Altri Sport
26 Ottobre 2021

Stefano Cerioni diventerà il Mancini della scherma?

Un parallelo tra i CT del fioretto e del calcio.

Non sappiamo se finirà nello stesso modo trionfale di Wembley. E ci sarà da aspettare ancora a lungo per saperlo davvero. Ma esiste già un parallelo quasi stupefacente tra il progetto della nazionale di calcio che affidò a Roberto Mancini il dopo-(s)Ventura e il più recente passo della Federazione Italiana Scherma che ha (ri)consegnato a Stefano Cerioni le chiavi del fioretto azzurro verso Parigi 2024.

Coetanei (classe 1964, con una manciata di mesi di giovinezza in più a favore del Mancio), concittadini jesini (anche se il passaporto di Cerioni dice: nato a Madrid), simboli eleganti e irripetibili loro stessi dello sport made in Italy anni Ottanta-Novanta. Geniali e, paradossalmente, al tempo stesso ruvidi in campo e in pedana. Il ciuffo piacione dell’uno, il baffo romantico dell’altro: belli ancora, di quella bellezza che nella maturità si arricchisce di sicurezza, carisma, autoconsapevolezza.

Entrambi passati da significative esperienze all’estero prima di tornare a casa a furor di popolo. Mancio in Inghilterra, Cerioni in Russia, dopo aver esportato il loro italian style in ogni contesto possibile. Hanno fatto di Jesi e delle Marche l’Umbilicus mundi dello sport nazionale: 40 mila abitanti e due commissari tecnici (senza dimenticare, ovviamente, nella scherma i nomi di Vezzali, Trillini, Di Francisca e non solo). E non è nemmeno un caso che, in paese, il Mancio sia stato premiato per l’Europeo vinto al PalaTriccoli, il palazzetto che ricorda nel nome il maestro che ha forgiato Cerioni fin dall’inizio degli anni Settanta.



Ma c’è una similitudine altrettanto significativa anche nella genesi della loro investitura: l’immagine di De Rossi che si ammutina a Ventura quando questi vorrebbe mandarlo in campo nella sfida con la Svezia è molto simile, a ben guardare, alla lettera di sfiducia (diventata pubblica per ingenuità o malizia) dei fiorettisti/e nei confronti dell’ormai ex CT Cipressa.

Se Mancini arrivava a costruire sulle macerie dell’Italia calcistica, Cerioni teoricamente non si trova però nella stessa situazione. La scherma italiana forse non è scintillante come in passato (ai tempi del Cerioni 1, per dire) ma comunque è ancora più che onorevole (cinque medaglie e una marea di quarti posti a Tokyo). Anche se la scelta della Fis di fare tabula rasa a livello tecnico, cambiando i commissari tecnici di tutte e tre le armi (dentro anche Tarantino e Chiadò), la dice lunga sul clima che si è respirato a Viale Tiziano al di là delle dichiarazioni di facciata.

E anche lui, il moschettiere marchigiano, avrà un triennio preciso per centrare l’obiettivo: riportare l’Italia al vertice mondiale in tempo per le temutissime Olimpiadi in casa dei cugini francesi.

La prima stoccata l’hanno messa a segno gli azzurri: facendo firmare Cerioni dopo che proprio la federazione francese ne aveva ufficializzato l’ingaggio perfino sui social, con la consueta boria mascherata da grandeur. Altra benzina sul fuoco di una rivalità più che centenaria. Quanto ci sia di Mancini in Cerioni e viceversa si può apprezzare poi da innumeravoli altri particolari.

Ricordate il duello rusticano a Marassi tra Mancio e l’arbitro Nicchi durante un Samp-Inter che gli costò cinque giornate di squalifica, dopo essersi tolto la fascia e aver chiesto il cambio a Eriksson? Ecco, tra la prima medaglia d’oro a Los Angeles (a squadre) e la seconda a Seul (nell’individuale), il poco più che ventenne Cerioni si beccò quindici mesi di squalifica per aver mandato al diavolo un giurato, scaraventando la maschera a terra ai Mondiali di Sofia, dopo aver perso contro il compagno di nazionale Andrea Borella.

Stefano Cerioni è un pilastro della scherma italiana

Ma, appunto, quando tornò in pedana era più incazzato di prima. Tanto da ispirare a Leonardo Coen, in quell’estate di trenta e passa anni fa in Corea parole quasi salgariane, sulle pagine di Repubblica: «Dio, ogni stoccata del fioretto tedesco (orientale) di Udo Wagner sembra penetrarci tutti, a noi italiani. Udo Wagner di grande, per fortuna, ha solo il nome. Sulla pedana del Gymnasium dell’Olympic Park il vero gigante è Stefano Cerioni, che combatte sino all’ ultimo respiro, che attacca a folate, con la sua scherma violenta e devastante (…) Stefano balza con la forza di una tigre e in quindici secondi colpisce tre volte, e sono tre colpi audaci, tre colpi inconsueti, che toccano la testa dell’avversario, il petto, una volta sotto al collo. Come si può dominare il gigante italiano, novanta chili per un metro e novantuno?».

Se nella configurazione fisica è la vera differenza (almeno una decina di centimetri e altrettanti chili a vantaggio dello schermidore: figura fin troppo imponente per i canoni classici del fiorettista), pure li accomuna qualche ombra mai cancellata nella carriera d’atleti: Mancini non è mai entrato in feeling con la maglia azzurra da calciatore, Cerioni assurdamente non ha mai vinto un titolo italiano assoluto (arrivando secondo per ben nove volte, mentre l’Avversario di sempre, Mauro Numa, ne vinceva sette).

Ma, come Mancini, Cerioni è un raro caso di campionissimo capace di restare ad altissimi livelli anche dall’altra parte della barricata, quando non serve solo quello che si è stati ma conta semmai anche quello che si è. Forse addirittura di più.

Appena investito della nuova carica ha detto che punterà sui giovani. Ma ha aggiunto che ha ancora fiducia in Arianna Errigo e che una chance non la negherà a nessuno. Avrebbe molto da perdere, Cerioni, in questo ritorno. Sarebbe stato più comodo per lui rimanere a fare il Grande Rimpianto. Per questo, in fondo, nel dire di sì ha dimostrato ancora una volta di più il coraggio al limite della sfrontatezza che emanava in pedana. In sette anni da responsabile del fioretto azzurro (prima degli uomini, poi anche delle donne), tra 2005 e 2012, ha raccolto tantissimo, con l’apoteosi a Londra 2012: tre ori nel fioretto, con lo storico tris Di Francisca-Errigo-Vezzali nell’individuale.

Tutta la gioia di Cerioni in azzurro con le sue ragazze

Poi è passato al nemico russo, aggiungendo il cuore latino alla perfezione robotica dello loro scherma da laboratorio. Risultato: due ori a Rio, facendo battere in finale la “sua” ex Di Francisca dalla “sua” Inna Deriglazova. Quindi negli ultimi anni è stato coach individuale di altri atleti di punta del ranking mondiale. Ed ecco altre medaglie a Tokyo: il ceco Choupenitch di bronzo, la francese Thibus che ha giustiziato le azzurre nella prova a squadre, per poi “accontentarsi” dell’argento proprio contro le sue ex ragazze di Russia.

Trasforma in medaglie tutto il metallo che tocca, Cerioni. Anche per questo sarebbe stato micidiale, sotto la Tour Eiffel, anche solo immaginarlo nell’angolo dei francesi contro gli azzurri. E forse non se la sarebbe sentita nemmeno lui. I russi va bene, ma i francesi sarebbe stato troppo davvero. Lo hanno chiamato il Mourinho della scherma. Chissà se tra tre anni diventerà semplicemente il Mancini delle lame.

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Intelligente, pratico e anti-dogmatico, anarchico ma conservatore.