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3 Marzo

Non (s)cadiamo nella russofobia

Federico Brasile

62 articoli
Almeno nello sport, distinguiamo tra cose e persone.

Prima di attaccare, di darci dei putiniani, dei nemici interni, della parte debole del fronte occidentale e filo-ucraino, per favore aspettate un attimo. Oggi purtroppo si vive di premesse, e quindi dobbiamo fare pubblica professione di fede democratica per cominciare: l’aggressione all’Ucraina è inaccettabile per tutti noi, italiani ed europei, e non potrebbe essere altrimenti; non simpatizziamo assolutamente con Putin, né speriamo che venga qui a confermare il ruolo di Mosca, in onore all’ortodossia russa, di “terza Roma”. Però anche basta con questa storia delle premesse da fare, veramente non se ne può più. Di questo clima isterico di tifoserie con la bava alla bocca.

Da presupposti simili parte Marco Ciriello – giornalista per Il Mattino e Il Messaggero, e autore per 66thand2 – che nel suo blog “Mexicanjournalist” prova a riflettere (virtù rara di questi tempi) e specifica che ha sempre detestato Putin, fin dall’inizio, che l’invasione russa lo inorridisce, eppure che è stanco di doverlo specificare per avere il diritto di sviluppare un ragionamento. Ragionamento che riguarda la specificità dello sport “in questo clima maccartista”, in cui “appena provi ad articolare un pensiero sulla Russia diventi filo-putiniano”: «bisogna aderire, stare con l’Ucraina, scrivere le poesie sull’Ucraina, mettere cuori e bandiere. Io sono sciasciano, come sono tolstojano e salgariano e molte altre cose, e mi viene difficile aderire pure ai club, come all’imperialismo – sia della Nato che della Russia».

Dopo le ennesime e stanche specifiche, Ciriello prosegue sui provvedimenti presi dalle Federazionicon la semplicità tipica di questi anni”, tesi a cancellare l’altro, a farlo scomparire in una sorta di ostracismo misto a damnatio memoriae. E pone anche il tema del ruolo dello sport, che forse «dovrebbe rimanere uno spazio “altro” dove si continua a provare il dialogo, dove il verbo è giocare, anche in luogo del più acceso lottare. Dove gli atleti sono come gli ambasciatori e le squadre e/o federazioni sportive sono ambasciate. E che il paese che è andato a giocare e vincere una Davis in Cile non trovi voci a levarsi in difesa del mondo dello sport russo, è vigliacco prima che stupido».

«Al momento in cima alla classifica ATP c’è un tennista russo, Daniil Sergeevič Medvedev, al quale nessuno si deve sognare di chiedere niente, è libero di giocare a tennis, di essere putiniano o anti putiniano, questo è l’Occidente, altrimenti non ha senso più giocare e nemmeno discutere».

Marco Ciriello

Ciriello probabilmente coglie un punto importante: quello del ruolo dello sport e degli sportivi. In tanti scrivono questi giorni che, come la Russia ha usato lo sport in maniera propagandistica e politica, così possono e devono fare le Federazioni internazionali. E anche noi per primi – e per una volta – non abbiamo biasimato la posizione (obbligata) che gli organi sportivi internazionali hanno assunto, convinti che non avrebbero potuto fare altrimenti. Eppure in pochi si sono interrogati sulla specificità dello sport. Posto che le sanzioni sono necessarie e obbligate, quanto e come devono accodarsi le varie discipline? E possono queste rappresentare “un luogo altro”, come scrive Ciriello, in cui regnano logiche che non siano quelle del semplice conflitto geopolitico?



L’interrogativo è molto complesso, e noi stessi non abbiamo una risposta. Ma è il clima che inizia a farci suonare qualche campanello d’allarme: un clima che porta la Bicocca di Milano a cancellare il corso dell’ottimo Paolo Nori su Dostoevskij, e poi a parlare di malinteso specificando che non c’era alcun proposito di censura, solo «l’idea di rinviare il corso su Dostoevskij per ampliarlo e aggiungere altri aspetti, aggiungendo anche autori ucraini» – queste le parole del prorettore alla didattica Maurizio Casiraghi, a cui Nori ha elegantemente risposto picche spiegando di non condividere «l’idea per cui se parli di un autore russo devi anche parlare di un autore ucraino».

Una simile cappa non può che ripercuotersi anche sullo sport, ma inizia a diventare un po’ inquietante. Nelle ultime ore sono infatti arrivate nuove esclusioni che dovrebbero quantomeno farci interrogare, almeno noi che parliamo di sport. Innanzitutto la retromarcia e l’esclusione degli atleti russi e bielorussi dalle Paralimpiadi, che per inciso cominceranno domani. Il tutto dopo l’autorizzazione a partecipare (senza inno e bandiera) che veniva suggellata dalle parole di ieri di Andrew Parsons, Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale:

«Gli atleti che sono nati in quella nazione, non sono gli aggressori. Penso che dobbiamo trattarli con lo stesso rispetto degli atleti di qualsiasi altra nazione che si sono guadagnati la qualificazione».

Oggi, dopo le pressioni interne di altre federazioni nazionali, Parsons ha fatto dietrofront, decretato l’espulsione e dichiarato: «La situazione nei villaggi degli atleti è insostenibile. Gli atleti sono vittime delle azioni dei governi». Una decisione tecnicamente spropositata, se come specificato da Nicola Sbetti allo Slalom “l’appiglio giuridico” a cui era ricorso il CIO per motivare la linea dura contro russi e bielorussi era la violazione della tregua olimpica; un appiglio che non aveva invece l’International Paralympic Committee, come ammesso dallo stesso Parsons, poiché lo statuto dell’IPC non obbliga gli stati membri a obbedire alla tregua. Ciò nonostante la pressione delle federazioni nazionali, anche qui, ha giocato un ruolo decisivo.


Ma in molti hanno deciso di adottare il pugno di ferro contro la Russia, in una strategia dalle modalità quasi belliche. La EA Sports, «in solidarietà con l’Ucraina, ha iniziato il processo per rimuovere la nazionale russa e tutti i club russi da FIFA 22, FIFA Mobile e FIFA online», ma ancora più oltre si sono spinte le federazione britanniche, svedesi e finlandesi di Motorsport, che hanno decretato direttamente di non far gareggiare i piloti russi e bielorussi, nemmeno sotto bandiera neutrale (l’Inghilterra ospita anche il GP di F1 a Silverstone, mica bruscolini). Insomma la logica ormai è diventata quella della rappresaglia: colpirne cento per educarne uno (Putin). E poco importa cosa pensino, cosa sentano o quanto si siano preparati gli atleti russi e bielorussi.

In guerra, tutto è lecito.

Per questo ritorna il tema della specificità dello sport, un “luogo altro” che nella storia ha certamente rappresentato un palcoscenico di scontro ma ancor di più un luogo di incontro, un territorio neutro per popoli diversi e addirittura in lotta tra loro. E che non può essere ridotto al pregiudizio per cui se è russo, non gioco contro di lui. La stessa logica ottusa che veniva invocata nei confronti di Djokovic da giornalisti nostrani e non solo: non scendete in campo contro il no-vax! Una posizione limitata e limitante, magari sostenuta dagli stessi che, in nome dello “spirito sportivo”, criticano gli atleti mediorientali quando rifiutano di gareggiare con quelli israeliani.

Lo sport però non può ridursi a questo. Alla minaccia di non scendere in campo, sul ring o in pista con un atleta in questo caso russo solo perché russo – magari anche anti-putiniano. E allora ci fa piacere chiudere con l’ottima riflessione di Mario Sconcerti, che stavolta condividiamo parola per parola: «Mi piacerebbe essere contro l’invasione dell’Ucraina pensando sempre e soltanto con i miei consueti canoni di giudizio, senza portare la mente all’ammasso. Se ho un amico russo, che faccio? Non devo vederlo più? E perché, perché è russo? Questa è discriminazione, non lotta democratica. Cerchiamo di distinguere tra le persone e le cose, anche adesso che il mondo ci sta sfuggendo di mano». Già: anche, e forse soprattutto, adesso.

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