Con l’eliminazione della Lazio, tutte le squadre italiane hanno ufficialmente abbandonato l’Europa che conta: un bilancio mortifero, e pensare che dopo l’esito dei gironi nel Belpaese regnavano fiducia e ottimismo – decisamente malriposti. Partendo dall’Inter, prima della classe in Patria ma subito fuori in Europa, ciò che preoccupa non è tanto il risultato (zero squadre ai quarti di finali Champions), bensì il modo: le italiane sono infatti uscite mostrando un inquietante ritardo rispetto alle migliori formazioni – e non solo – del continente. Un ritardo che non è tattico bensì tecnico, fisico, caratteriale.

 

 

Qualcuno ha parlato dopo Real Madrid-Atalanta di Zidane che batte Gasperini, lo stesso Caressa ha tirato in ballo su Sky un “Real che ha giocato da Atalanta”, quasi lasciando sottintendere che i blancos abbiano vinto grazie al loro gioco speculare rispetto agli orobici. Certo, il tecnico francese ha studiato l’Atalanta e gli ha riservato il giusto rispetto e l’attenzione tattica che meritava, ma il confronto tra le due squadre va ben oltre i piani e gli stili di gioco. Ci ha detto invece molto di più.

 

Ci ha confermato innanzitutto che in Italia abbiamo una prospettiva schiacciata, distorta, che si lascia condizionare dai ritmi e dai risultati di un campionato in crisi.

 

La stessa retorica sulla Serie A competitiva dovrebbe essere riadattata: certo la competizione interna c’è, basta vedere la classifica, ma questa è pesantemente livellata verso il basso. In Italia d’altronde l’Inter per battere la Dea deve fare la migliore partita stagionale, in Europa basta un Madrid lontano dalla forma – e dalla formazione – migliore per portare letteralmente a scuola i ragazzi di Gasperini. Inquietante è allora la normalità e la sicurezza con cui il Real non ha concesso assolutamente nulla ai bergamaschi, nemmeno un tiro verso la porta per più di un’ora, comunque non dando mai ai nerazzurri la sensazione di poter incidere.

 

Con tutto il bene per l’ottimo De Roon… (Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

 

 

Così poco cambia se si tratta della Lazio (che prova a giocarsela con il Bayern), della Juventus (buttata fuori da un Sergio Conceição che studia da Simeone), dell’Inter (che da squadra propositiva di inizio stagione chiude addirittura quarta il girone) o dell’Atalanta: perché ciò che è emerso è l’evidente e strutturale gap del calcio italiano rispetto a quello europeo.

 

 

Fisico, perché il Porto ha corso più della Juventus, il Bayern non ha fatto respirare la Lazio, il Real Madrid, con tutte le sue stelle, ha ridimensionato l’Atalanta anche dal punto di vista atletico (cosa che in Italia nessuno sembra in grado di fare). Tecnico, e qui non c’è nemmeno da discutere: nessuna squadra italiana è minimamente avvicinabile per qualità, velocità ed efficacia di palleggio o giocate alle migliori europee. Caratteriale, perché va bene la condizione atletica ma il 35enne ipertecnico Modric che al 70esimo compie un recupero profondo su Maehle è anche sintomo di mentalità e carattere.

 

Qui non c’entra nulla il calcio più o meno propositivo, c’entrano i ritmi, la qualità, la personalità. L’abitudine.

 

Di questo è fatto il pallone, e di questo è sprovvisto al momento il calcio italiano. Il nostro è oggi un campionato che sta diventando il resort paradiso europeo: una competizione in cui Ibrahimovic può tenere la media di un gol a partita, idem il peggior Ronaldo degli ultimi quindici anni, e in cui Lukaku è talmente immancabile da sembrare letteralmente onnipotente. Un torneo, ancora, nel quale la capolista può conquistarsi il primato della classifica e una sua solidità solo rinunciando alle competizioni europee.

 

 

Certo, Conte e i suoi non lo hanno mica fatto apposta, ma lo stesso giudizio sull’Inter 2020/2021 non dovrebbe essere condizionato da questo piccolo particolare? Negli altri campionati continentali è impensabile che la migliore squadra nazionale resti fuori dall’Europa, dei più e meno grandi. Cosa ne sarebbe stato oggi dei nerazzurri se avessero dovuto affrontare partite pesanti in un calendario mai così fitto? Avrebbero trovato ugualmente, senza la possibilità di preparare la partita per tutta la settimana, quell’intensità collettiva che oggi gli sta permettendo di allungare in classifica fra le celebrazioni di tutti i media?

 

Antonio Conte e Romelu Lukaku, due dei principali artefici dei successi – in patria – dell’Inter (Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images)

 

 

Troppo spesso allora parliamo del deficit italiano come di un ritardo di “gioco”, con le solite frasi fatte sul calcio italiano speculativo laddove invece in Europa si propone. La verità è che noi perdiamo (e pure male, anzi malissimo) in qualsiasi modo. Perdono le squadre più offensive e le più catenacciare, le più europee e le più italiane. Perdiamo perché non siamo al livello, a costo di ripeterci né atletico, né tecnico, né caratteriale/mentale. Ridurre il tutto ad una questione di stile di gioco è pura disonestà intellettuale, una battaglia ideologica che può essere una comoda scorciatoia per qualcuno ma non certo una soluzione al problema.

Con solo “le idee”, insomma, in Europa non si va lontano.

Ne parlavamo qualche giorno fa, l’importante è certo creare un’identità di squadra (qualunque essa sia) ma poi soprattutto tenere il passo atletico, tecnico e di personalità degli altri. E magari anche sviluppare l’abitudine a giocare certe partite, e in questo l’Europa League è una competizione fondamentale – nel nuovo millennio hanno vinto squadre turche (1), ucraine (1), olandesi (1), russe (2), portoghesi (2), inglesi (4), spagnole (10), mentre noi abbiamo raggiunto solo una finale, quella dell’anno scorso proprio dell’Inter.

 

 

Per concludere se oggi non siamo competitivi non è certo per colpa degli allenatori, ché anzi in questo fondamentale rappresentiamo da sempre un’eccellenza: il “gioco” non c’entra niente, c’entra invece il livello delle nostre squadre e di conseguenza il valore del nostro campionato, un torneo che ai tempi del coronafootball ha solo accentuato ritardi e contraddizioni. Semplicemente siamo più scarsi, più lenti, abbiamo meno personalità e talento degli altri.

 

 

Ecco perché la soluzione è a lungo termine, e deve affrontare problemi profondi e al momento strutturali: strutture, settori giovanili, cultura, economia, sostenibilità (ma anche più nell’immediato condizione atletica e tecnica delle squadre). Una strada per molti versi in salita e complessa, che non può certo essere semplificata con la retorica approssimativa del gioco e delle idee.