Ritratti
02 Agosto 2022

Sesso, droga e Stefan Effenberg

Duro in campo, durissimo nella vita.

La Tigre è uno dei dodici animali presenti nello zodiaco cinese. Si dice che le persone nate nell’anno del grande felino siano dotate di un carisma innato che le rende sempre orgogliose di sé, gente che non ha paura di niente e di nessuno. Le caratteristiche di un perfetto leader insomma, come Stefan Effenberg. Allo stesso tempo, il segno della Tigre è anche sinonimo di una persona facilmente irascibile, che spesso perde il controllo della situazione lasciandosi trascinare un po’ troppo facilmente dagli eccessi della vita.

Pur non essendo nato nell’anno della Tigre, la carriera di Stefan Effenberg rispecchia perfettamente tutte le caratteristiche enunciate sopra, e non è forse un caso che da calciatore si guadagna proprio il soprannome di Der Tiger.

Dal punto di vista tecnico, Effenberg è uno dei centrocampisti più forti e completi della sua generazione, un box-to-box dotato di grande fisicità, un’ottima velocità ed una buonissima tecnica, abile sia in fase di interdizione che di costruzione, a cui aggiungere una più che discreta propensione offensiva (più di 100 i gol realizzati in circa 500 presenze da professionista). Limitandoci alle questioni di campo, l’unico neo (per noi pregio) della carriera di Stefan sono i parecchi cartellini collezionati in carriera, statistica che lo rende il calciatore con più ammonizioni nella storia della Bundesliga (ben 109 cartellini gialli).


Nella carriera di Effenberg però diventano centrali e preponderanti le numerose vicissitudini extra-campo, fino quasi ad eclissare la sua carriera da giocatore: è qui che i lati negativi e più intriganti del segno della Tigre prendono il sopravvento. Non si contano le polemiche provocate dalle sue dichiarazioni senza peli sulla lingua contro compagni di squadra, allenatori, avversari, e non solo. Dichiarazioni di cui il diretto interessato non si è mai pentito e, probabilmente, non si pentirà mai.

Effenberg è fatto così, dice sempre quello che pensa.

Peggio ancora delle sue dichiarazioni al vetriolo sono, forse, le vicende di cronaca che lo vedono protagonista nel corso di tutta la sua vita sportiva. Relazioni extra-coniugali, violenze verbali e fisiche contro colleghi, forze dell’ordine e cittadini comuni; dichiarato abuso di alcol e droghe: è questo il curriculum extra-calcistico di uno dei personaggi più controversi e interessanti nel panorama calcistico contemporaneo.


IL PRIMO EFFENBERG


Nato ad Amburgo il 2 agosto del 1968 da una famiglia modesta (padre operaio e madre impiegata), il piccolo Stefan si prefissa sin da subito l’obiettivo di sfondare nel mondo del calcio iniziando a giocare nelle giovanili del Victoria Amburgo. Rimane nel settore giovanile della squadra per più di dieci anni, fino a quando non viene notato da un osservatore del Borussia Monchengladbach che lo porta con sé in Renania.

Dopo un anno trascorso nelle giovanili dei “Fohlen”, all’età di 19 anni Effenberg viene immediatamente promosso in prima squadra dal tecnico Wolf Werner, che gli fa giocare 15 partite in Bundesliga (stagione 1987/88) dandogli subito grande fiducia e rimanendo positivamente colpito dalle qualità tecniche e fisiche del giovane. L’annata successiva Stefan è promosso titolare, e si prende in breve le chiavi del centrocampo della squadra mostrando una maturità caratteriale formidabile per un 20enne.

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Alle prime gioie calcistiche corrispondono però anche i primi problemi extra-calcistici, soprattutto dopo che Der Tiger viene cacciato dal ritiro della Nazionale Under-21 per motivi disciplinari – il tecnico della nazionale giovanile è un certo Berti Vogts, ex-terzino (tra i più forti al mondo negli anni Settanta) che aveva speso tutta la sua carriera proprio nel Borussia Monchengladbach e che, qualche anno più tardi, condizionerà in negativo la carriera di Stefan con la Nazionale maggiore. Ma Effenberg ne combina una ancora più grossa con il club, quando ha la folle idea di rubare la macchina del suo allenatore senza sapere minimamente come guidarla. Il risultato sta nell’auto di coach Werner schiantata contro un muro: tradotto, la prima delle tante multe prese in carriera.


UNA TIGRE A MONACO


Tornando al campo, dopo un paio di buone stagioni in maglia bianconera il giovane centrocampista viene notato dal Bayern Monaco, che lo ingaggia nell’estate dei Mondiali italiani vinti dalla Nazionale tedesca dell’Ovest. Stefan si prende la numero 10, segno di grande personalità. Al suo esordio, nella Supercoppa di Germania contro il Kaiserslautern, vince subito il primo di una lunga serie di trofei con i bavaresi, che sconfiggono 4 a 1 i rossi di Karlsruhe.

Purtroppo quella sarà una stagione sfortunata per il Bayern, che non riuscirà ad alzare nessun altra coppa. Sarà proprio il Kaiserslautern a vincere la Bundesliga, mentre in Coppa di Germania per la prima volta nella loro storia i bavaresi vengono eliminati al primo turno. In Coppa Campioni Stefan e compagni arrivano sino alla semifinale, uscendo per mano dei futuri vincitori della Stella Rossa di Belgrado. La stagione seguente (1991/92) passerà alla storia, oltre che per l’ammissione di alcuni club dell’ex-DDR per il definitivo completamento della riunificazione, anche come una delle peggiori della storia del club. Il Bayern terminerà la Bundesliga con un terribile decimo posto.


Malgrado le delusioni di squadra il rendimento di Stefan è pienamente all’altezza delle aspettative, tanto da essere ormai considerato uno dei migliori centrocampisti del calcio tedesco, e migliora in questi anni soprattutto il suo bottino sottorete (10 e 11 gol in tutte le competizioni nelle prime due annate in Baviera). Ci sono però anche le prime dichiarazioni al veleno, di quelle che si dice quando si pecca di arroganza. Prima di un match di Coppa Uefa contro gli irlandesi del Cork City, Effenberg dichiara in conferenza stampa che la vittoria era più che scontata, denigrando il capitano della squadra, Dave Barry e sostenendo che suo nonno “era più forte di lui”.

Per la cronaca la partita finì 1 a 1, e segnò proprio Dave Barry…

Ad ogni modo nell’estate del ’92, dopo aver disputato da titolare il Campionato Europeo in Svezia, Stefan viene de facto costretto a lasciare il Bayern: la sua posizione in campo d’altronde è compromessa dal ritorno in squadra, dopo quattro anni passati all’Inter, di Lothar Matthaus, il capitano della Nazionale. Tra i due non scocca mai la scintilla, neppure quando si ritrovano compagni al Bayern dopo 8 anni, anzi c’è vero e proprio astio: Effenberg nella sua autobiografia accuserà addirittura Lothar di essere un codardo che parla troppo, con riferimento alla sua uscita dal campo durante la finale di Champions League del 1999 che il Bayern perse clamorosamente, nei minuti di recupero, contro il Manchester United.


Matthaus era uscito allora a 10 minuti dal termine per motivi di stanchezza, ma ci fosse stato Der Tiger al suo posto “sarebbe rimasto in campo fino alla fine anche con una gamba rotta”. Per rimarcare definitivamente l’ostilità tra i due, sempre nella sua autobiografia Stefan intitola un capitolo del libro “Cosa sa Lothar Matthaus di calcio”. Il contenuto? Una singola pagina bianca vuota…

Tornando al 1992 Effenberg, improvvisamente scaricato dai bavaresi, decide di accasarsi alla Fiorentina arrivando nel (fu) campionato più bello e competitivo del mondo: la Viola dell’allora presidente Vittorio Cecchi Gori ha dichiarate ambizioni di alta classifica e, oltre a Der Tiger, arrivano in riva all’Arno nomi di primo piano come il centravanti del Foggia Francesco Baiano e il danese Brian Laudrup (compagno di Stefan al Bayern e protagonista assoluto dell’Europeo vinto dalla sua Nazionale), potendo inoltre già contare in rosa su un certo Gabriel Batistuta.


ALL’OMBRA DEL GIGLIO


La Fiorentina, guidata in panchina da Gigi Radice (vincitore nel 1976 di uno storico scudetto con il Torino), parte fortissimo: esprime un ottimo calcio con la difesa a zona e il pressing alto, pur concedendo qualche gol di troppo. Effenberg stesso esordisce con un gran gol su punizione contro il Genoa alla prima giornata, e in generale ha un rendimento più che buono nella prima parte di stagione. A poche giornate dalla fine del girone d’andata la Viola è in piena lotta scudetto, seconda in classifica alla spalle del Milan, ma dopo la partita contro l’Atalanta – allora guidata da Marcello Lippi, e persa per 1 a 0 a Bergamo (14esima giornata) – il presidente Cecchi Gori prende una decisione semplicemente assurda: esonero di Radice. Al suo posto Aldo Agroppi (già tecnico della squadra nel 1986, ma che non allenava da quasi tre anni).

La Fiorentina diviene un’altra squadra, ovviamente in peggio: nelle 15 partite con Agroppi la squadra totalizza la miseria di due vittorie, sei pareggi e sette sconfitte, precipitando dalla lotta scudetto alla zona retrocessione. La cacciata del tecnico di Piombino, e l’arrivo in panchina nelle ultime cinque giornate della coppia Luciano Chiarugi-Giancarlo Antognoni, non basta ad evitare una retrocessione in B tristemente passata alla storia dopo più di 50 anni di permanenza in massima serie. Nella seconda parte di stagione, al crollo del collettivo corrisponde quello individuale di Stefan.


Naturalmente il fuoriclasse tedesco non ne vuole minimamente sapere di scendere in serie cadetta, specie nell’anno dei Mondiali che teme di perdere. Il problema è che Cecchi Gori, una volta ceduto Laudrup al Milan, di fatto costringe Stefan a restare forzatamente in Viola – gli stranieri permessi in B potevano essere solo due, e il presidente sceglie di tenere lui e Batistuta. Vittorio arriva persino a rinnovare il contratto di Effenberg, aumentandogli lo stipendio e promuovendolo capitano della squadra. Cose che non gratificano il diretto interessato, che si sente ormai un “prigioniero in terra straniera”, tanto che lascia la fascia da capitano a Beppe Iachini per protesta (nel calcio moderno, con tutto il potere che oggi hanno i giocatori, chiaramente una cosa del genere non potrebbe più accadere).

La Fiorentina guidata da Claudio Ranieri vince il campionato cadetto senza particolari problemi, Stefan si impegna giusto l’essenziale e alla fine viene convocato da Berti Vogts per partecipare ai Mondiali americani del 1994. Ovviamente lascia Firenze, visto che non aspettava altro: decide di ritornare dove la sua carriera era iniziata, al Borussia Monchengladbach. Prima però ci sono i Mondiali, che la Germania da campione in carica deve difendere.


IL DITO MEDIO AI TIFOSI TEDESCHI


Il cammino dei tedeschi inizia con un pareggio per 1 a 1 contro la Spagna, per poi vincere la seconda partita contro la modesta Bolivia per 1 a 0. L’ultima partita del girone contro gli altrettanto modesti sudcoreani pare una formalità, ma dopo il vantaggio per 3 a 0 i tedeschi si addormentano permettendo ai coreani di accorciare le distanze, con due gol nel giro di 10 minuti. Il punteggio così in bilico a mezz’ora dalla fine non lascia per nulla tranquillo il ct, che decide di togliere Effenberg per inserire un difensore, Thomas Helmer.

I supporter tedeschi fischiano pesantemente Stefan, reo di una prova mediocre, e per tutta risposta quest’ultimo mostra loro in mondovisione il dito medio, per due volte. La parola fine alla sua carriera internazionale: Vogts se ne accorge e segnala tutto ai vertici federali, i quali lo cacciano immediatamente dai Mondiali e quindi dalla Nazionale. Per la cronaca la Germania viene eliminata ai quarti di finale dalla Bulgaria di Hristo Stoickov mentre Stefan, nella maniera più beffarda possibile (alla sua maniera insomma) commenta così il “fattaccio”:

“Faceva troppo caldo, ma tanto ora posso finalmente andare in vacanza”.

Scontro tra titani, da brividi

Nel 1998 (quattro anni dopo il “dito medio”) Stefan torna ad indossare la casacca della Nazionale per due partite amichevoli, tra l’altro le ultime di Vogts da ct della squadra: sembra tutto fatto per un possibile ritorno e invece Der Tiger, pochi giorni dopo, annuncia il ritiro dalla Nazionale; altra mossa che solo uno come lui può fare. Stefan, che ha deciso di rilanciare la sua carriera tornando a Monchengladbach, rimane qui per quattro anni, totalizzando 138 partite condite da 31 reti. La prima stagione, 1994/95, è in assoluto la migliore, con il club bianconero che interrompe un digiuno di trofei lungo 15 anni vincendo la Coppa di Germania in finale contro il Wolfsburg: 3 a 0 secco, con Effenberg che segna il secondo gol del match.

Tutt’ora è l’ultimo trofeo vinto dal club del Basso Reno. Anche la seconda annata, 1995/96, è ottima, con un buonissimo quarto posto in campionato; deludenti invece le ultime due stagioni, con il Borussia che arriva rispettivamente undicesimo (1996/97) e quindicesimo (1997/98) in Bundesliga. Se il rendimento della squadra cala, quello di Effenberg rimane però sempre elevato: se ne accorge l’altra sua ex-squadra, il Bayern Monaco, che lo richiama nell’estate del ’98.

Nessuna controversia nel periodo a Monchengladbach? Ovviamente sì, visto che il primo dicembre del 1996 Stefan e l’allora moglie Martina trovano un uomo ubriaco che si era intrufolato nel viale della loro casa. Reazione di Effenberg? Secondo il loro vicino di casa, che assiste alla scena, il malcapitato viene preso a calci senza troppi complimenti. Al suo ritorno in Baviera, Stefan trova oltre al “nemico” Matthaus anche l’allenatore Ottmar Hitzfeld, il tecnico più vincente della storia del calcio tedesco, che sin dall’inizio insiste fortemente per avere Effenberg in squadra: decide di dargli completa fiducia e libertà d’azione, individuando in lui il leader tecnico e morale del Bayern tanto da nominarlo capitano nel 1999, dopo l’addio proprio di Matthaus.


Sotto la guida di Der Tiger a centrocampo, i bavaresi vivono uno dei periodi più gloriosi della loro storia, vincendo la Bundesliga per tre stagioni consecutive (dal 1999 al 2001), la Coppa di Germania nel 2000, la Coppa di Lega Tedesca anch’essa per tre anni di fila (dal 1998 al 2000), la Champions League nel 2001 e la Coppa Intercontinentale nello stesso anno. Per quanto riguarda la Coppa dalla grandi orecchie, dopo la beffa atroce del 1999 (la sconfitta in rimonta nei minuti di recupero), il Bayern riesce a prendersi la gloria due anni dopo, battendo il Valencia di Hector Cuper nella finale giocata a San Siro: dopo il vantaggio degli spagnoli con Gaizka Mendieta su rigore, il pareggio lo sigla proprio Effenberg, sempre su rigore.

E ai calci di rigore si decise la sfida, con Oliver Kahn che sale in cattedra e para ben tre tiri agli uomini di Cuper, portando il Bayern Monaco al successo europeo dopo 25 anni dall’ultima Coppa dei Campioni alzata da Franz Beckenbauer nel 1976. Effenberg viene nominato miglior giocatore della manifestazione, a dimostrazione del suo stato di grazia. Quel grande successo sarà però il suo canto del cigno visto che dopo una stagione vissuta più in infermeria che in campo, nel 2002 La Tigre decide di lasciare il Bayern per accasarsi al Wolfsburg.


SESSO DROGA STEFAN EFFENBERG


Qui resta soltanto una singola stagione, a causa dei problemi fisici che iniziano a tormentarlo sempre di più, impedendogli di esprimersi al meglio, oltre che per contrasti con l’allenatore della squadra. Alla fine decide di chiudere la sua carriera in Qatar, nell’Al-Arabi, giusto per prendersi qualche soldo in più senza eccessive pressioni, restando anche qui una singola stagione, mettendo dunque la parola fine al calcio giocato nel 2004.

Se da un lato la seconda parte della sua carriera è quella più vincente, dall’altro lato le controversie extra-campo si espandono a dismisura.

Tanto per cominciare con le vicende più “leggere” intraprende una relazione extra-coniugale con la moglie del suo compagno di squadra Thomas Strunz (sì il “famoso” protagonista della storica conferenza stampa di Trapattoni), che Effenberg nella sua autobiografia commentò sarcasticamente così: con Strunz adoravo condividere tante cose, anche la moglie. Nel 2001 invece, l’anno della conquista della Champions, la combina davvero grossa: mentre si trova in un nightclub di Monaco aggredisce violentemente una donna. Cause mai chiarite, risultato una pesante multa di circa 100.000 euro per Stefan e bando a vita dal locale.

L’anno dopo rilascia un’intervista per Playboy in cui si scaglia contro i disoccupati del suo Paese, sostenendo che siano “troppo pigri per andare a lavorare” e chiedendo che vengano “privati di ogni forma di sussidio”: malgrado le richieste di scuse ufficiali da parte di sindacati e opinione pubblica, Effenberg, ovviamente, non ritratta. Finita qui? Ovviamente no, ci sarebbe anche un insulto a pubblico ufficiale dopo essere stato fermato per un controllo alla guida: alla richiesta di patente e libretto Stefan dà all’agente dello “stronzo”, e si becca 10.000 euro di multa.

Per concludere al meglio le controversie della sua vita, e per crearne di nuove e definitive, nel 2003 fa uscire la sua autobiografia dal titolo più che eloquente: “Ve l’ho fatta vedere a tutti” (purtroppo inedita in Italia). In questo libro, oltre a raccontare per filo e per segno tutti i dettagli della carriera calcistica, ci sono naturalmente TUTTE le polemiche, gli eccessi e gli scandali della sua vita: le già citate dichiarazioni velenose contro Matthaus, contro Vogts e la relazione clandestina con la moglie di Strunz, ma anche tutte le multe prese in carriera, gli eccessi con l’alcool, la droga e, per non farsi mancare nulla, anche una presa di posizione a favore della pena di morte.

Per chiudere il cerchio, nella conferenza stampa di presentazione dell’autobiografia, ad una domanda di giornalista un sul suo libro preferito Stefan risponde “il diario di Adolf Hitlermancava l’accusa di apologia di nazismo nel curriculum.

Paradossalmente la carriera di Effenberg dopo il ritiro da giocatore è poco movimentata, a differenza di quanto ci si potesse aspettare: prova a fare l’allenatore (una stagione ad allenare il Paderborn, nella seconda serie tedesca) ma senza successo, per poi cercare di reinventarsi come direttore sportivo (una singola stagione al Krefeld Uerdingen, terza serie tedesca) ma anche qui senza troppa fortuna.

Attualmente si sta dedicando all’opinionismo sportivo, nel talk show sportivo “Doppelpass”, dove lavora dal 2018, succedendo, ironia della sorte, proprio a Thomas Strunz… “Sono sempre andato per la mia strada, ho sempre nuotato controcorrente, e penso di averne tratto dei benefici”: così Stefan analizza ancora oggi, in poche parole e nella maniera più onesta possibile, la sua carriera. Fiero di ogni azione compiuta, senza rinnegare nulla.


Immagine di copertina: Rivista Contrasti


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