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12 Agosto 2022

Rieducare con lo sport, per non morire di carcere

Un pallone per fuggire, almeno metaforicamente.

A inizio agosto si è tolta la vita in carcere, inalando gas, Donatella Hodo: si tratta del quarantanovesimo suicidio all’interno di una prigione dall’inizio dell’anno. Ciò significa che dal primo gennaio ad oggi, su 54mila detenuti, ben 49 hanno deciso di togliersi la vita. Venti volte di più rispetto a quanto accade fuori dalle mura detentive. Un dato inquietante che mostra come il sistema carcerario italiano sia fallimentare, non tanto nelle intenzioni quanto nella pratica. Ma cosa c’entra lo sport in questo discorso, direte voi? Beh forse più di quanto si creda, almeno all’interno di quel percorso di rieducazione che dovrebbero garantire i penitenziari.

Un mese fa, all’interno della sala conferenze dello Stadio Olimpico, è stato proposto un protocollo d’intesa per promuovere le attività sportive nelle carceri intitolato “Rieducare. Lo sport come strumento di dialogo”: gli obiettivi sono il riscatto sociale e il reinserimento dei detenuti. Un progetto che partirà in via sperimentale nelle strutture penitenziarie di Lazio e Abruzzo, e che ha come traguardo la realizzazione di 100 progetti di attività sportiva negli istituti penitenziari e interventi per realizzare almeno 50 spazi ricreativo/sportivi in carcere. Servirà davvero? In proposito abbiamo voluto interrogarci sulle falle di un sistema che si propone di riabilitare e reinserire in società, ma che nei fatti non riesce a tenere fede al suo proponimento.

E che spesso quando vince, è proprio grazie allo sport.

Nel momento in cui una persona infrange la legge, naturalmente, è giusto che paghi. Ma certezza della pena e necessità di giustizia non significa essere autorizzati a umiliare la dignità umana o a giustificare l’abuso di potere. Perché, per quanto possa non piacere, l’articolo 27 della Costituzione italiana è molto chiaro sulla funzione del carcere: “[…] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Lo Stato insomma non fa l’aguzzino. Lo Stato ha la missione di rieducare anche il peggiore dei criminali, magari di dargli una seconda possibilità e punirlo ancora più severamente qualora dovesse sbagliare nuovamente.

Però, stando ai dati, si tratta di un progetto fallito. Le cause sono svariate: innanzitutto il tasso di sovraffollamento non aiuta a creare un clima pacifico. Se si passa dal 105 al 120%, e se dal 2016 al 2019 gli atti di autolesionismo crescono del 31,9% e i tentati suicidi del 49,5%, significa che c’è un problema molto grave. Quindi la mancanza di personale addetto alla rieducazione (il rapporto tra personale specializzato e detenuti è di 1 a 76) e un budget risibile stanziato per lo scopo di rieducare (6,8 mln di euro, ossia 0,35 centesimi di media al giorno per ogni detenuto).


Senza starci a dilungare troppo insomma, la giustizia e le carceri in Italia hanno dei problemi enormi e strutturali che di certo progetti come quello menzionato all’inizio, promosso da Dap, Sport e Salute e la Fondazione Nicola Irti, non possono risolvere. Allo stesso tempo, però, esistono dei casi virtuosi in cui la dignità umana e lo sport vanno a braccetto. A Roma ad esempio esiste la squadra di calcio “Nazionale Rebibbia”: nata nel 2009, non è formata solamente da carcerati ma da un misto tra detenuti, agenti di polizia e volontari. La scelta di creare una squadra eterogenea è l’aspetto fondamentale che fa credere, almeno in questo caso, che la volontà di reinserire in società non sia semplicemente uno slogan. Almeno in campo si è tutti uguali.

Oppure, la bella realtà della Polisportiva Pallalpiede, nata dall’impegno dell’Associazione Nairi Onlus e della Polisportiva San Precario. Niente tifosi e un campo delimitato da mura alte oltre 10 metri per evitare sorprese (la squadra per ovvi motivi gioca solo in casa), e giusto qualche volontario o agente a monitorare la situazione. Una realtà nata 7 anni fa nel carcere “Due Palazzi” di Padova. Panchina lunga, neanche a dirlo visto che tra scarcerazioni, permessi e colloqui con il magistrato il rischio di ritrovarsi senza giocatori è più di una semplice possibilità; inoltre tutti i giocatori, prima di essere tesserati, devono firmare un codice etico. Un torneo di Terza Categoria vinto nel 2019, la conquista per più anni della Coppa Disciplina ma soprattutto l’essere stati in grado di abbattere tensioni e barriere. Grazie a un pallone.

Senza dimenticare anche l’Atletico Diritti, nato nel 2014 dall’Associazione Antigone e il Progetto Diritti con il patrocinio dell’Università Roma Tre. Una polisportiva che si compone di una squadra di calcio maschile, una di pallacanestro, una di cricket e una di calcio a 5 femminile. Tutte iscritte a tornei federali ufficiali ad eccezione della squadra di calcio a 5 femminile che, giocando nel carcere di Rebibbia ed essendo composta esclusivamente da detenute, non ha a disposizione un campo rispondente alle norme FIGC.

È per questo che, ben coscienti dei valori che lo sport può essere in grado di trasmettere, ci auguriamo che venga sempre più inserito in determinati contesti.

Innanzitutto perché, stando ai dati dell’Associazione Antigone, solamente il 44,8% degli istituti ha un accesso settimanale in palestra e solo il 40,6% garantisce un accesso a un campo sportivo. E questo ha delle conseguenze: ozio e inattività. Una permanenza in carcere di questo tipo ha effetti molto pesanti sia sul fisico che sulla psiche dei detenuti: tensioni emotive che sfociano in risse, o peggio, e più facilità di ammalarsi andando a gravare anche sul sistema sanitario.

Infine, il lato più importante: quello umano. Perciò rieducare è il titolo dell’iniziativa promossa da Fondazione Irti e Sport e Salute. Si comincino questi e altri progetti, che hanno come base fondante la dignità umana proprio con lo sport. Di esempi virtuosi ne abbiamo citati solo alcuni ma tanti altri sono in grado di guidare al senso di comunità, di rispetto dell’altro e soprattutto all’idea che fuori dal carcere qualcosa di meglio della vita che li ha portati dentro quelle quattro mura ci sia davvero.

Perché, se è vero come scrive Dostoevskij che il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni, è necessario dare la possibilità a chi si trova in un penitenziario (per errori che qui nessuno vuole stare a giustificare) di fuggire metaforicamente, almeno per qualche ora alla settimana. Perché questo significa comportarsi da Stato. Perché, a prescindere dalle colpe e dalle responsabilità che una persona può avere, garantire bisogni e diritti – e non far diventare la pena una ritorsione sociale – significa mostrare cosa vuol dire essere dalla parte della cosiddetta “civiltà”.

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