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Interviste
14 Novembre

Conta vincere, conta il risultato

Eduardo Accorroni

16 articoli
Intervista a Stefano Cusin, allenatore del Sud Sudan.

Stefano Cusin rappresenta un unicum quanto mai prezioso nel macrocosmo calcistico internazionale. Il nuovo commissario tecnico della nazionale del Sud Sudan parla con parole semplici e modi risoluti. Sa come non perdere tempo, lontano dallo stereotipo classico del tecnico, disposto a scendere a patti e compromessi pur di farsi apprezzare dalla stampa mainstream nazionale.

Nato in Canada, da papà veneziano e mamma barese, ha abbracciato anni fa la vocazione di insegnare calcio in ogni angolo del mondo. Nelle ultime settimane, a 53 anni appena compiuti, ha legato il suo futuro alla Selezione più giovane del continente africano, nata nel 2012 al termine di una sanguinosa guerra civile che ha determinato la scissione dal Sudan. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare di questa nuova avventura a Juba.

Chi o che cosa ha spinto Stefano Cusin ad accettare l’offerta da commissario tecnico del Sud Sudan?

Da sempre, come allenatore, sono predisposto alla costruzione. Mi piace lavorare a stretto contatto con i calciatori, fargli trovare la posizione adatta nel rettangolo di gioco e migliorarli con costanza e regolarità. L’ho fatto ad inizio carriera, lavorando con i settori giovanili, ed ho continuato a farlo nelle mie prime esperienze africane. Adesso si tratta semplicemente di fare qualcosa che mi piace. In Sud Sudan ho trovato un progetto convincente, da sviluppare senza eccessiva fretta ed ansia.

A che punto è il movimento calcistico nazionale, almeno per le impressioni avute fino ad ora?

Non partiamo da zero. C’è una base, chiaramente, da smussare, sgrezzare con pazienza e cura. Non si tratta però di una nazionale destinata a prendere 5/6 gol a partita. Il Sud Sudan è un paese grande tre volte l’Italia, con diverse leghe nazionali; sarà fondamentale il lavoro di coordinamento tra le diverse regioni. Il mio primo giudizio è, in ogni caso, assolutamente positivo.


In una bella intervista di Massimiliano Castellani su “Avvenire”, lei racconta del primo incontro con Augustino Maduot Parek, presidente della Federcalcio sud sudanese e generale dell’esercito. Da questo punto di vista, qual è stata la prima impressione?

Fin dal primissimo incontro, dalle primissime battute, c’è stato un grande feeling. Con Augustin abbiamo instaurato un bel rapporto e credo sia una delle chiavi di volta positive del mio lavoro qui in Sud Sudan. La nostra è una sinergia unica.

Un giudizio da esterno sulla condizione sociale del paese?

In Italia ne ho lette davvero di tutti i colori, ma non mi posso sorprendere: la nostra stampa non è nuova a “strafalcioni” del genere… In Sud Sudan, rispetto al più noto Sudan, la situazione socio/politica è completamente differente.

Se nomino la Coppa d’Africa, che cosa le viene in mente? Utopia parlare di una prima storica qualificazione alla guida della Selezione delle “Tigri”?

L’utopia nello sport non esiste. Chiaramente ci sono risultati meno probabili di altri e la struttura della Coppa d’Africa, obbiettivamente, ci penalizza. Siamo in quarta fascia e per raggiungere la qualificazione dovremmo superare una squadra di terza ed una squadra di seconda fascia. Non è facile, ma nello sport si può fare tutto.

Non vogliamo rimarcare per l’ennesima volta i non sempre limpidi rapporti e conflitti di interessi tra giornalisti e società, giornalisti e procuratori, ma come mai un allenatore con esperienze in ogni angolo del mondo non ha ancora avuto la possibilità di misurarsi in Italia?

Sinceramente è una domanda che non mi sono mai posto. Piuttosto me la pongono spesso mia moglie, i miei figli, i miei amici. Per me non c’è differenza tra Italia ed estero: valuto il progetto, le sensazioni che provo, la fiducia dell’ambiente. Se arrivasse un progetto interessante nel “Bel Paese”, non mi farei problemi ad accettare l’offerta. Non ti nascondo che sono il primo a non essermi mai posto come obiettivo quello di allenare in Serie A: da quando ho trasformato la mia passione in un lavoro, la mia vera ambizione è quella di arrivare alla Coppa del Mondo alla guida di una squadra africana.



Negli ultimi anni ha tenuto banco un autentico dibattito di filosofia sportiva, prima in Argentina poi in Europa. Si è parlato molto di questo scontro eterno tra risultatismo e giochismo. Lo considera un dibattito reale o una semplice chiacchiera da bar?

Credo sia un falso dibattito. Conta vincere, conta il risultato. Se prendi una squadra che deve salvarsi e provi a costruire dal basso, facendo calcio spettacolo, quando perdi due partite di fila, perdi lo spogliatoio e retrocedi. Proprio per questa ragione, rispetto a tanti altri, non mi reputo un discepolo-adepto del gioco di Guardiola. Molti, negli ultimi anni, hanno provato ad imitare il suo stile tecnico-tattico: grande possesso palla, sforzo massimo in fase di non possesso, ma obiettivamente non tutti possono permetterselo. Il gioco della squadra dipende moltissimo dai giocatori che hai a disposizione. L’abilità di un allenatore è quella di comprendere quale calcio fare con il materiale umano a disposizione.

Personalmente, da un punto di vista umano, apprezzo moltissimo Zdeněk Zeman: sempre alla ricerca di determinati valori, dentro e fuori dal rettangolo di gioco. Vorrei essere bravo come lui ad interpretare il mio mestiere. Per il resto posso dirti che ho imparato tanto dal gioco di Klopp, la schiettezza e la semplicità di Allegri, l’etica del lavoro di Conte, l’impostazione di gioco di David Wagner, per nominarne alcuni.

Immagino sia una domanda difficile alla quale rispondere, ma la trovo quanto mai necessaria per chiudere la nostra chiacchierata: dove trova il coraggio, l’ambizione e la volontà di accettare, periodicamente, sfide umane e sportive di questa portata?

Per me allenare è tutto. Sono grato ogni volta che rientro a casa la sera dopo una giornata sui campi, ringrazio il Signore ogni giorno per la vita che mi ha regalato. Devi fare dei sacrifici, è innegabile, ma il lavoro e la soddisfazione mi ripagano per tutti gli sforzi fatti.


Ringraziamo Stefano Cusin per la disponibilità, augurandogli di portare il Sud Sudan ai mondiali di calcio


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