il mestiere del pallone.

 

 

Ora, a prescindere dalla condotta di gara a dir poco pietosa dell’arbitro Osmers, a incuriosire è lo sfogo dell’allenatore spagnolo, evidentemente abituato a un tipo di calcio che, tra triangolazioni stantie, controlli da urlo e passaggi a un metro di distanza, è ormai il marchio di fabbrica della scuola spagnola. Chiamateci pure reazionari, ma a questo tipo di calcio preferiamo di gran lunga quello che – sia chiaro, con i mezzi attuali! – opta per la lotta e quel sano pragmatismo che contraddistingue la scuola italiana. Perché non tutto è da buttare, e come direbbe qualcuno ci vuole equilibrio.

 

L’unica vera occasione da gol della partita di ieri, prima del finale convulso con due espulsioni azzurre (Scamacca e Rovella, entrambe assurde) e una spagnola (ancor più inventata, per Mingueza), è capitata sul piede destro dell’ottimo Frattesi su errore/orrore del centrocampo spagnolo, che si stava dilettando nella costruzione da dietro.

 

La palla ce l’hanno avuta sempre loro, o quasi sempre: ma con quali risultati? L’Italia è stata molto più pericolosa delle Furie Rosse.

 

Il primo tiro nello specchio azzurro è arrivato dopo 20′ nella ripresa, mentre l’unica grande occasione spagnola, nata da un assalto finale che, guarda caso, ha messo da parte ogni sorta di abbellimento estetico, è stata salvata da un doppio intervento da urlo di Carnesecchi, portierino dal futuro assicurato.

 

 

La Spagna ha eseguito in tutto 634 passaggi, l’Italia 394. Il possesso palla, che ve lo dico a fare, dice 58% Spagna e 42% Italia. Ma mai e poi mai la Spagna ha dato la sensazione di dominare il gioco, di assediare la porta azzurra. L’Italia si è difesa con ordine, con coraggio, con sacrificio: parole appartenenti al secolo scorso, pericolosissime. Ma il risultato finale dice comunque 0-0.

 

Il più cattivo dei suoi è senza dubbio Cucurella, non a caso un uomo del Getafe (Jurij Kodrun/Getty Images)

 

Per il CT spagnolo De La Fuente, però, questo non è calcio: “Se una squadra è autorizzata a fare quello che vuole in termini di contrasti e aggressioni, è ingiusto nei confronti di chi prova a giocare a calcio e usa esclusivamente le armi concesse dal regolamento – ha dichiarato in conferenza stampa. Così gli avversari rovinano il nostro lavoro in modo antisportivo”.

 

Eccolo De La Fuente, neo e non richiesto rappresentante del nuovo corso calcistico: o ti adegui a questo tipo di calcio, che è ormai diventato calcetto, o meriti di essere escluso. Noi possiamo anche consigliare a De La Fuente di andarsi a fare un tour in giro per le nostre categorie minori, ma probabilmente non servirebbe a nulla: si inventerebbe che quello non è calcio, ma Medioevo. Secondo il nostro luminare, la Spagna ha giocato secondo le armi concesse dal regolamento, l’Italia no.

 

 

Queste sono frasi inquietanti, ma che non ci stupiscono affatto. Chi ha spinto per l’omologazione del football, ormai tutto uguale in qualsiasi parte del pianeta – e se qualcuno resiste, è solo per una questione di ritardo temporale -, non può storcere il naso davanti a certe dichiarazioni. Cercando l’essenza del gioco, cercando il bel gioco, il gioco palla a terra, il calcio è diventato calcetto. E chi usa ancora le vecchie e care “armi del mestiere”, la spinta, il tackle, la sgomitata, sta semplicemente giocando un altro sport. Quale? Ce lo stiamo dimenticando anche noi. Intanto, però, viva gli Azzurrini di Nicolato.