«I desideri sono come il vento, spostano la polvere da un posto all’altro, oscurano a volte l’intero orizzonte, ma alla fine si placano, cadono lasciando dietro di sé l’eterna, immutabile immagine dell’universo». Questa frase, estratta dal libro “Il ponte sulla Drina” del premio Nobel bosniaco Ivo Andrić, indubbiamente il più importante autore jugoslavo di sempre, può rappresentare il glorioso e forse irripetibile cammino della la Stella Rossa di Belgrado (Crvena Zvezda in serbo) nella Coppa dei Campioni 1990/1991.

 

O forse anche l’intera storia di questa squadra di calcio. Sì, perché la Stella Rossa nasce con la Jugoslavia di Tito, nel 1945, e muore dopo essere arrivata sul gradino più alto del mondo, con la conquista della Coppa Intercontinentale nel dicembre del ’91 (vinta battendo 3-0 i cileni del Colo-Colo con doppietta di Vladimir Jugović e gol di Darko Pančev). Diciamo “muore” perché le guerre che negli anni novanta hanno portato via la Jugoslavia, hanno anche raso al suolo il calcio balcanico a livello di club.

 

I desideri dei tifosi jugoslavi hanno mosso polvere per 50 anni, si sono compiuti in una storica serata in terra pugliese e poi si sono placati, definitivamente. Nessuna squadra ex-jugoslava, dopo il 1991, è mai più riuscita a vincere una competizione europea e nemmeno a sfiorarla. E soprattutto, nel caso della Stella Rossa ma non solo, dal 1992 in avanti tutti i grandi campioni che incantavano l’esigente pubblico slavo del sud (perché Jugoslavia vuol dire terra degli slavi del sud) sono scappati al di fuori dei confini natii. Tra i più noti ricordiamo Dejan Savićević e Zvominir Boban al Milan, Siniša Mihajlović alla Roma o Predrag Mijatović al Valencia.

 

Stella Rossa

L’ultima festa del calcio jugoslavo, la Stella Rossa campione d’Europa

 

Ma veniamo all’oggetto dell’articolo, cioè alla sfida contro i bavaresi. In questa edizione della Champions League 2019/2020, infatti, la squadra di Belgrado si ritrova nel girone il Bayern Monaco, che eliminò nell’aprile del 1991 in semifinale della coppa dalle grandi orecchie e fu senz’ombra di dubbio la più difficile tra quelle affrontate dai belgradesi. Sì perché quando era ancora Coppa dei Campioni e non Coppa dei Milioni come ora, ci giocavano solamente le squadre che avevano vinto i rispettivi campionati nazionali, quindi il livello medio era sicuramente più basso rispetto ad oggi ma poteva riservare clamorose sorprese.

 

 

Nel caso delle nostre due compagini, effettivamente, il cammino fu piuttosto morbido. I tedeschi eliminarono nell’ordine (non erano previsti gironi, si partiva dai sedicesimi di finale andata e ritorno): APOEL Nicosia (con il risultato complessivo di 7 a 2), CSKA Sofia (7 a 0) e Porto (3 a 1). La Stella Rossa invece mandò a casa: Grasshoper (5 a 2), Glasgow Rangers (4 a 1) e Dinamo Dresda (6 a 0 ma con uno 0-3 a tavolino per intemperanze dei tifosi tedeschi). Quella semifinale parve ad alcuni una finale anticipata, calcolando che le altre due semifinaliste furono Spartak Mosca ed Olympique Marsiglia (quest’ultima era comunque un’ottima squadra).

 

 

Partita di andata in Germania. Il Bayern passa in vantaggio al 24’ del primo tempo con un bellissimo pallonetto di Wohlfarth a scavalcare Stojanović dopo un assist di tacco di Thon, ma si capisce subito che quella sera non finirà in goleada. Gary Lineker verrà smentito (famosa la sua frase “il calcio è uno sport giocato da 22 uomini che rincorrono un pallone ed alla fine vincono i tedeschi”), e al 45’ pareggia il “Cobra” Pančev al termine di un veloce contropiede in cinque passaggi. Nel secondo tempo, al 70’, ne bastano due per far sì che Binić, secondo assist del match, metta il “Genio” Savićević davanti ad Aumann che viene trafitto dal sinistro del montenegrino. Uno a due per gli jugoslavi che ipotecano la finale.

 

Breve sintesi dell’andata a Monaco

 

Partita di ritorno al Rajko Mitić (anche noto come Marakana) di Belgrado, davanti ad 80.000 spettatori – gli altri 23.644.919 non sono riusciti ad entrare. Ma i presenti bastano per rendere il catino di Belgrado simile all’inferno. Le formazioni:


Stella Rossa: Stojanović, Radinović, Marović, Šabanadžović, Belodedici, Jugović, Prosinečki, Mihajlović, Pančev, Savićević, Binić. All. Ljupko Petrović.


Bayern Monaco: Aumann, Schwabl, Bender, Grahammer, Augenthaler, Effenberg, Strunz, Reuter, Wohlfarth, Thon, B. Laudrup. All. Jupp Heynckes.


 

Dejan Savićević è un numero dieci di classe cristallina ma che, da perfetto slavo, in qualche partita si dimentica di scendere in campo. Purtroppo per i tedeschi, però, quella sera se ne ricorda eccome. Al 24’ parte dalla propria metà campo, salta due tedeschi, il terzo, Strunz (sì, proprio quello vittima della sfuriata del Trap), lo stende intorno ai venti metri dalla porta. Punizione. Batte Mihajlović, bordata delle sue, gol. 1-0. Il Marakana esplode ed i Delije (gli “eroi”, soprannome dei tifosi belgradesi) già fanno i conti su quanto risparmiare per potersi comprare il biglietto direzione Bari, mentre il questore del capoluogo pugliese pensa a quali contromisure adottare per contenere i 20.000 slavi che arriveranno.

 

Ma alla squadra di casa non basta battere gli avversari, li vuole umiliare. Le occasioni si susseguono: Pančev di testa dopo uno scambio con Radinović colpisce troppo debolmente e finisce tra le braccia di Aumann; Jugović manda in porta Binić dopo un tacco di Pančev ma calcia incredibilmente a lato; con un numero da circo Barnum Prosinečki esce dalla marcatura di due avversari al limite della propria area ed innesca un’azione in cui Savićević salta come birilli Augenthaler e Reuter, entra in area sbilanciato e calcia alto. Se si andasse avanti così i bookmakers potrebbero chiudere le scommesse ed impedire ulteriori giocate, ma ricordiamoci che da una parte ci sono gli esponenti del calcio più incostante del dopoguerra e dall’altra…

 

Rricordate Lineker? Bene, perché al 62’ minuto il portiere e capitano serbo Stojanović si trasforma in Massimo Taibi (in un Manchester Utd – Southampton si fece passare un innocuo tiro di Le Tissier in mezzo alle gambe nella più classica delle papere) di qualche anno dopo e, su punizione senza pretese di Augenthaler, la combina grossa e riapre i giochi. 1 a 1 e qualificazione di nuovo in discussione. Passano appena quattro minuti e la difesa belgradese sembra venga trasportata nel 2003/2004 e cambiata con quella dell’Ancona di Pieroni per lasciar segnare Bender. 1 a 2 ed è tutto da rifare. A Bari stanno già ritoccando i prezzi dei menu per fottere i tifosi tedeschi.

 

Il boato del Marakana fa ancora oggi paura

 

Ma il calcio è lo sport più bello del mondo perché accadono cose che voi amanti del baseball non potreste neanche immaginarvi. Da lì al 90’ Binić sfiora il gol-qualificazione, Wohlfarth ancora di più perché colpisce un clamoroso palo e poi all’ultima azione succede questo: palla a Stojanović che la passa con le mani a Radinović, il quale tenta di servire Binić ma Effenberg intercetta e la palla torna al difensore serbo. Questo allora decide di passarla a Jugović che ne salta tre più l’arbitro, triangola con Pančev, ne salta altri due ma poi viene fermato da un difensore, arriva Prosinečki, prova ad entrare in area, viene chiuso, torna indietro e la passa a Mihajlović che senza pensarci due volte la mette in mezzo.

 

Interviene Augenthaler (man of the match si direbbe oggi) in scivolata e la palla si alza a campanile verso la porta. Sembrerebbe facile preda di Aumann che potrebbe smanacciarla sopra la traversa ma…abbozza un saltino goffo, non la tocca e la palla finisce incredibilmente in porta! No, non è una bomba sganciata dalla NATO con la complicità di “baffino” Massimo D’Alema, quello succederà otto anni dopo. È lo stadio Rajko Mitić che esplode. 2 a 2 e la Zvezda è in finale.

 

Eccoli qui, gli ultimi campioni jugoslavi

 

Quella finale, come detto, la Stella Rossa la vincerà, così come l’Intercontinentale a dicembre ma sarà il canto del cigno di quella squadra e di tutto il calcio jugoslavo. Le guerre che martorieranno quella terra, conseguenza delle pressioni delle potenze occidentali (USA, GB, Germania, Turchia e Vaticano in primis) e dei loro sanguinari organi economici (il FMI e la Banca Mondiale) che obbligarono il governo Marković ad adottare misure di “libero mercato” che affossarono l’economia socialista del Paese, nonché di forze ultranazionaliste sapientemente aizzate (l’HDZ croato di Franjo Tuđjman o il SDA bosniaco di Izetbegović), avranno conseguenze pesantissime anche sulle società di calcio costrette a vendere tutti i loro pezzi pregiati a prezzi contenuti.

 

La nazionale Jugoslava venne estromessa da Euro ’92 e l’UEFA estromise le squadre jugoslave dalle competizioni europee. Tutto si disfece. Ma quella formazione talentuosa ed incostante, che tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90 fece tremare i ben più ricchi e potenti club dell’Europa atlantica e sognare un popolo che di lì a brevissimo finirà con lo scannarsi, non potrà che rimanere impressa nella memoria di chi, alla meccanicità di un CR7, preferirà sempre e comunque l’imprevedibilità di un Dragan “Piksi” Stojković.