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Tifo
1 Marzo

Stefano Furlan vive

La morte di un tifoso, la morte senza giustizia di un ragazzo.

Stefano Furlan ha i capelli lunghi e ricci. Il labbro superiore a forma di cuore più sottile di quello inferiore. La forma del viso un po’ allungata e un occhio mezzo chiuso. Ha 20 anni. I suoi lineamenti non sono ancora quelli di un uomo ma neanche più quelli di un bambino. È un “mulet”, per dirla alla triestina. Diplomato geometra, in attesa di trovare lavoro nel settore che più gli interessa, divide le sue giornate prestando assistenza a disabili e consegnando fiori per tutta Trieste così da racimolare qualche soldo e non doverli chiedere sempre a Mamma Renata.

Se non lavora, passa il tempo che gli rimane con la sua ragazza a patto che non giochi la Triestina. Quando questo accade non c’è amore o lavoro che tenga perché il suo posto è sui gradoni della Curva Nord allo stadio comunale Giuseppe Grezar. Dopo 20 anni tra Serie C e D, gli alabardati, nella stagione 1982-83, riescono finalmente a tornare in Serie B con quattro partite d’anticipo dopo una vittoria per 4-1 sul Parma. Nonostante i risultati non siano particolarmente esaltanti, l’attenzione che si crea attorno alla squadra è da grande piazza.

Anch’io tra i molti vi saluto,

rosso-alabardati, sputati dalla terra natia,

da tutto un popolo amati.

Umberto Saba, Squadra paesana

Il primo vero e proprio gruppo Ultras viene fondato nel 1976 e si chiama Ultras Trieste. Dall’essere numericamente “sui gradini un manipolo sparuto (che) si riscaldava di sé stesso” (sempre Saba) all’inizio degli anni ’80 il gruppo diventa sempre più nutrito. Sono le trasferte, le iniziative, la politica – a Trieste chi frequenta i gradoni in quegli anni sogna l’Italia, non la Jugoslavia – e i tafferugli che creano ovunque vadano ad accendere i riflettori su di loro.

triestina tifosi
L’amore dei tifosi alabardati negli anni ’80

Questa, però, non è la storia di Stefano Furlan. Egli ama sì alla follia il bianco e il rosso ma non è né un ultras né un facinoroso. A differenza di cosa è stato scritto dalla (poca) stampa che si è occupata della sua vicenda, non è un violento. Le partite le guarda tutte in Nord ma quando capisce che non è aria se ne torna alla sua macchina, una Fiat 128 blu, e va a casa. Il massimo che può fare è osservare curioso gli scontri da lontano. Nulla di più.

Questo accade anche l’8 febbraio del 1984. Quel giorno la Triestina, dopo aver passato il primo turno di Coppa Italia, incontra l’Udinese, quella di Zico, agli ottavi. L’andata si gioca al Grezar e nonostante sulla carta non dovrebbe esserci partita, la Triestina riesce a strappare uno 0-0. Le due tifoserie si odiano, non per motivi politici che anzi li vede dalla stessa parte della barricata ma per questioni che potremmo definire antropologiche.

I presenti allo stadio riempiono tutti i 20mila posti. Nella Nord ci sono gli Ultras Trieste, i friuliani invece sono in gradinata rappresentati dai Teddy Boys, i Black Warriors e Nuova Guardia. Non sono più di 100. La mattinata è più o meno movimentata e in centro città si assiste a qualche tafferuglio. In periferia, dove è lo stadio, si sprecano i piatti e i bicchieri lanciati contro i pullman che trasportano i tifosi dell’Udinese quando questi passano tra i palazzoni dei quartieri Valmaura e Servola. Per il resto però non succede nulla di clamoroso o fuori dalla norma.

Durante la partita non si va oltre il lancio di qualche petardo da un settore all’altro. Al triplice fischio è tutto tranquillo. La polizia però decide di caricare la folla nonostante non ci siano motivi per farlo. Si tratta di una “carica di alleggerimento”, così sono chiamate in gergo quelle cariche che hanno come obiettivo la dispersione della folla. Quel giorno, gli Ultras Trieste conosceranno il loro primo “martire”. Il suo nome corrisponde è Stefano Furlan.

Partiamo dall’inizio, però. È mercoledì, a Trieste fa freddo, tira la Bora e il cielo è grigio. Per dirla alla Battisti, è una giornata uggiosa. Per rispondere al clima non proprio ideale Stefano mette nel suo mangiadischi Gloria di Umberto Tozzi. Quella cassetta resterà incastrata nel mangianastri per oltre 30 anni. Mamma Renata, infatti, lascerà la camera di Stefano intatta, persino il libro che stava leggendo resterà aperto sulla stessa pagina per decenni.

Quel derby con l’Udinese Stefano lo aspetta con ansia. L’ultima volta che le due squadre hanno giocato contro è stato sei anni prima. Furlan parcheggia a Via Macelli, poco distante dallo stadio ed entra al Grezar. Come già spiegato, quel giorno non si registrano particolari incidenti. Qualcosa però, complice l’inesperienza di chi quel giorno è stato messo a fare servizio d’ordine, va storto. Le forze dell’ordine, infatti, cominciano a caricare. Quelle semplici “cariche di alleggerimento” diventano vere e proprie intimidazioni contro chiunque si trovi sulla strada.

Gli artefici non sono ufficiali ma allievi della scuola di polizia. Notando la situazione Stefano, come sempre ha fatto fino a quel momento, si dilegua e torna alla sua macchina a Via Macelli. Sfortuna vuole che porti ancora al collo la sua sciarpa biancorossa. Viene notato proprio dagli allievi di cui sopra. La ricostruzione la lasciamo alle testimonianze registrate agli atti del processo di chi c’era quel giorno:

Ho visto un gruppo di poliziotti che correvano. Avevano manganelli e caschi con la visiera. Sono scappata per 3 o 4 metri. Poi mi sono fermata. Ho pensato che se fossi scappata ancora le avrei prese. Così mi sono fermata. Ho visto Stefano Furlan che conoscevo di vista dallo stadio scivolare in mezzo alla strada mentre stavo scappando. Un poliziotto lo ha alzato tenendolo per la giacca militare. Poi l’ha preso per i capelli e lo ha portato fin sotto il muro. Questo poliziotto ha fermato altri due colleghi e ha detto loro: “tenetelo che vado a prenderne altri”. Un poliziotto lo teneva da una parte, il secondo dall’altra. Prima col manganello lo hanno colpito sulle gambe perché le allargasse e quando non poteva più aprirle, perché sarebbe caduto a terra, a quel punto lo hanno afferrato per i capelli e, preciso, il primo poliziotto lo ha sbattuto con la testa sul muro.

E ancora: “A un certo punto abbiamo visto tre poliziotti con un ragazzo tenuto per i capelli. Era Stefano Furlan, era facilmente riconoscibile per quel suo occhio mezzo chiuso. L’ho visto contro il muro, con le gambe larghe. Dopo avergli sbattuto la testa contro il muro, due poliziotti lo tenevano e uno gli dava calci e pugni in testa e sulla schiena. Stefano ripeto, con la faccia per rivolta verso il muro”.

stefano furlan

Stefano viene malmenato senza pietà (e senza motivo). Subito dopo, viene caricato su una volante che lo porta in questura. Rilasciato qualche ora dopo torna a casa in serata. La mamma racconta al Corriere dello Sport: “L’ho rivisto alle nove. Quando ha aperto la porta era stralunato, pallido. La giaccia e il piumotto erano a pezzi. Aveva le lacrime agli occhi. ‘Mamma, sono stato picchiato. Un poliziotto mi ha dato una manganellata sulla testa, poi in questura schiaffi, pugni, calci’. Conosco Stefano, non è un violento, gli ho subito creduto. Non si sentiva bene. Alle nove e mezza era già a letto”.

La notte però la situazione peggiora: dolori lancinanti e nausea si fanno sempre più considerevoli. Mamma Renata vuole capire cosa sia accaduto al figlio; per questo va in questura cercando risposte. La ricostruzione fatta dalle forze dell’ordine è però priva di ogni fondamento. Viene detto alla mamma di Stefano che era ubriaco e che stava danneggiando le macchine parcheggiate, per questo sono stati obbligati a portarlo in questura. Versione smentita sia dalle testimonianze che dall’assenza di denunce nei suoi confronti.

Viene negato anche che Stefano sia stato brutalmente picchiato. Il pomeriggio un taxi trasporta Stefano da Via Biasoletto, dove abitava la famiglia, all’Ospedale Maggiore. Gli esami mettono in luce una frattura all’osso temporale e un ematoma epidurale. Il medico che lo opera parlerà fin da subito di pericolo di vita. Dopo venti giorni di degenza senza mai uscire dal coma, il primo marzo alle ore 22:30 Stefano muore.

“Ho capito subito che c’erano poche speranze. Accanto a quel letto d’ospedale ho passato venti giorni e venti notti. Un po’ alla volta, giorno dopo giorno ho dovuto accettare l’idea che mio figlio morisse. In quei venti giorni Stefano non ha mai aperto gli occhi, mi ha stretto alcune volte la mano. Adesso non so nemmeno se sapeva di farlo”.

Renata, madre di Stefano Furlan

Con la stessa forza e coraggio cercherà la verità. Coraggio perché nonostante telefonate nel cuore della notte in cui le veniva detto “finalmente il camerata è morto”, minacce e intimidazioni perfino al cimitero, lei continuerà a battersi per la giustizia del figlio. Nulla è in grado di fermare una madre, a maggior ragione se vittima di un dolore tanto grande e innaturale come quello della perdita di un figlio. Le vengono proposti il 16 ottobre 1985 da Antonino Allegra, Prefetto di Trieste, 80 milioni di lire per ritirare la denuncia e chiudere la storia. Non accetta e continua la battaglia legale.

Per Stefano, però, nonostante l’ostinazione della mamma, non ci sarà giustizia. Malgrado un processo con testimoni super partes e ricostruzioni puntali dell’avvenimento, l’unico condannato dalla Corte d’Assise sarà Alessandro Centrone, all’epoca allievo della scuola di polizia, per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, articolo 55 del Codice penale. La pena sarà irrisoria: un anno di reclusione con benefici, ovvero neanche un giorno di galera. Centrone verrà inoltre riabilitato un anno dopo rientrando in servizio proprio presso la questura di Trieste.

Esausta e umiliata Renata decide di non ricorrere in appello. Il ministero dell’Interno le concederà un risarcimento di poco meno di cento milioni lordi che le arriveranno dopo anni di travagli burocratici. Come per i genitori di Gabriele Sandri, nessuno dei responsabili le chiederà mai scusa.

“Qualcuno mi ha chiesto un messaggio per le mamme che lasciano andare i figli allo stadio, io invece un messaggio lo invio alle autorità: nei servizi di ordine pubblico mandino gente che sa quello che fa, non giovani alle prime esperienze che possono perdere la testa”.

Alla luce dell’estrema dignità e disponibilità al perdono che Mamma Renata, venuta a mancare il 7 gennaio di quest’anno, ha sempre mostrato riguardo alla tragica sorte del figlio, pensiamo sia giusto chiudere questo ricordo proprio con le parole di Umberto Tozzi in Gloria, l’ultima canzone che Stefano ha ascoltato prima che qualcuno gli cercasse l’anima a forza di botte:

Manchi tu nell’aria

Manchi come il sale

Manchi più del sole

Sciogli questa neve

Che soffoca il mio petto

T’aspetto.

Nel frattempo che si aspetta il suo ritorno, c’è una curva intera che ha preso il suo nome e che non perde occasione per ricordare chi è stato (davvero) Stefano Furlan.

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